Evasione fiscale, i commercianti non sanno fare i conti

Evasione fiscale, i commercianti non sanno fare i conti

È tornato alla ribalta, grazie a uno studio di Confcommercio citato da Repubblica, l’annoso problema del sommerso economico, che secondo i dati citati vedrebbe l’Italia, con un’economia sommersa attestata attorno al 17,4% del Pil, in posizioni di retroguardia non solo in Europa o nel confronto con altri paesi occidentali avanzati, ma anche fra i paesi Ocse dove l’informalità e notoriamente alta, come il Messico, che secondo l’ufficio studi di Confcommercio avrebbe un sommerso pari all’11,9% del Pil.

Questi dati stupiscono essenzialmente non perché forniscono un’immagine errata del fenomeno nel nostro paese, la fonte primaria delle statistiche italiane riportate è l’Istat, ma perché tendono a quantificarlo in un’altra galassia di appartenenza, come appare dal confronto fra il nostro dato e quello dei paesi europei. Sappiamo bene che i paesi nordici hanno mediamente una minore inclinazione a intraprendere attività sommerse, ma un dato vicino all’1% per Olanda e Norvegia pare assolutamente fuori da ogni credibilità statistica, a meno di non basarsi su una qualche sorta di fideismo religioso.

Di quale fenomeno stiamo parlando innanzitutto? Le attività economiche non formali, ovvero che sfuggono al sistema di contabilità nazionale, possono variare da attività totalmente illegali (spaccio di droga, prostituzione e così via) ad altre formalmente legali ma che prevedono l’aggiramento di una o più regole, principalmente fiscali, in modo da sfuggire al pagamento di tasse, imposte o tariffe cui ogni transazione economica è solitamente soggetta. La definizione di sommerso economico utilizzata da Confcommercio è, secondo quanto riportato dal rapporto, “la parte di economia non osservata (Non-Observed Economy) derivante dall’attività di produzione di beni e servizi che, pur essendo legale, sfugge all’osservazione diretta”. Si escludono dunque le attività illegali di ogni sorta, coerentemente con la definizione standard di “shadow economy” utilizzata da economisti e uffici statistici nazionali.

Sebbene le attività in questione sia per l’appunto “sommerse” non è statisticamente vero che non lascino traccia in nessun database: alcune tecniche impiegate per stimarne la consistenza si basano appunto su questa elementare considerazione. 

Un breve excursus delle tecniche di stima aiuterà di certo a valutare criticamente i dati di Confcommercio, evidenziandone la congruità o meno alle misurazioni esistenti nella letteratura economica:

1. La prima tecnica di stima si basa sul metodo delle inchieste campionarie personali. Tramite un strategia di aggiramento, l’intervistatore chiederà prima al rispondente una serie di domande specifiche sulle sue attività personali non di mercato (cd attività informali) per poi chiedere direttamente all’intervistato, dopo aver definito le attività in nero, se gli sia mai capitato nell’anno in questione di intraprenderne una fra le tipologie citate. Molti studi nei paesi del nord Europa (Germania, Olanda soprattutto) sono basati su questa tecnica, che ha però lo svantaggio, non mitigato dall’ordine delle domande che segue appunto una logica di aggiramento, di incentivare l’intervistato a non rispondere in modo veritiero, probabilmente perché psicologicamente impaurito da non esistenti conseguenze fiscali causate da una risposta affermativa. Inoltre, usate in un contesto di comparazione internazionale, queste inchieste soffrono di un bias culturale certo: come garantire che l’inclinazione a rispondere il vero sia uguale in Olanda e Italia, per dirne una? 

2. Il secondo metodo di stima si basa su indicatori macroeconomici, più o meno formalizzati in modelli, basati sul basilare assunto che qualsiasi attività economica non informale, ovvero che preveda una transazione di mercato, prevede anche l’uso della moneta come contropartita economica. Utilizzare indicatori monetari, come la domanda di moneta, permette perciò di stimare le attività sommerse per via indiretta e per il solo cambiamento nel tempo. Il livello delle stesse è perciò precluso da motivi tecnici di stima della variabile di interesse, il che è assai sconveniente nel caso si voglia stilare un ranking di paesi oggetti dello studio.

