I grandi leader hanno una passione: qual è quella di Monti?

I grandi leader hanno una passione: qual è quella di Monti?

Tutte le apparizioni di Monti lasciano l’amaro in bocca. Agli esordi in politica il professore appariva quel che doveva essere, cioè un compassato signore, esperto di conti, gran viaggiatore, distante dalla politica, ironico sul proprio futuro. Il suo carisma era tutto lì. Le sue medicine amare diventavano digeribili perché c’era questa specie di carisma che prendeva forza dalla ineluttabilità delle sue scelte di cura. Sembrava il chirurgo impietoso dei vecchi ospedali che non si concedeva mai al paziente, al massimo regalava un freddo sorriso e la speranza che il bisturi potesse fare il miracolo tanto atteso.

Poi Monti ha avuto una metamorfosi. A un certo punto del suo percorso ha scelto di buttare a mare le dichiarate intenzioni e ha cominciato a fare politica. Chi dice che sia stato sollecitato pesantemente dalla conferenza episcopale (ma molti vescovi di destra e di sinistra lo stanno redarguendo nelle ultime ore), chi dice che sia stato sospinto da quella nebulosa dei poteri forti che cambia sembianze ad ogni stagione politica e in questa è raggrumata attorno alla tecnocrazia europee. Chi dice che la politica gli sia in fondo piaciuta, e trovatemi uno che entrato nelle stanze del potere, coccolato da giornali e tv decida spontaneamente di farsi da parte.

Sta di fatto che il luminare della medicina serioso e rassicurante si è trasformato in un petulante polemista contro la nouvelle vague di sinistra, in un irritato censore delle scorribande berlusconiane, in un politicante esperto di liste e candidature. In tutto questa metamorfosi il professore ha mancato però il colpo principale. Quello che ha segnato le grandi leadership, che le ha trasformate in forza della natura, in uragano di voti e di consensi. Gli è mancata, gli manca, la passione. Con la stessa fredda meticolosità con cui all’inizio aveva elencato i problemi italiani, adesso si cimenta nella polemica con Fassina e con Alfano, pretende spazi in tv, usa la scimitarra contro tutti coloro che polemizzano con lui.

La passione però è un ingrediente fondamentale in politica. Per fare un governo tecnico o di emergenza può non esser necessaria. Anche se nei momenti di emergenza, Churchill insegna, bisogna saper trovare le parole giuste. Per fare politica in gara con gli altri invece la passione è necessaria. La passione in politica è quella cosa che ti spinge a stare da una parte, a vedere al di là dei suoi limiti, a scoprire un mondo di confratelli, a stanare un nucleo di nemici, a dare un senso alla propria vita e a quella di tutti. Oggi tutti si dichiarano politicamente agnostici. Ma è probabile che sotto le ceneri del qualunquismo dilagante gli italiani, popolo di politici passionali, stiano coltivando antichi sentimenti.

C’è modo e modo di suscitare passioni. C’è la passione che nasce dal sentirsi diverso, e fu sperimentata dall’ultimo Berlinguer, c’è la passione di considerarsi unica ancora di salvezza dell’Italia, ed era quella di Moro, c’era la passione di chi si muoveva contro le due grandi chiese della politica, ed era quella di Craxi, c’è stata poi la passione di Berlusconi, che ha portato nella transizione italiana i connotati delle società dell’est che scoprivano felici e rapaci il capitalismo senza regole, c’è oggi la passione di Grillo, civile, iconoclasta, sopra le righe.

Qualcosa mi dice che persino l’onesto Bersani sia un suscitatore di passione, cioè quel sentimento nella sinistra di essere di fronte alla terza, irripetibile prova di governo. Solo Monti non ha passione. Non ce l’ha dentro di sé e per questo non la trasmette. Il modo in cui tratta i propri avversari è saccente ma non galvanizza. Il modo in cui descrive se stesso e la sua compagnia di giro vuol essere rassicurante ma non mobilita. Può persino accadere che molti italiani lo voteranno per sovrano disprezzo verso la politica corrente, ma non si scorge in Moti quella tensione che devono avere i leader quando si staccano dalla massa dei politicanti e si offrono come guida a un paese incerto e impaurito. Non basteranno i guru pubblicitari di Vendola, a cui il premier si è affidato, a trasformare il prodotto-Monti.

C’è questa aria da minestra riscaldata, da brodino freddo, da verdurina per convalescenti che contrasta con un paese che vuole sperare e sognare. Così non va lontano. Pensate che ci fu un grande leader nero che sfondò la barriera dell’ostilità, della rassegnazione, dell’indifferenza dicendo solo: Io ho un sogno.

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