Please please me, il primo disco dei Beatles ha 50 anni

Oggi l’anniversario, ad aprile il Record Store Day

Il produttore George Martin convocò i quattro ragazzotti di Liverpool nella sede della Emi, a Londra in Manchester Square, e gli chiese di sporgersi dalla ringhiera della tromba delle scale. Sorriso. Clic! Ecco, in due righe, la copertina dell’album Please Please Me, nello scatto di Angus McBean, fotografo surrealista gallese. Da sinistra a destra, Ringo, da poco entrato nel gruppo, PaulGeorge e John. Il 22 marzo del 1963 uscì il primo Lp dei Beatles. Venne registrato, un mese prima, in sole quindici ore di lavoro, a eccezione dei singoli che erano stati suonati in studio nell’autunno precedente (Love me do e il brano che dà il titolo all’album).

Cinquant’anni e non sentirli. Melodico e irruento, diretto e sofisticato, ci sono tutte le carte del successo della band e le prime gemme di sperimentazione per quanto ancora acerbe. I Beatles confezionarono forse l’album più ballabile dell’intera discografia, pochi anni dopo sarebbero arrivati i capolavori (Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, 1967, White Album, 1968, e Abbey Road, 1969). Qui, siamo ancora nei paraggi dell’adolescenza – la canzone Please Please Me fu composta da John quando ancora abitava nella casa della zia Mimi – ma già con molte novità, dalla copertina “artistica” alla scaletta, composta da quattordici canzoni.

All’epoca, infatti, i trentatré giri ne avevano in genere sei per lato, i Beatles ne aggiunsero una per parte, chiudendo con l’energica Twist and Shout

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E Love me Do

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Cinquant’anni dopo, prendere quel vinile e poggiarlo sul piatto, con la puntina che scende tra i solchi e il fruscio prima del brano, non è un gesto d’antiquario. Il vinile, Lp o trentatré giri, gode di ottima salute. Negli ultimi anni, anche in condizioni di mercato recessive, si è mostrato in controtendenza, registrando, per esempio negli Usa, una crescita del 9% (dati di metà 2012). Lo scorso anno, secondo il recente report dell’International Federation of Phonographic Industry (Ifpi), è stato quello del ritorno al segno più per l’industria discografica: la crescita è dovuta alle entrate realizzate attraverso i canali digitali (downloads, abbonamenti e altri canali), che hanno raggiunto a livello globale il 34% del fatturato totale, pari nel 2012 a 16.5 miliardi di euro. Non succedeva dal 1999, l’anno della comparsa di Napster. In realtà, però, l’impatto della rivoluzione digitale è stato sovrastimato, lo spiegano alcune ricerche, appena pubblicate, del dipartimento Global Insights della Emi: negli Usa il 73% dei consumatori non ha mai sentito parlare di iCloud, il 68% non conosce Shazam e il 67% ignora cosa sia Spotify. La radio, nell’indagine, rimane lo strumento di fruizione principale.

In questo panorama, mentre le vendite dei cd continuano a calare, il vinile rappresenta una nicchia solida. L’analogico, dunque, resiste e rimonta, anche in Italia. L’Ifpi, rispetto a dati relativi al 2011, collocava il nostro Paese al settimo posto nel mondo per acquisti di Lp in vinile con 2,1 milioni di dollari di fatturato. A farla da padrone, in questo ambito, sono i negozi indipendenti, il vinile era sparito per vent’anni dai grande store ma non dagli scaffali dei negozietti, che occupano una fetta minoritaria ma significativa del mercato: un quinto dei dischi venduti (cd e Lp) passa da qui, o almeno da quelli rimasti, visto che negli ultimi anni molti hanno chiuso.