3. Un ultimo metodo prevede invece la specificazione di modelli di causa-effetto in cui il fenomeno del sommerso viene ridotto alle sue cause principali. La probabilità di intraprendere attività sommerse sarebbe positivamente legata al livello delle tasse (un loro aumento aumenta la probabilità di evadere a parità del resto) e negativamente dal grado di controllo fiscale (più controllo scoraggia attività sommerse), dall’efficienza dei servizi pubblici (che diminuisce la probabilità del nero tramite una più efficace contropartita fra tasse pagate e servizi ricevuti), dalla qualità delle regolamentazioni e delle istituzioni pubbliche. Tramite la stima di questo modello, corretto con altri indicatori statistici correlati con il fenomeno in questione (come l’incidenza del lavoro autonomo) è così possibile pervenire non solo alla stima della variazione temporale, ma anche del livello, permettendo così un paragone internazionale più robusto e indicativo che non la sola dinamica. 

Un esempio di questa metodologia lo si trova nel paper di Friedrich Schneider giustamente citato nel lavoro di Confcommercio (nella fonte della tabella 1), e diciamo giustamente perché è uno dei massimi esperti in materia. La cosa bizzarra è che la tabella di Confcommercio riportante fra gli altri anche i dati in questione, non si avvicina per nulla alle stime citate nella fonte originale. 

Come si può ben vedere, l’Italia ha un valore più alto di quello stimato da Istat e incluso nel rapporto di Confcommercio. Il sommerso sarebbe attorno al 21% del Pil, ma soprattutto ciò che stupisce sono i numeri molto più alti stimati per i partner EU: 10% per la Francia, contro un 4% riportato da Confcommercio, 14% per la Norvegia contro lo 0,3%(!), 14% anche per la Svezia contro il 4,7 riportato da Confcommercio. 

D’altra parte, come visto, un numero impressionante di studi è stato fatto in Olanda, che secondo Schneider avrebbe un’economia sommersa pari al 9% del Pil contro lo 0,7 riportato dallo studio italiano. Quale sarebbe la ragione di intraprendere imprese di ricerca costose per fenomeni inesistenti, almeno secondo Confcommercio? 

Per concludere, le stime di Schneider per i paesi UE sono  indiscutibilmente più alte e, sebbene descrivono un fenomeno certamente preoccupante per il nostro paese, non lo pongono certo da dietro al Messico che, con un buon 30% (stima dello stesso autore in un differente studio) supera ampiamente il nostro paese di un buon 10 punti percentuali. 

È molto probabile che le cifre di Confcommercio si riferiscano alla rivalutazione del Pil effettuato ufficialmente dalle agenzie statistiche nazionali, che è assolutamente altra cosa rispetto al concetto di economia sommersa. Il rapporto se ne usa per stimare la “pressione fiscale effettiva”, che è del tutto arbitraria in quanto il fatto che il Pil non sia rivalutato che di un 0,1% in Olanda non significa di certo che l’economia sommersa “realmente” esistente sia in quell’ordine di grandezza. Qualsiasi classifica di paesi basata su questa metodologia è purtroppo insensata.

Costruire database, come pare essere questo, in modo raffazzonato è pericoloso non solo perché si lanciano messaggi non corrispondenti al vero, ma soprattutto perché ne va dell’autorità di chi li lancia. Siamo invasi ogni giorno da numeri, dati, rapporti, più o meno surreali. Vediamo di non screditare un’attività fondamentale per curare il paziente Italia, e che purtroppo già parte da minimi livelli di credibilità: la statistica.

