Arrestata la famiglia Ligresti e l’ex management Fonsai

Procure contro: Milano vs Torino

17 luglio 2013
Secondo quanto riporta la Repubblica, la Guardia di Finanza avrebbe eseguito sette ordinanze di custodia cautelare emesse su richiesta della Procura di Torino «nei confronti dei componenti della famiglia Ligresti, Salvatore e i suoi tre figli, e i due ex amministratori delegati Fausto Marchionni ed Emanuele Erbetta e l’ex vice presidente pro-tempore Antonio Talarico». Scrive la Repubblica che le ipotesi di reato sarebbero relative alla contestazione dei reati di «falso in bilancio aggravato e di manipolazione di mercato». Il quotidiano spiega che si contesta «l’occultamento al mercato di un “buco” nella riserva sinistri di circa 600 milioni di euro».

Da un lato una procura, dall’altro un’altra squadra inquirente. Milano e Torino. In mezzo Fonsai, Premafin, l’ad di Mediobanca, il rischio che salti l’operazione Unipol e l’eventualità che quest’estate si profili addirittura un conflitto giurisprudenziale attorno alla parola, anzi il reato di aggiotaggio. Sono i confini entro i quali si muovono i fascicoli di queste delicate inchieste. Non solo perché toccano la famiglia Ligresti e sfiorano il salotto di Piazzetta Cuccia, ma anche perché sulle competenze le procure non scherzano. E ci sono dei precedenti storici. Basti pensare al caso Ifil- Exor che nel 2006 toccò proprio le procure di Milano e Torino.

Allora i magistrati della Mole nell’ambito dell’inchiesta sull’operazione che nel 2005 consentì a Ifil di mantenere il 30% di Fiat, avevano iscritto nel registro degli indagati per manipolazione del mercato e ostacolo alla Vigilanza Gianluigi Gabetti, presidente Ifil, Franzo Grande Stevens e Virgilio Marrone, consigliere di Exor. Milano dal canto suo si mosse prima con un fascicolo Modello 45 (ovvero senza indagati) con l’obiettivo di indagare sullo stesso reato. Ci fu un incontro riservato e i due uffici inquirenti rimasero sulle rispettive posizioni. Milano non voleva mollare il fascicolo, mentre Torino sostenne che gli eventuali reati sarebbero stati commessi dove ha sede la Ifil: all’ombra della Mole.

Accettare a priori la tesi secondo cui il reato esiste dove viene consumato (la sede legale) e non dove se ne vedono gli effetti (la Borsa di Milano) avrebbe messo a repentaglio anche un’altra inchiesta, quella su Antonveneta (Di questi giorni è invece la questione Unicredit-Brontos tra Bologna e Milano). Si arrivò allora allo scontro tanto da tirare in ballo la procura generale della Cassazione. A giugno dello stesso anno si pronunciò il Pg Gianfranco Ciani: vale il principio della pedopornografia cioè conta la sede del pc che immette il materiale osceno in rete. Nel caso di aggiotaggio informativo competente non sarebbe sempre Milano, ma la Procura della città dove i comunicati societari siano stati inseriti nel sistema Nis.

La decisione mise in subbuglio il quarto piano del palazzo di Giustizia, non tanto per il caso Parmalat: i comunicati erano stati trasmessi dalla sede meneghina. L’inquietudine era per l’inchiesta Antonveneta. Problemi di competenza con Lodi? In effetti sì, ma furono superati per via dell’associazione per delinquere. Nulla da fare per l’equity-swap. Il fascicolo fu trasmesso a Torino e il processo prese la sua strada fino alla condanna di alcuni protagonisti arrivata pochi mesi fa, giusto sul filo della prescrizione.

Nessuno a Milano ha dimenticato l’esperienza, anche se gli inquirenti non sono più gli stessi. E il rischio che anche su Fonsai le strade delle due procure si tocchino è concreto. L’unione tra Unipol e il polo assicurativo dei Ligresti è attesa entro fine anno e se fosse siglata su valori non corretti potrebbe avere un risvolto giudiziario che si chiama appunto manipolazione di mercato. Un’ipotesi remota, secondo alcuni, visto che l’aumento di capitale del luglio scorso avrebbe già sanato l’eventuale ‘buco’ derivato dalle presunte perdite su titoli strutturati e minori riserve messe a bilancio.

Su questo la procura di Milano ha chiamato in soccorso la Consob stessa. Tanto che ora l’analisi degli organi di vigilanza e il lavoro del pm di Milano Luigi Orsi potrebbero spostare di molto la bilancia, fino al punto di far saltare la maxifusione. Sempre che non arrivino prima i colleghi di Torino. Infatti, parallelamente, nel mirino della Procura piemontese è finito poco più di un mese fa anche Salvatore Ligresti, assieme ad altre 13 persone. Le ipotesi di reato riguardano il bilancio consolidato di gruppo del 2010, nel quale secondo l’accusa sarebbe stato nascosto al mercato un buco nelle riserve dei sinistri di almeno 600 milioni di euro. Tra i primi reati contestati c’è la manipolazione del mercato.

A rischiare di essere conteso è anche un altro pilastro della finanza italiana: Alberto Nagel. L’ad di Mediobanca ricopre una duplice veste. A Milano è indagato per ostacolo agli organi di vigilanza per il presunto patto occulto con la famiglia Ligresti e a Torino è stato sentito come testimone per ricostruire dieci anni di rapporti tra piazzetta Cuccia e Fonsai. Illuminante per comprendere i rapporti tra le due procure è un lancio di agenzia del 15 maggio scorso. L’Adnkronos alle 19.32 scrive: «L’incontro “cordiale” tra Nagel e i magistrati non ha riguardato in alcun modo gli aspetti su cui indaga la procura di Milano, ossia il ‘papello’ siglato tra Nagel e Salvatore Ligresti il 17 maggio 2012. Il colloquio di cui si è avuto conferma solo ora è avvenuto, secondo indiscrezioni, un paio di mesi fa». 

Come dire nessuno sta invadendo il campo dell’altro. Ma se Torino che sta pigiando il piede sull’acceleratore dovesse chiudere le indagini a settembre, pur essendo tanti altri capi di accusa, la procura di Milano si troverebbe a rischio di competenze sulla manipolazione del mercato. Alcuni addetti ai corridoi sostengono che se i pm meneghini volessero spiazzare tutti si concentrerebbero su Premafin. Chiedendone il fallimento porterebbero gran parte dei fascicoli sotto le guglie del Duomo. Con un inconveniente. Le accuse e i rumor su Mediobanca resterebbero tali.

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