Proprio nell’era dell’immaterialità digitale a riappropriarsi di un oggetto fisico – dal suono caldo, per molti il migliore, e dalle copertine multicolori – sono, tra gli altri, i giovanissimi, quelli che i negozi di dischi, a differenza dei loro fratelli maggiori, quasi mai frequentano. Quelli che l’iPod è tutto e i cd manco li conoscono: «Succede che, da un po’ di tempo, i ragazzini, quelli che scaricano un botto di musica, entrino un po’ spaesati in negozio, e chiedano un vinile, quasi sempre di un gruppo del passato, i Doors o i Velvet Underground. I cd? Li comprano i trentenni», raccontano Marco Storai e Matteo Triggiani, titolari di Les Yper Sound a Torino, che con le sue inconfondibili serrande gialle è luogo culto sotto la Mole. Il vinile qui non è mai scomparso. Dentro, una comunità di fedeli si ritrova a scadenze periodiche, come in un villaggio, che diventa globale quando arriva un ordine dalle Filippine o dall’Australia.

I negozi di dischi, per chi li ha frequentati o li frequenta, sono uno spazio unico. Un luogo di ascolti e condivisione, un’icona. Nick Hornby in Alta fedeltà scrive: «Il negozio puzza di fumo rancido, di umido, e di copertine plastificate, ed è stretto e squallido e sporco e stipato… questo è l’aspetto che deve avere un negozio di dischi, e solo i fan di Phil Collins amano i negozi dall’aria pulita e salubre come un quartiere residenziale in periferia – e un po’ perché non riesco a decidermi a ripulirlo o a far rimbiancare le pareti». Le pareti di Les Yper Sound sono colorate e i pavimenti puliti, ma quel mondo letterario – anche quello raccontato da Graham Jones in Il 33° giro, gloria e resistenza dei negozi di dischi – ci sta tutto, con annesse stravaganze come pure il nome, ispirato a un 45 giri Psyché Rock di Pierre Henry e Michel Colombier, che già di per sé è un impasto linguistico. In Italia, il fenomeno è poco analizzato, in Gran Bretagna è invece uscito pochi mesi fa Last Shop Standingun film documentario che racconta la scomparsa di circa 2000 negozi di dischi in pochi anni. Mentre altri chiudevano, Les Yper Sound resisteva, l’antidoto: la specializzazione e un bacino di utenza fedele in un contesto metropolitano.

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E il ritorno del vinile? «Tre o quattro anni fa ci siamo accorti del rilancio e non a proposito di dischi del passato ma di ultime uscite. Come nel 2010, con High Violet dei National o Suburbs degli Arcade Fire. Lì è iniziato il sorpasso. E il calo dei cd è stato compensato dall’aumento di vendite di vinili. Ora, per esempio, per l’ultimo disco di David Bowie, The Next Day, abbiamo ordinato 20 Lp e 14 cd. E, tra poco, festeggeremo il Record Store Day». Non sono gli unici in Italia, anzi, la lista è lunga.

L’idea Record Store Day è di Chris Brown, impiegato di un negozio indipendente di dischi a Portland (cittadina del Maine da cui prese il nome il più popoloso centro dell’Oregon), che nel 2007 pensò a un evento per celebrare i negozi indie in Usa e nel mondo. L’anno dopo è iniziata la festa, come ormai ogni terzo sabato del mese di aprile. Quest’anno cadrà il 20 aprile ed è la sesta edizione. Sono previste centinaia di edizioni speciali di cd e vinili incisi per l’occasione (anche, da un po’ di tempo, prodotti major spesso poco sensibili a iniziative simili), performance di musicisti e mostre d’arte. A Rough Trade East, il più grande negozio di dischi indipendente d’Inghilterra (situato nell’area orientale di Londra in prossimità di Brick Lane) ci sarà il lancio ufficiale con il concerto di Tom Odell. Ambasciatore mondiale di questa edizione, dopo Iggy Pop nel 2012, sarà Jack White, ex White Stripes.

Ah, comunque, stavamo parlando di Please please me dei Beatles. Ecco il disco in versione integrale. Buon ascolto:

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