Cosa sono i Big Data, opportunità o nuovo Big Brother?

Dubbi per la privacy

«Qualche giorno fa mentre ascoltavo Mahler nella mia biblioteca, mi sono girato e ho guardato il computer sopra il tavolo. Mi sembrava piccolo». Leon Wieseltier, fine intellettuale di estrazione liberal, non ci sta alla riduzione del mondo a una serie di algoritmi sofisticati, dati e informazioni. Un’esistenza quantificata in grado di predire il futuro come vorrebbe la religione dei Big data. Wieseltier su New Republic la definisce «un’altra superstizione, un totalitarismo deformante, una falsa liberazione. La tecnologia ci sta trasformando in brilliant fools». Che si potrebbe tradurre in “idioti brillanti”.

Ogni giorno la miniera dei Big data si arricchisce di nostre informazioni prodotte da social media, blog, portali di e-commerce, siti di informazione, motori di ricerca. Enormi aggregazioni di dati che raccolgono gli umori della rete. Tanto grandi e complessi che richiedono, per essere trattati e analizzati, strumenti tecnologicamente avanzati. Il New York Times li ha definiti: «Informazioni genomiche combinate con software intelligenti che cercano di dare un senso a tutto». Si tratta di un magma in espansione che fa gola a molte aziende. «Il 90% dei dati esistenti sul pianeta sono stati generati negli ultimi due anni. E il volume delle informazioni cresce al ritmo di 2,5 quintilioni di byte al giorno» spiega Ibm, che ha annunciato nuove tecnologie progettate per aiutare le imprese pubbliche e private ad affrontare la sfida dei Big data, rendendo più semplice, veloce ed economico analizzare enormi quantità di dati.

Sembra ormai possibile predire scenari futuri – eventi politici o ambientali – gli sbalzi della Borsa, suggerire pubblicità, riconoscere i target, l’orientamento dell’opinione pubblica e i sentimenti della rete. Siamo alla datafication, datificazione di ogni aspetto della vita umano, anche un comportamento può essere quantificabile (Wieseltier è apertamente critico con la sentiment analysis, l’analisi delle opinioni e anche di più; «i Big data del cuore»). I Big data, secondo Kenneth Cukier e Viktor Mayer-Schonberger autori di Big Data: A Revolution That Will Transform How We Live, Work, and Think , rivoluzioneranno il mondo e il nostro modo di vivere. Per Cukier, l’accesso a grandi quantità “confuse” di dati porrà nuovi problemi anche ai giornalisti nello studio delle correlazioni tra dati (in Italia uno dei più entusiasti, nel settore, è Gianni Riotta: Sarà l’anno dei Big Data. Dal secolo delle masse al secolo delle persone). E qualcuno allude: «Finiremo per intervistare dei database?».

Recorded future è una società, con sede negli Usa e in Svezia, specializzata in web intelligence e analisi predittiva. Ha ricevuto finanziamenti sia da Google sia dalla Cia, tramite i rispettivi rami di investimento, Google Ventures e In-Q-Tel. Mission della compagnia è la vendita di previsioni analitiche a privati o agenzie governative con l’obiettivo di registrare il futuro prima che accada. Si va dalle campagne giudiziarie che un’azienda dovrà affrontare al rischio di un attacco terroristico, da quando ci sarà il prossimo cambiamento economico alle nuove tendenze di moda. Recorded Future, attraverso un temporal analytics engine, setaccia la rete e le pagine web creando collegamenti logici tra un documento e l’altro, articoli di giornale, documenti governativi, update di Twitter, report economici, con l’ambizione di scrivere ciò che accadrà estrapolandolo dai Big data.

Algoritmi sempre più potenti renderanno più sofisticato il data mining, l’insieme di tecniche e metodologie che hanno per oggetto l’estrazione di un sapere o di una conoscenza a partire da grandi quantità. Gli esperti di marketing sanno di non poterci rinunciare, nemmeno le aziende: per quanto possa essere dispendioso sono alla caccia di domande e risposte non ancora formulate. Facebook, Amazon, Instagram, Twitter, Google scansionano i nostri dati senza che ce ne accorgiamo, i dati privati, personali e sensibili, sono un prodotto, tanto che molti ritengono che i social network siano più strumenti per conoscere i propri “adepti” che software.

I Big data sono, dunque, risorsa o insidia per la privacy? Secondo Kenneth Cukier, intervistato da Lsdi, il problema si è spostato dalla privacy al calcolo probabilistico: «Un algoritmo potrà prevedere se avremo un infarto, se smetteremo di pagare il mutuo o se potenzialmente saremo nelle condizioni di commettere un atto criminale». Ma, nonostante soprattutto per la scienza siano un’opportunità inestimabile, l’attacco alla privacy resta all’ordine del giorno, anzi si acuisce, al di là di ogni policy. «Big Brother si è trasformato in Big Data», scrive James Fontanella, editorialista del Financial Times, in un articolo per East riportato da Europa: «L’onnipresente Grande fratello di George Orwell non si è mai veramente materializzato nel 1984. Ma c’è un nuovo occhio intrusivo, simile a quello immaginato dallo scrittore britannico, che comincia a preoccupare gli attivisti europei in difesa dei diritti civili».

In sede europea Viviane Reding, commissaria alla giustizia e per i diritti fondamentali, ha proposto un quadro di regolamentazione per armonizzare fra loro le norme di protezione dei dati in vigore nei 27 Paesi membri dell’Unione, al fine di evitare un uso improprio delle informazioni fornite alle grandi imprese attive sul web. Intervenendo alla seconda conferenza sul Cloud Computing, ha ribadito: «Se le imprese extra-Ue vogliono approfittare del mercato europeo, con i suoi 500 milioni di clienti potenziali devono giocare secondo le regole europee». Jan Philipp Albrecht , giovane parlamentare europeo dei Verdi, ha presentato una versione più radicale della proposta Reding, in cui chiede che, nell’era di Google e YouTube, venga comunque rispettato il «diritto ad essere dimenticati». Il diritto all’oblio.

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