C’è la crisi? A Ibiza si va solo per una notte

Generazione Ryanair

IBIZA – È tutta colpa dei “fricchettoni” se «l’Isla Blanca» da cinquant’anni conserva l’indiscussa fama di luogo dove è proibito proibire per chi vuole divertirsi. Furono gli hippy negli anni Sessanta a scoprirla e battezzarla luogo dalle poche regole e dalle molteplici possibilità. Ma 
«l’Isola dei pini», come la chiamava Plinio il Vecchio, dopo decenni non è mai passata di moda e anche ora, con la crisi che si mangia i turisti, Ibiza-Eivissa è ancora la meta del piacere per 13 milioni di visitatori all’anno, anche se bruciato in una sola notte.

E per raccontare un’esperienza di 24 ore all’interno della discoteca più grande d’Europa, della regina delle notti spagnole, si parte da Madrid con un volo low-cost che in ottanta minuti traghetta «los pasajeros de la ruta del bacalao», i dannati del divertimento consumato dalla sera al mattino. Perché, con la cinghia sempre più tirata, così si è evoluta la movida: si decolla di sera, si balla tutta la notte nei migliori disco club del mondo, e poi si prosegue al mattino al chiringuito Bora Bora. E per chi ha ancora le forze, c’è la playa d’en Bossa per consumare l’ultimo flirt, evitando accuratamente di dormire e di pagare una stanza in hotel. Solo nel tardo pomeriggio, sull’ultimo volo per Madrid, ci si abbandonerà al sonno.

Sul volo sono in pochi a non dimenarsi sul sedile. Aiuta la musica, generosa di decibel, che riempie la cabina e ricorda la destinazione. Nessuno dei passeggeri, tra 18 e i 28 anni, spagnoli, italiani, inglesi, svedesi e tedeschi si lamenta per il volume. Le hostess ammiccano complici, il comandante lascia fare, mentre ragazze in top sottili, che sbarcheranno in bikini e infradito, provano qualche passo. L’atterraggio, come il decollo, è salutato da un’ovazione. Nessuno ha bagaglio, tutti scivolano giù veloci, mentre un esercito di p.r. consiglia la giusta direzione a colpi di free drink. 

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Pachà, Amnesia, Space, Eden, Penelope, Privilege, Dc10, sono alcuni dei migliori music club, 
«more than a dance floor», come ricordano i gestori che sbavano nel vedere le code di chi scucirà dai 55 euro in su per entrare. Sono non-luoghi, grandi anche 5 mila mq, con le piscine, le onde, la sabbia, soffitti e pareti tappezzati di led, laser, fumi e fiumi di alcol. All’internola musica friziona i corpi e li spinge a vibrare allo stesso ritmo, tra sudore e sfregamenti. La scelta musicale è vastissima: dalla techno all’house, dall’hip-hop all’hardcore, dal minimal al chill-out, fino al lounge e ai revival, rock, metal, pop, ‘60, ‘70, ‘80 e ‘90. Il programma dei party non ne tralascia una: notturne, diurne (c’è un party di 48 ore filate) a tema, matinée, after-hour, feste bagnate e nella schiuma.

Ci sono i migliori disk jockey del pianeta: Playb4ck è il top del momento, arriva dalla Svezia, chiede 25 mila euro per un’ora. Oltre alle più sinuose e provocanti 
«go-go», le cubiste, qui passano le star della consolle più richieste, come l’inossidabile Bob Sinclair, Carlo Cox, Juanjo Martin, Javi Rena, 
«la vox de Ibiza», Nalaya, Vitalic e Ben Sims. C’è Christian Varela, «il leone madrileno», John Acquaviva, che ha brevettato “l’Aquaholic”, un concentrato di musica elettronica capace di frullare i corpi «Con un enorme idromassaggio di musica», spiega lui.

Le offerte di Ibiza sono infinite, perché ciò che è bizzarro altrove, qui diventa normalità. L’opening party del Privilege (il leggendario ex Ku dove negli anni Ottanta capitava di fare la pipì accanto a Ringo Starr o David Bowie), a metà giugno, ha fatto ballare per un giorno 10 mila persone col ritmo brevettato del “SupermartXè” e con un incasso di oltre 500 mila euro.

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E per chi vuole tenersi lontano da quel cafonesco virus che contagia ogni ventenne che atterra o approda sull’isola, c’è il Pachà, il club dei veterani. Tra la techno e l’house, il martedì s’incastra la notte di “Flower Power” di dj Piti che scodella i grandi classici pop-rock anni Sessanta, quando Ibiza iniziava a costruire la sua fama magica e maledetta. Ora ballano «i figli dei figli dei figli dei fiori». La discoteca, acquistata nel 1967 da Ricardo Urgell per 6 mila euro, è diventata un marchio internazionale da 20 milioni di euro l’anno. I suoi metri quadri sono passati dai 450 iniziali agli attuali 2.500, sempre meno rispetto al colossale Privilege, additato dagli altri gestori come uno dei responsabili del cattivo gusto, della decadenza, degli eccessi e dell’esondante maleducazione che pervadono l’isola.
A mettere un freno agli eccessi di Eivissa ci hanno provato la magistratura e il marketing.

Prima i giudici che, nella Spagna del 
«quasi tutto è lecito», hanno emesso decine di ordini di chiusura per quasi ogni music club (poi riaperto). Tutti colpevoli per il loro esagerato permissivismo sullo spaccio di droga, dall’ecstasy alla cocaina, il combustibile proibito delle notti dello sballo, la benzina del diavolo da 15 euro a pasticca e 30 euro al grammo, che toglie la stanchezza dalle ossa e compromette tutto il resto.

I music club sono finiti sulla graticola anche per il volume dei decibel superiore ai limiti di legge, poi c’è la demenziale moda di saltare dai balconi in piscina (balconing). E ci ha provato anche il marketing a ridisegnare il volto di Ibiza, per spingere i turisti a diventare più responsabili (e anche più spendaccioni in hotel) e a scoprire le bellezze naturalistiche dell’isola che non è fatta soltanto di rumore e alcol. Ma è quasi impresa impossibile, come scrisse Michel Houellebecq: «Questa pelle di toro calpestata che è la Spagna diventerà l’ospizio dei vecchi d’Europa, ma solo Ibiza resterà per le feste e il sesso».

Twitter: @robypilgrim

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