Kirchner non riesce a resuscitare la Vaca muerta

L’Argentina compra all’estero il combustibile: +52% rispetto al 2012

Filo di perle, vestito nero come da protocollo. Cristina Fernández de Krichner, nel salone delle Donne argentine del Bicentenario, pronunciava un discorso trionfale. L’espropriazione della società petrolifera Ypf alla multinazionale spagnola Repsol, che ne possedeva il 51 per cento, era, in sostanza, cosa buona e giusta. «È il recupero della sovranità nazionale» per gli argentini, diceva in diretta televisiva, a reti unificate, il 16 aprile 2012.

Nel suo discorso carico di simbologia peronista, stringeva in mano una piccola statuetta di Evita, piena di oro nero: «Le risorse dello Stato devono essere ben gestite», affermava, non prima di aver accusato Repsol di svuotare il Paese. Poi ancora: «La curvatura del disinvestimento della Repsol in Ypf assomiglia alla proboscide di un elefante». Una frase studiata a tavolino, visto che pochi giorni prima la Spagna era alle prese con la discussa caccia all’elefante in Botswana del re Juan Carlos. 

La presidentessa giurava «di mettere tutto l’impegno per restituire alla Ypf il posto che gli spetta». E prometteva di farlo con professionalità. «Dobbiamo proteggere l’industria nazionale e i suoi consumatori. È una guerra di secessione rovesciata: stavolta il Sud ha vinto sul Nord». Insomma, il governo dichiarava come obiettivo prioritario il raggiungimento dell’autosufficienza energetica, lo sfruttamento, l’industrializzazione, il trasporto e la commercializzazione degli idrocarburi.

Guerra di secessione a parte, poco più di un anno dopo, le promesse della Krichner però sono rimaste tutte racchiuse in quella statuetta di Evita Perón. Come nel «tango della Vaca Muerta», profetizzato dal Financial Times

Dati alla mano, i conti della Ypf, a un anno di gestione pubblica, non sono dei migliori: il reddito netto nel 2012 è sceso del 20 per cento rispetto al 2011, nonostante gli scioperi continui registrati nel secondo trimestre. E il risultato operativo segna -0,2 per cento (misurazione in dollari), favorito dal tonfo del 26 per cento della redditività sul patrimonio netto e un debito che è schizzato a 180 milioni di euro. Con un aggiunta: il forte aumento dei costi, passato dal 7 per cento nel 2011 al 12 l’anno dopo. Le riserve poi sono diminuite, la produzione di crudo, gas naturale e Gpl segna uno 0,6 per cento in meno e, per finire, la vendita si è ridotta del 7 per cento. Insomma Ypf ha perso 1,4 punti sul mercato del petrolio. 

Ma c’è di più: Vaca Muerta, 30 mila kmq che attraversano il bacino di Neuquén, nel sudest del Paese, il terzo maggior giacimento mondiale di gas di scisto – e forse il vero motivo della nazionalizzazione di Ypf -, continua a non essere sfruttato. L’Argentina non ha trovato ancora nessun investitore pronto a sborsare 5,6 milioni di euro tra il 2013 e il 2017: l’ultimo possibile accordo con la statunitense Chevron è saltato.

Per capire la situazione bisogna fare un passo indietro fino allo scorso maggio, quando la Casa Rosada chiamava Miguel Galuccio alla dirigenza della società appena nazionalizzata. Galuccio ad agosto presentava un piano strategico per lo sfruttamento della riserva di Vaca Muerta con un investimento – e qui sta il problema – di 37,2 milioni di dollari (28,5 milioni di euro). Il 70 per cento sarebbe stato finanziato dalle casse della Ypf, il 18 per cento con emissioni di debiti e il 12 per cento con capitale straniero, cioè quei 5,6 milioni di euro citati. Così un mese dopo la presentazione del prospetto, Juan María Garoby, esecutivo della Ypf, dichiarava a Huston che entro i primi tre mesi del 2013, l’Argentina avrebbe avuto il suo socio straniero per i giacimenti di Vaca Muerta.

Il trimestre è passato ma quell’investitore non è arrivato. Ypf ha firmato dei preaccordi con la multinazionale Chevron, con l’argentina Bridas e con il gigante petrolchimico statunitense Dow. Ma nessuna di queste compagnie ha messo un dollaro sopra il tavolo della trattativa. E la foto di Galuccio, insieme a Cristina Fernández e al presidente di una qualche company del petrolio non si è ancora vista. 

Il problema è che a Buenos Aires non si parla mai dei soldi che lo Stato deve sborsare prima o poi alla Repsol. La compagnia spagnola continua ad esigere dal governo 8 milioni di euro per la «confisca» dei suoi beni. Come risultato, Repsol ha citato in giudizio prima l’Argentina, poi ha minacciato i potenziali partner della Ypf – tra cui appunto la Chevron – in merito all’affaire Vaca Muerta. Ed è disposta a continuare a denunciare qualunque accordo firmato con «rappresentanti illegali». 

Seppellita l’ascia di guerra, la Krichner lo scorso febbraio ha offerto alla Repsol la somma di 4,5 milioni di euro tramite lo sfruttamento di una parte di Vaca Muerta, a condizione che la società iberica ritirasse tutte le denunce e investisse il ricavato nel Paese. Ma il Cda, presieduto da Antonio Brufau, ha rispedito l’offerta al mittente, non senza immaginare la disperazione del governo argentino nel cercare un’intesa proprio con chi aveva fatto la guerra. 

Eccolo, dunque, il tango argentino: «L’unico obiettivo di rubare a Pietro per pagare Paolo è ingannare il popolo. Chapeau», scriveva il giornale economico del Regno Unito, sui pericoli del nazionalismo industriale contemporaneo.

Per i più critici l’economia di Buenos Aires è sull’orlo del precipizio: un dollaro costa circa cinque pesos, ma al mercato nero ha già superato gli otto. Il Pil nel 2011 è cresciuto dell’8,9 per cento, ma in 12 mesi è sceso fino a toccare il 2 per cento. In più lo scorso febbraio, il Fondo monetario internazionale (Fmi) per la prima volta ha bacchettato l’Argentina, accusata di aver manipolato le statistiche. L’inflazione ufficiale si aggira attorno al 10 per cento. Quella non ufficiale al 25. Ed è su quest’ultima che la Casa Rosada negozia gli accordi salariali. 

Insomma, Vaca Muerta (vacca morta) non resuscita. E l’acquisto di combustibile all’estero è aumentato del 52 per cento nei primi due mesi del 2013 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Come se non bastasse, le inondazioni a La Plata della settimana scorsa hanno causato un incendio nella più grande raffineria della Ypf: il Paese sarà così costretto a importare un 6 per cento in più di idrocarburi.

«Sarà complicato trovare i soldi per finanziare quel piano strategico», conclude il Financial Times. «Queste sono le conseguenze, e i costi, di una decisione politica controproducente».

Twitter: @daenerys14

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