Quando a Hollywood nessuno voleva fare “Psycho”

Per produrre il film Hitchcock ipotecò la sua casa

Arrivare a 60 anni e sentire che intorno t’immaginano già sul viale del tramonto. Certo il tuo ultimo film, che è Intrigo internazionale, sta lenendo la delusione per il sostanziale insuccesso del precedente, che era La donna che visse due volte (miglior film della storia del cinema, secondo l’ultima classifica di Sight and sound). Insomma, ti chiami Alfred Hitchcock, sei entrato in età da pensione, i produttori ti trattano in modo compassionevole da venerabile maestro un po’ rincoglionito, e tu invece ti senti addosso la voglia di un ragazzo, hai la chiara convinzione che no, non è finita lì. Anzi tu, che hai iniziato col muto nella natìa Inghilterra e sei asceso allo star system californiano, proprio adesso percepisci nettamente che un’altra stagione sta arrivando: l’esperienza in televisione con una serie che porta il tuo nome t’ha fatto capire che il cinema si può fare anche a costi minori, senza divi, pigiando sul pedale della sperimentazione. Insomma, Hollywood ancora non l’ha capito ma tu stai covando una rivoluzione. Si chiamerà Psycho.

Nel 1960, ipotecandosi la casa perché i tycoon della Paramount non ci credono nel progetto, il vecchio Hitch realizza un’autentica pietra miliare della settima arte, reparto brivido. Trasforma una squalliduccia storia di adulteri da motel, con tanto di soldi rubati, nel ritratto del più celebre cine-psicopatico del Novecento, Norman Bates; fa morire l’unico nome di richiamo del cast, Janet Leigh, e costruisce il resto della storia sul volto giovane e inquietante di un personaggio – Perkins ne rimarrà prigioniero per il resto della carriera – che entra in modo del tutto casuale negli ingranaggi della storia, dopo già mezz’ora di racconto. Hitch ama e odia le sue attrici bionde, sofisticate e gelide ma piene di fiamme appena sotto la superficie (per dire, Marilyn Monroe non gli va bene perché c’ha «il sesso scritto in faccia»): la Leigh la fa accoltellare sotto la doccia, in una rapida successione di brevi dettagli e primi piani, gonfi di una violenza perversa, con quei colpi affilati branditi su un nudo corpo bagnato (nelle riprese l’attrice aveva scoperte solo le parti di pelle inquadrate), il tutto montato su una sferzata di note acute per archi, inventata dal genio puro di Bernard Herrmann, fedele suo compositore.

Insomma con Psycho (nell’edizione italiana chissà perché perde la h e diventa Psyco) costruisce un autentico mito, che da subito gode di venerazione e successo (è il massimo exploit commerciale del regista), inseguiti in operazioni costruite nel corso degli anni sulla fama del film. Tre sequel (Psycho II del 1982, Psycho III del 1986, Psycho IV del 1990), un film che riprende nella sua trama la figura di Bates (Il motel della paura del 1987), un remake realizzato rifacendo scena per scena tutto il film, per la regia del grande Gus Van Sant (Psycho del 1998). Negli Usa proprio in questi giorni va in onda una serie tv costruita come un prequel di Psycho e intitolata Bates Motel. E intanto nei cinema italiani il 4 aprile esce Hitchcock di Sacha Gervasi, che racconta i retroscena del set di questo capolavoro, con Anthony Hopkins nei panni – molto allargati – del regista ed Hellen Mirren che interpreta sua moglie Alma Reville, sua preziosa collaboratrice lungo tutta la carriera e solo di recente oggetto di giusta rivalutazione per l’importante ruolo giocato nelle opere del marito.

La coppia Hopkins-Mirren in questo gioco delle parti è straordinaria, divertente al punto giusto; Scarlett Johansson è una deliziosa Leigh. Forse la ricostruzione è un po’ buonista: Hitch è raccontato nelle sue ossessioni per il cibo, quasi niente in quelle sessuali, derivanti anche da una rigida educazione cattolica fornita da una madre oppressiva, e proprio nulla sul suo complesso della bruttezza estetica, che lo perseguitò tutta la vita (lui che sognava di essere come il connazionale Cary Grant…). Tuttavia la pellicola funziona, piena com’è d’amore per un regista con il culto della forma e sempre al servizio del pubblico, capace di coniugare – come tanti maestri di Hollywood – l’estetica col dollaro. Hitchcock, ai tempi di Psycho, era considerato solo un asso del botteghino; solo in seguito, grazie soprattutto al gruppo di nuovi critici francesi della Nouvelle Vague, sarebbe stato riconosciuto come uno dei massimi autori del cinema. Se solo ci fermiamo al segmento della sua carriera, dal 1958 al 1963, che vede Psycho come centro mediano, l’impressione è stupefacente: in successione sforna La donna che visse due volte, Intrigo internazionale, Psycho e Gli uccelli. Basterebbe uno solo di questi titoli per fare un’intera carriera di un qualsiasi grande regista, Hitchcock li piazza in fila nel giro di un lustro.

Psycho ha cambiato per sempre i canoni della paura, della creazione di suspense. Ma è anche qualcosa di più. Hitch inventa personaggi nuovi, pescandoli nella triste hopperiana paranoica solitudine dei disperati di provincia, entra nei gorghi della malattia, spiazza lo spettatore con un cambio improvviso e traumatico (anche letteralmente: un omicidio efferato) di protagonista. Non è semplicemente un discorso sul genere, è sulla drammaturgia che Hitchcock attua la sua rivoluzione.

E dunque colpisce ma non sorprende che uno degli autori indipendenti americani emergenti, Derek Cianfrance, citi esplicitamente il capolavoro hitchcockiano nel suo ultimo lavoro Come un tuono, anche questo in uscita da noi il 4 aprile. In cui la star di punta, Ryan Gosling, muore ucciso a un terzo del film e poi la storia cede il passo a un altro personaggio, interpretato da Bradley Cooper (che poi lo cederà a sua volta a una coppia di personaggi, nell’ultima parte del trittico). Intendiamoci, qui non ci sono madri in cantina o motel dei misteri, nessun Perkins con la personalità disturbata e niente docce pericolose, ma piuttosto rapinatori di banche in moto e poliziotti ambiziosi, solitudini esistenzialiste e gioventù sbandate, padri in cerca di figli e figli in cerca di padri. Tutta un’altra storia. E tuttavia il biondissimo platinato Gosling a proposito del suo personaggio, Luke il bello, ha avuto buon gioco nell’ammettere: «Non mi sono mai sentito Janet Leigh come ora in vita mia». Come battuta, niente male.

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