Twitter: @thmanfredi

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La risposta di Confcommercio

Spettabile Redazione de Linkiesta.it,

leggiamo con sorpresa un editoriale redatto da un vostro collaboratore, Thomas Manfredi, pubblicato online il 25 luglio scorso nella rubrica ”se lo dice lei”, dove l’autore ha commentato alcuni dati relativi all’incidenza dell’economia sommersa, elaborati da questo Ufficio Studi e inseriti nel documento più ampio intitolato “Fiscalità ed economia sommersa”, luglio 2013, alla sua seconda edizione, reperibile al link http://www.confcommercio.it/ufficio-studi .
La nostra sorpresa è motivata dal tono e dal linguaggio utilizzati dall’editorialista, incomprensibilmente offensivi e denigratori, sicuramente non adeguati a un dibattito che si vorrebbe tecnico.
Non siamo a conoscenza delle regole di policy redazionali del vostro giornale digitale indipendente, né dei margini di libertà di cui dispongono i vostri collaboratori in merito al coinvolgimento della redazione nell’esprimere opinioni personali, nella fattispecie, stigmatizzabili, ma siamo certi che ci verrà offerta la possibilità di una replica, non già per spirito polemico, ma solo per chiarire alcuni punti di merito che, in caso contrario, lascerebbero un’ombra fuorviante sui risultati della nostra analisi.

In primo luogo, ci preme segnalare che abbiamo volutamente fatto ricorso a misure del sommerso economico effettuate dagli istituti nazionali di statistica con il cosiddetto metodo statistico o diretto, quello che viene utilizzato secondo i regolamenti SNA93 in sede ONU e SEC95 in ambito Eurostat per la stima esaustiva del Pil, un dato quindi ufficiale, al di là delle opinioni personali sulla validità di questo termine. Si tratta di metodi che si discostano da quelli di tipo desk o indiretti (cioè basati sostanzialmente sull’impiego del circolante e sugli indicatori multipli MIMIC, quale ad esempio quello appunto utilizzato da Schneider), metodi sui quali anche l’Istat ha espresso ripetutamente diverse perplessità.

Vogliamo anche ricordare all’autore dell’editoriale che per anni e sino ad un paper molto recente, pubblicato nel 2010, le stime del sommerso per l’Italia di Schneider sono riamaste stabilmente ancorate intorno ad una quota del 27% del Pil. Soltanto in una versione più aggiornata, quella riproposta anche dall’editorialista, relativa alle stime della shadow economy per 31 paesi europei e altri 5 paesi Oecd, tra il 2003 ed il 2012, la quota per il nostro paese è drasticamente scesa a poco più del 21%, un dato assai più vicino alla stima dell’Istat e che dimostra la volatilità dei risultati dei metodi survey o indiretti. Se la stima di qualunque variabile che concorre a costruire la contabilità nazionale fosse ottenibile con metodi econometrici indiretti, si potrebbero abolire in tutto il mondo gli istituti nazionali di statistica.

In secondo luogo, nella nota del 2012 e del 2013 abbiamo reso disponibili tutte le informazioni di dettaglio circa i criteri metodologici seguito per la ricostruzione dei dati sull’underground economy, proprio per evitare un uso superficiale e fuorviante della statistica. Sotto questo aspetto, ci sentiamo di consigliare a Thomas Manfredi una ri-lettura molto più attenta del secondo capitolo della nostra nota di luglio 2013, ma soprattutto dei rimandi alla precedente nota del 2012, dove abbiamo spiegato, in modo riteniamo chiaro e non ambiguo, che il criterio guida nella scelta dei paesi posti a confronto è stato proprio quella della reperibilità di informazioni statistiche sulla dimensione del sommerso economico misurata con metodi statistici diretti, all’interno di pubblicazioni ufficiali redatte dagli istituti nazionali di statistica. Questo, ad esempio, spiega il perché del confronto con il Messico, piuttosto che con altri paesi considerati come in via di sviluppo o emerging markets. Il database da noi ricostruito, e definito in modo raffazzonato dall’editorialista, è in realtà il risultato non di una elaborazione dell’Ufficio Studi, ma la semplice riproposizione dei risultati raccolti in una survey dell’UNECE (United Nations Economic Commission for Europe) del 2008, in merito ad un progetto internazionale di valutazione della cosiddetta shadow o underground economy secondo i principi del framework Eurostat. L’autore, quindi, dovrebbe considerare raffazzonati il metodo Eurostat e le elaborazioni dell’UNECE. Liberissimo di farlo, ma la sua preferenza per il metodo di Schneider è opinabile e non lo autorizza a commenti tranchant e superficiali su lavori che si basano su presupposti metodologici diversi. La questione è ben nota tra gli economisti di professione: le stime del Professor Schneider sono certamente utili anche per gli aspetti di metodo ma ciò non autorizza asd abdicare dal compito fondamentale degli istituti di statistica di provvedere a stime dirette del sommerso economico, stime che noi abbiamo utilizzato dove possibile.

