Avellino, fuori dal tempo ancora all’ombra di De Mita

Rottura tra Pdl e Udc difficile l’elezione di un sindaco demitiano

«Lei è dell’associazione?» «No, io sono il candidato sindaco…»
«Quella che dovremmo presentare sul palco? E me lo dice adesso?!».
Il Varietà 5 Stelle ha inaugurato lunedì 13 ad Avellino il suo tour amministrative con questo fuori programma tra Beppe Grillo e Tiziana Guidi, aspirante prima cittadina, degno dei fratelli De Rege. Un approccio bonario, un po’ da commedia degli errori, in linea con la battaglia elettorale del capoluogo irpino, piena com’è di parentele momentaneamente spaccate, di ex amici pronti a ritornare amici, di avversari diventati alleati e alleati futuri ma per ora no. 

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Lo stesso Grillo è venuto sì a sparare sul capoccia locale per eccellenza, Ciriaco De Mita, ma in fondo i botti sono più che altro tric-trac («vi sotterrerà tutti»), conditi di pubbliche rievocazioni di quando l’ex premier, ai bei tempi andati, gli andava a fare i complimenti in camerino dopo gli spettacoli: come non ricordare che l’arruffato Beppe approdò e ascese nella Rai anni ’80 quando questa era fermamente demitiana e che fu espulso per via dei socialisti, mica dei democristiani?

L’oggi racconta che queste elezioni sono il gioco del 9, perché tanti sono i candidati, e che in questo gioco si consuma la stagione del vecchio patriarca di Nusco all’insegna del centrismo dissidente virato a destra, proprio lui che guidò la sinistra Dc. Fino all’altro ieri l’Udc demitiana era ferreo alleato del Pdl, e il disegno prevedeva l’esaudimento finale di un desiderio antico: la conquista con un suo uomo, da parte dell’ex segretario della Balena bianca, del capoluogo, dove ha sempre pesato di più Nicola Mancino, rappresentante della città in Parlamento – sponda Senato – per un trentennio, con un unico slogan immodificabile come il potere: «Un voto collaudato». Collaudatissimo, in effetti.

Ma i piani strategici di De Mita sono saltati perché il Pdl non ha voluto cedere la guida dell’amministrazione, intravvedendo la possibilità di colorare finalmente d’azzurro-berlusconi il municipio avellinese. Rottura inevitabile tra le due parti, ma nemmeno troppo traumatica per il leader locale del Pdl, Cosimo Sibilia, figlio del mitologico Antonio, presidente dell’Avellino Calcio in serie A, palazzinaro novantenne dalla voce inalterata di cemento e nicotina. Cosimo è stato l’ultimo presidente della Provincia di Avellino, prima del commissariamento scattato per le sue dimissioni in vista della ricandidatura in Senato alle elezioni di febbraio. Per qualche tempo è stato marcato stretto in Provincia dal demitismo nella sua incarnazione nepotistica: la presenza rispondeva al nome di Giuseppe De Mita, un uomo un vice: vice del conte zio per gli affari politici locali già dai tempi della Margherita, vice di Sibilia in Provincia, vice di Caldoro nella giunta regionale, a febbraio diventa deputato e in provincia si diffonde la voce per lui di un viceministero: la forza dell’abitudine, ma l’operazione non scatta, anche perché non è mai esistita.

La bufera silenziosa che attraversa i destini nazionali del centrismo di Scelta civica ad Avellino in vista delle comunali assume una caratterizzazione bifamiliare. L’Udc e i montiani vanno ognuno per sé ma i contendenti li pescano nella stessa pentola: sono cognati. L’Udc ha Costantino Preziosi, dirigente dell’azienda locale dei trasporti, i montiani hanno scelto Virgilio Cicalese, primario di Urologia nell’ospedale cittadino. Primario, e sempre in quell’ospedale ma reparto rianimazione, è anche il vecchio sindaco, Giuseppe Galasso, che nel volgere di pochi mesi ha compiuto una rapida navigazione nel mondo dei partiti che Depretis avrebbe solo da prendere appunti: a un certo punto, si dimette da sindaco, ruolo rivestito per due consiliature e ormai in scadenza, per partecipare alle parlamentarie del Partito democratico, di cui è un peso massimo in città. Ma solo in città: infatti alle consultazioni fa il botto nei suoi quartieri fedeli ma appena fuori le mura raccoglie poco e niente e sfuma così il sogno di diventare onorevole. La prende così sportivamente che in breve lascia il Pd e passa con Monti, poi però anche lì non si trova a suo agio, litiga e per le elezioni comunali fa una propria lista civica in appoggio al candidato sindaco pidiellino. Che si chiama Nicola Battista e tanto per non sbagliare fa il medico pure lui.

