Al Senato il Pd rischia di scontare il suo peccato originale

Al Senato il Pd rischia di scontare il suo peccato originale

Il diavolo nel “Porcellum” sta, come è ormai noto e stranoto, nel sistema del premio di maggioranza al Senato, che, dovendosi esprimere per dettato costituzionale su base regionale, è alla fine esposto alle più mutevoli combinazioni e allontana la possibilità di una vittoria certa e inequivocabile. In particolare per la coalizione di centro-sinistra che intravede il pauroso replay dell’ultimo governo Prodi che vivacchiò per due anni, appeso com’era in Senato alla più o meno buona salute degli arzilli senatori a vita e alle ricorrenti paturnie del comunista Turigliatto.

Se infatti, pur nel groviglio in pieno movimento dei sondaggi, l’assetto del voto per la Camera risulta sufficientemente consolidato, l’autosufficienza della coalizione a Palazzo Madama è un sogno che sempre più si allontana. Eppure è un problema che era già stato superato definitivamente, e al riguardo la cultura politica di sinistra farebbe bene a riflettere sulla sua coazione a ripetere gli stessi errori venati da un sussiegoso “tafazzismo”.

È un tabù assoluto, un discorso proibito: e tuttavia aiuterebbe a capire molte cose. La sostanza è questa. Nel 2005, dopo quattro letture e approvazioni parlamentari, secondo il lunghissimo iter previsto dalla Carta, passa la riforma costituzionale del centro-destra. La riforma incentrata sulla “devolution” che trasferiva poteri e competenze alle Regioni sul modello britannico voluto da Tony Blair, introduceva altresì molti altri cambiamenti. Contestati e controversi come il rafforzamento dell’esecutivo e gli interventi sulla giustizia, ma anche mutamenti “ neutrali” utili in sé: come la riduzione di più di un terzo dei numero dei parlamentari (che dunque sarebbe in vigore da un pezzo) e soprattutto la fine del “bicameralismo perfetto” ovvero l’obbligo alle assemblee parlamentari di fare lo stesso identico lavoro. Una idiozia che complica e appesantisce inutilmente da più di sessant’anni la vita politica del Paese: certamente costituzionale, ma comunque una perfida idiozia del tutto sconosciuta in ogni altro Paese civile.

Ebbene la tanto vituperata riforma costituzionale già allora approvata divideva come è logico e sensato le funzioni dei due organismi democratici. Al Senato delle Regioni la competenza su molte materie legislative in gran parte nel rapporto con le autonomie locali, mentre alla sola Camera dei Deputati riservava l’esclusivo e solitario ruolo politico di esprimersi in maggioranza e minoranza e di votare o di ritirare la fiducia al governo.

Ecco che allora, Porcellum o non Porcellum, una sana fisiologia istituzionale (che cioè attribuisce alla sola Camera “politica” il potere del voto sull’esecutivo) era già stata raggiunta. E invece siamo qui ad almanaccare sui premi di maggioranza regionali in quel coacervo di complicazioni alla Azzeccagarbugli così caro alle corporazioni e al giuridicismo nazionale.

Perché quella riforma del 2005 è stata respinta? Perché c’è stato il referendum costituzionale che l’ha bocciato. Solo in Veneto e Lombardia hanno prevalso i “sì”: nel resto d’Italia il “no” fu massiccio anche per la durissima campagna sopra le righe che parlava di una riforma che “affamava il Sud” e che compiva un vero e proprio “attentato alla Costituzione”…

Ma è così scorretto chiedersi (e chiedere apertamente alla sinistra culturale e politica) se sia stato davvero saggio e lungimirante “buttar via anche il bambino insieme con l’acqua sporca” e cioè rinunciare ad ogni forma di innovazione, per imperfetta e incompleta che fosse, anche se aveva altri padri. O forse non conveniva intanto prendere i cambiamenti “buoni” che erano previsti e poi battersi subito per modificare quelli considerati “cattivi”. Non è che la spinta di tanti parrucconi che prosperano nello statu quo ha trascinato ad un immobilismo inutilmente rassegnato e costoso?

Già avere il coraggio (ma anche il buon senso) di parlarne, di vivere un dibattito non venato di pregiudizi sarebbe un notevole passo avanti. Chi scrive ci spera ma non si illude: perché i temi scomodi che chiamano in gioco i limiti e le miopìe di una parte vengono di solito ignorati con un moto di fastidio. Peccato. Perché è con questo atteggiamento ricorrente che la sinistra si condanna a rischiare di perdere e a lasciarsi scappare per l’ennesima volta “l’autobus della Storia”. E l’incubo del Senato ne è l’ultima, banalissima prova.

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