In terzo luogo, l’editorialista definisce del tutto arbitraria la misura della pressione fiscale effettiva, che si ottiene e rispetto a quella apparente depurando il Pil della componente relativa al sommerso economico. Non capiamo dove risieda l’arbitrarietà, soprattutto rispetto al caso dell’Olanda o di qualunque altro paese considerato nel confronto, se non nel diverso approccio utilizzato che restituirebbe, a seconda che si usi il metodo diretto o quello indiretto di Schneider, due misure differenti della pressione fiscale effettiva, con la seconda stimata secondo il sommerso à la Schneider, ancora più elevata (per l’Italia, toccherebbe oltre il 57% con un sommerso al 22% o addirittura oltre il 61% con un sommerso al 27%). Inoltre, il concetto di pressione fiscale effettiva è ormai comunemente usato in tutte le analisi, comprese quelle elaborate dalla Corte dei Conti.
E’ ovvio che si tratta di un’approssimazione, poiche’ evasione e sommerso sono fenomeni distinti – e nei nostri rapporti lo ripetiamo fino alla noia – ma per arrivare a una rappresentazione verosimile delle cose spesso è necessario fare ipotesi forti, talvolta eroiche.

Confidando che queste argomentazioni abbiano chiarito i punti controversi sollevati dall’editoriale citato, restiamo a disposizione della redazione de Linkiesta.it e di Thomas Manfredi per ogni altra eventuale delucidazione sugli aspetti del sommerso economico così come rappresentato nelle analisi di questo Ufficio Studi.

Cordali saluti

Mariano Bella-Luciano Mauro
Ufficio Studi Confcommercio

P.s. La cosa più paradossale è che abbiamo utilizzato (faticosamente) stime dirette del sommerso (evitando il comodo ricorso a dati costruiti a tavolino) per dare un po’ di supporto empirico – attraverso una semplice analisi di regressione – alla tesi che mentre è inutile indignarsi per l’evasione fiscale, sarebbe invece necessario capire da cosa dipende (e quanto). E i risultati dicono: dall’eccesso di imposte, dalla scarsa qualità dei servizi pubblici, dall’inefficacia dell’amministrazione tributaria ecc. Esattamente la tesi del vostro editoriale di oggi!

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La risposta dell’autore Thomas Manfredi

L’Ufficio studi di Confcommercio nella sua replica conferma che le stime di ciò che chiama sommerso in realtà si riferiscono alla rivalutazione del PIL effettuata da istituti statistici nazionali. Al lettore decidere se un 17% di rivalutazione in Italia e uno 0,3% in Norvegia descrivano lo stesso fenomeno. A me pare di no e l’intento dell’articolo era proprio quello di sottolineare la distinzione di trattamento fra statistiche ufficiali e stime scientifiche di questo fenomeno. Perciò, la tabella presentata senza ulteriori note metodologiche risulta – e resta anche dopo la precisazione di Confcommercio – fuorviante. La mia analisi non aveva affatto intenti “offensivi e denigratori”, ma voleva richiamare l’attenzione su un uso accorto dei numeri nel dibattito pubblico. Ringrazio Confcommercio per la precisazione e spero ci saranno nuove occasioni di confronto.

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