Ozon e Soderbergh, a Cannes Festival con scandalo

La kermesse cinematografica fino al 26 maggio

“Vedremo i film, ne parleremo e vi presenteremo il risultato [della nostra discussione]. Qui non ci sono campagne come agli Oscar, ed è una boccata d’aria fresca.”
Steven Spielberg, presidente della Giuria di Cannes 2013

L’uno con la sua giovanissima splendida odalisca che sceglie di fare la prostituta per piacere più che per soldi, l’altro con un personaggio ultra-gay come il pianista Liberace, famoso in America tra gli anni ’50 e ’70, impersonato da Michael Douglas: François Ozon e Steven Soderbergh promettono di dare scandalo a Cannes con i rispettivi “Jeune & jolie” e “Behind the candelabra”.

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Due registi diversissimi, Ozon e Soderbergh, eppure con straordinarie somiglianze. Innanzitutto la prolificità: sono entrambi registi da un film all’anno. Tra i grandi autori contemporanei, forse solo Woody Allen regge il ritmo. Una creatività esplosiva che li porta a concentrare nella propria persona più ruoli che completano appieno l’autorialità: più legato all’ideazione drammaturgica Ozon, sempre scrittore dei propri film; predisposto anche a compiti più tecnici, Soderbergh, cui va riconosciuta una conoscenza della macchina-cinema piuttosto rara, essendo egli anche direttore della fotografia e montatore, ruoli per i quali si firma con i nomi dei genitori, Peter Andrews e Mary Ann Bernard.

Ozon ha il profilo dell’autore europeo, dal tratto raffinato, ideatore di complesse e potenti costruzioni narrative: si direbbe un regista da adorazione festivaliera, se non fosse che spesso è stato clamorosamente snobbato finora negli appuntamenti importanti cui ha partecipato. Soderbergh ha invece una naturale propensione americana per lo spettacolo, prestandosi senza snobberie a operazioni di puro entertainment del tipo “Ocean’s Eleven”, eppure ha conosciuto il successo planetario al suo esordio nel lungometraggio, a soli 26 anni, proprio a Cannes con “Sesso, bugie e videotape”, premiato addirittura con la Palma d’Oro.

Sulla Croisette in questi giorni portano due film che si propongono come esplorazione della sessualità, e lo fanno dopo aver entrambi messo sotto la propria lente la cerebralità, il viaggio nella mente come patologia e creatività, nelle due pellicole che sono presenti da qualche settimana nelle sale italiane: “Nella casa” ed “Effetti collaterali”. Due film pensati come thriller con più di un debito verso Hitchcock e perfino Allen (Ozon cita “Match Point”; la psicanalisi è la traccia reggente del newyorkese “Effetti collaterali”), nei quali si fa un uso abbondante del colpo di scena, che ha un effetto più spiazzante e alienante che spettacolare: non è un caso che entrambi i film si concludano con ricoveri per far riposare la testa.

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Con “Nella casa” Ozon compie un imprevedibile cammino nell’invenzione di storie: uno studente liceale avvince il professore di lettere con i suoi temi, in cui racconta – ogni tema è un capitolo – come si introduce nella vita familiare di un suo compagno di classe: un’opera di seduzione a cerchi concentrici che si ribalterà poi su chi legge quei racconti. Molti hanno tirato in ballo “Teorema” di Pasolini, ma c’è molto di “Lolita”, seppure su un versante maschile. Omosessuale, seppure rivelato solo alla fine e in maniera del tutto sorprendente, è invece il motore che muove “Effetti collaterali” tra farmacologia psichiatrica e ambizioni di affermazione sociale e professionale. Soderbergh conferisce status di personaggi alle pillole prescritte dal dottor Jude Law, attraverso le quali la storia conosce i suoi snodi fondamentali.
Cosa c’è alla fine di entrambi i percorsi? Ci sono due desideri che soccombono perché sostanzialmente impotenti, saturandosi in malattia. Finali amari: anche se è alleggerito e sostanzialmente pacificato quello di Ozon, mentre è beffarda e volutamente cattiva la scelta di Soderbergh.

I due instancabili lavoratori delle due cinematografie più floride del mondo sono ora attesi al giudizio del più importante tra i festival. Ozon con un ritratto femminile, genere in cui eccelle, che sembra avere tutte le caratteristiche per acquisire titoli sui giornali, Soderbergh con un piccolo film che negli Usa non uscirà nei cinema ma andrà in tv perché è solo grazie alla tv che ha potuto essere realizzato, dopo i rifiuti opposti dalle major perché opera “troppo gay”: chissà, forse avrebbe dovuto far tesoro del prezioso consiglio che lui stesso diede poco tempo fa ai giovani registi che intendono presentare i propri progetti ai produttori: “Potete trattare di qualunque cosa, di genocidi, delle peggiori ingiustizie, ma a un certo fermatevi a metà della vostra frase e come avendo un’epifania, dite: ‘questo è un film sulla speranza’ ” (qui il video dell’intervento del regista sullo “stato del cinema”, con trascrizione).