La Tangentopoli spagnola affonda il governo di Rajoy

A Madrid infuria lo scandalo Bárcenas

MADRID – A vent’anni da Tangentopoli, il massimo scandalo della nostra storia repubblicana, la Spagna scopre di aver commesso lo stesso peccato. Non è, in realtà una sorpresa. Ma in Spagna lo scandalo Bárcenas potrebbe far cadere l’attuale esecutivo guidato dal premier Mariano Rajoy. È lui il primo accusato, l’uomo che 
«non poteva non sapere». E contro di lui Luis Bárcenas, ex tesoriere del Partido Popular, dal carcere di Soto del Real lancia l’accusa più pesante: essersi intascato almeno 90 mila euro in contanti, in biglietti da 500 e consegnati dallo stesso Bárcenas. Un’accusa che, se Pablo Ruz, il magistrato che conduce l’indagine, accertasse, porterebbe alla caduta dell’attuale governo.

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È dallo scorso febbraio che in Spagna si combatte ogni giorno un’aspra guerra, fatta di rivelazioni, testimonianze e accuse pubblicate prima da El País e ora da El Mundo. Cinque mesi fa, il quotidiano del gruppo Prisa pubblicò i quaderni della contabilità nera che dimostravano come in vent’anni il Partido Popular avesse creato una fitta rete tra le sue sedi nazionali e quele locali in modo da attingere sistematicamente alle donazioni di denaro contante degli imprenditori a cui venivano poi assegnate importanti commesse di opere pubbliche. L’ex tesoriere ha confermato al giudice Ruz la paternità di quelle carte, aggiungendo importanti accuse che coinvolgono direttamente Rajoy e la segretaria generale del Pp, Maria Dolores de Cospedal, la delfina del premier.

El Mundo, quotidiano vicino da sempre alla destra spagnola, non si è sottratto e ha rivendicato la sua indipendenza, pubblicando in esclusiva un’intervista a Bárcenas raccolta dal direttore prima che il tesoriere finisse in galera e in cui si denunciavano le responsabilità del capo del Governo. 

Lunedì 15 luglio, il premier Rajoy, dopo l’interrogatorio dell’ex tesoriere è apparso alla Moncloa, sede della presidenza del Consiglio, in conferenza stampa, e ha rigettato ogni ipotesi di dimissioni. «Difenderò la stabilità politica e completerò il mandato che mi è stato affidato dal popolo spagnolo», ha dichiarato con fermezza. «Lo Stato di diritto non cede ai ricatti. Il nostro Governo è stabile e forte e va avanti».

Ma le nuvole che si stanno addensando preannunciano la peggiore delle tempeste. Nelle ore in cui Rajoy difendeva il suo esecutivo e i suoi uomini, la versione online di El Mundo non mollava la presa e pubblicava gli sms scambiati tra il premier e Bárcenas, anche dopo la sua incarcerazione. Nulla di illegale, ma è la prova che i due si consultavano anche dopo lo scoppio dello scandalo. Il premier, invece, ha definito gli sms «La prova che le istituzioni non si sottomettono a nessun ricatto e che continueranno ad agire con assoluta indipendenza».

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Con le bordate di El Mundo degli ultimi sette giorni la tensione è aumentata, mentre si diffondono le perplessità in un elettorato ancora più cupo e sfiduciato. Sempre lunedì 15 luglio, il quotidiano di centrodestra diretto da Pedro J. Ramirez, ha rivelato i termini di un accordo (che sembra più una minaccia) offerto dal Pp all’ingombrante Bárcenas: «Se parli, tua moglie finirà in carcere. Se taci, Alberto Ruiz-Gallardón (il ministro della Giustizia, ndr) sarà destituito nell’ultimo Consiglio dei ministri prima delle vacanze e la tua questione verrà archiviata a settembre per nullità». È quanto avrebbe proposto all’ex tesoriere Javier Iglesias Redondo, avvocato e uomo di fiducia del Pp, nel carcere di Soto del Real, pochi giorni dopo l’ordine di carcerazione. Accuse tutte da accertare, ma che rinfocolano la graticola su cui da una settimana sta bruciando a fuoco lento Rajoy con tutti i Popolari.

L’opposizione dei socialisti (Psoe), sconfitta due anni fa dall’ex delfino di Aznar, non è rimasta a guardare. Nonostante il delicatissimo quadro economico e politico del Paese ha chiesto ufficialmente a Rajoy di dimettersi, per avere un nuovo esecutivo con nuove elezioni. Lui ha rifiutato, ma è sempre più solo nel suo ufficio della Moncloa. La guerra delle rivelazioni, là fuori, non è ancora finita.

Twitter: @robypilgrim

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