È in consiglio comunale da quasi un ventennio, berlusconiano ortodosso, e tutti lo ricordano perché ha parlato in consiglio sì e no quattro volte. Anche in campagna elettorale sta zitto, soprattutto coi giornalisti. L’unica frase che si è concesso apre squarci metafisici sul concetto di democrazia dell’alternanza: ha detto che il vecchio sindaco Galasso, di cui è stato in teoria oppositore per dieci anni e che ora è suo prezioso alleato, beh sì anche quand’era sindaco, e insomma quando era berlusconianamente comunista, tutto sommato «non è mai stato un avversario». E cosa è stato?, ci sarebbe da domandargli. Ma è inutile: Battista non parla.

Chissà se Galasso verrà mai considerato un avversario da Angelo D’Agostino, leader montiano in città con cui pure ha rotto di recente, grosso costruttore che proprio con l’ex sindaco governante ha avuto una serie di grossi appalti mica da poco, tra cui un tunnel ancora non finito nel pieno centro cittadino, che rappresenta una delle più strepitose prove dell’incomprensibilità urbanistica meridionale. Oggi D’Agostino siede alla Camera dei deputati dove ha raccolto un primato in realtà non troppo memorabile: è il primo deputato di questa legislatura verso cui è scattata una richiesta d’autorizzazione a procedere, nell’ambito di un’inchiesta della procura romana.

La corrente medica, paramedica e palazzinara dell’Avellino politica si completa con il Pd, qui peraltro perfettamente in linea con la crisi di nervi che il partito vive sul piano nazionale. Da che cominciamo? Dal fatto che il vincitore assoluto delle parlamentarie, il senatore uscente Enzo De Luca, è stato poi trombato al voto e oggi sta fuori da tutto? Dal fatto che le primarie per il candidato sindaco sono saltate per impraticabilità di campo? Che le liste sono finite in procura per iniziativa di una parte dello stesso gruppo dirigente pd a causa di irregolarità nelle firme? Il Pd si è affidato a Paolo Foti, costruttore ed ex presidente dell’Ance, che deve temere una migrazione sotterranea di voti ex diessini in favore di Sel, che qui balla da sola col neoparlamentare Giancarlo Giordano. I democrat rischiano grosso, e non è un caso che il nuovo segretario nazionale Guglielmo Epifani abbia deciso di cominciare qui (domenica 19 maggio), esattamente come ha fatto Grillo, il suo tour nelle città al voto.

Completano il quadro degli aspiranti alla fascia tricolore due ex assessori di Galasso che si sono candidati per conto proprio, Gianluca Festa e Sergio Trezza (certo che coesione quella vecchia giunta, che unità ideale di intenti…), oltre a Vincenzo Quintarelli di La Destra. Nove candidati. Inutilmente troppi, indice di diffuse ambizioni in eccesso. Al buon Foti, parlando del voto, un bel giorno è scappato un sincerissimo «benvenuti nel Vietnam». Forse, guerra per guerra, sarebbe stato più appropriato un riferimento ai balcani, ma dei balcani a bassa anemica intensità, litigiosi e consociativi assieme, per una città palesemente senza bussola, brutta senza averne l’aria forse perché non grande né popolosa, indifferente perché solo con l’indifferenza di sé si può spiegare che sulla strada principale, il Corso, ci siano i buchi neri e i crateri e i cantieri del dopo terremoto del 1980, per non dire dell’arredo urbano a base di sacchetti d’immondizia.

Una città fuori tempo perché in ritardo, nella quale a conti fatti, mentre in tutta Italia ci si divide tra berlusconiani e anti-berlusconiani (e forse si va superando anche questo), la lotta si svolge inossidabilmente tra democristiani e anti-democristiani. E forse non è un caso che medici e costruttori trabocchino in questa competizione elettorale, come due categorie simbolo di complementari illusioni: guarire dal grigiore attuale ed erigere un futuro. Certo è che il pomeriggio del 27 può succedere di tutto. Il ballottaggio appare certo, si tratta solo di vedere fra chi. In ultimo accadrà che il criterio definitivo per consegnare le chiavi del Comune sarà quello del presunto male minore. Una volta di più. 

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