Divieti, l’inutilità delle ordinanze comunali

Scelto per voi da “Leoni Blog”

In queste ultime settimane il Leoni Blog ha dedicato diversi articoli alle creative quanto – almeno talvolta – folli ordinanze sindacali.

Si concluderà questa rassegna con alcune statistiche, tratte da uno studio di Cittalia e Anci, per confrontare le ordinanze a livello nazionale. Emerge che, dopo il picco del settembre-ottobre 2008, il numero di ordinanze urbane si sia ridotto.

Il picco seguì la legge 125 del 24 luglio 2008 e il successivo decreto Maroni del 5 agosto 2008, con cui si ampliarono i poteri di ordinanza dei Sindaci in tema di sicurezza urbana, ridimensionati poi dalla sentenza numero 115 del 2011 della Corte Costituzionale, che ha riportato l’utilizzo del provvedimento solo a situazioni ‘imprevedibili’ e ‘urgenti’, escludendo le ordinanze ‘ordinarie’.

Figura 1:
La distribuzione temporale delle ordinanze emesse dai Comuni nel corso del periodo 2008-2010 (valori assoluti)

Fonte: “Per un città sicura”, Cittalia e Anci

Tra il 2009 e il 2010 ci sono state 497 nuove ordinanze sulla sicurezza in 221 Comuni, soprattutto in quelli medi e medio grandi: oltre il 16% è stato emanato in Comuni con popolazione compresa tra 5mila e 15mila abitanti, il 22% tra 15mila e 50mila e il 21% tra 50mila e 100 mila; i Comuni con oltre 250 mila abitanti, hanno emesso il 17 % del totale delle ordinanze.

 Figura 2:
Distribuzione delle ordinanze per ampiezza demografica del Comune, anni 2009-2010 (valori percentuali)

Fonte: “Per un città sicura”, Cittalia e Anci

A livello nazionale quasi il 70% delle ordinanze emesse riguarda disordini di ordine sociale, tipici del Nord e delle Isole, e il restante 30% si concentra sulle inciviltà a livello fisico, prevalenti al Sud e al Centro.

Circa il 30% dei provvedimenti è concentrato sulla vendita e il consumo di bevande e alimenti, rispettivamente per il 17% e il 12%, soprattutto con riferimento al divieto di somministrazione o consumo di bevande alcoliche. Il 7,7% del totale riguarda il contrasto a fenomeni di vandalismo e di danneggiamento del patrimonio pubblico o privato; un altro 7,4% la prostituzione, il 7,2% l’abbandono di rifiuti, il 6% l’accattonaggio, il 5,8% l’occupazione abusiva di immobili; poco sopra il 5% i bivacchi all’interno del territorio comunale, a cui si aggiungono, con soglie inferiori al 5%, contro comportamenti e attività che ledono il decoro della città o che creano disturbo ai cittadini.

Figura 4:
Gli ambiti di intervento maggiormente disciplinati dalle ordinanze, anni 2009-2010 (valori percentuali)

 Fonte: “Per un città sicura”, Cittalia e Anci

La vendita e il consumo di bevande e alimenti, seguiti rispettivamente dal fenomeno della prostituzione e dell’accattonaggio, sono diffusi soprattutto nel Nord-Ovest e Nord-Est. In Centro Italia, lo stesso provvedimento è invece seguito dall’abbandono di rifiuti. Al Sud prevalgono i provvedimenti che vietano bivacchi e il degrado urbano, mentre nelle Isole quelli contro prostituzione e abbandono dei rifiuti, dopo vendite e consumo di bevande e alimenti.

Figura 5:
Gli ambiti di intervento maggiormente disciplinati dalle ordinanze per aree geografiche, anni 2009-2010 (valori percentuali)

 Fonte: “Per un città sicura”, Cittalia e Anci

I divieti sono indirizzati all’intera collettività nel 60% dei casi, nel 25% toccano specifiche categorie di soggetti o titolari di attività commerciali o di pubblico esercizio e, nel 15%, soggetti privati, enti e specifici soggetti (nomadi, extracomunitari, minori di16 anni, proprietari di immobili ecc).

Figura 6:
I destinatari delle ordinanze (valori percentuali)

Fonte: “Per un città sicura”, Cittalia e Anci

Le sanzioni, prevalentemente di tipo amministrativo, sono medie (importo variabile da 151 a 312 euro) nel 64% dei casi; quasi un quarto ha un importo “medio-alto” (tra i 313,00 e i 500,00 euro), prevalenti soprattutto nei capoluoghi di provincia. Solo l’1,3% supera i 500,00 euro.

Figura 7:
Le sanzioni amministrative previste

Fonte: “Per un città sicura”, Cittalia e Anci

Lo studio sottolinea come lo strumento delle ordinanze sia, da solo, inadeguato a risolvere i problemi di vivibilità urbana e della gestione dei conflitti sociali. Sia per problemi di insufficienti risorse economiche da parte dei Comuni, sia perché, alla repressione, andrebbero affiancati altri tipi di interventi, quali la prevenzione, l’integrazione, l’educazione alla legalità e la coesione sociale.

In aggiunta a ciò, si consideri che la maggior parte dei provvedimenti, per quanto riguarda il comportamento sanzionato, sono eccessivamente generici: di conseguenza, risultano essere difficilmente punibili. In altre parole, la sanzione non viene neppure applicata, svuotando così di significato i divieti.

Proprio in quanto si ritiene condivisibile il concetto secondo cui “la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri”, non si giustifica una mano pubblica che arriva a invadere e regolare anche la sfera privata, soprattutto in ambiti che nemmeno sfiorano la sfera altrui. Cosa che avviene soprattutto nei casi, non rari, in cui i comportamenti vietati non risultano essere né pericolosi né rischiosi per sé stessi e per gli altri. Andrebbe salvaguardata, pertanto, la libertà di fare ciò che si preferisce almeno all’interno delle mura della propria abitazione (o della propria auto): in caso contrario, si autorizza il legislatore pubblico a gestire le vite dei singoli individui.

Non stupisce, dunque, quanto sottolinea la relazione: la repressione, tramite i divieti contenuti nelle ordinanze sindacali, non è lo strumento migliore per impedire un comportamento, soprattutto se questo è un vizio (si pensi al fumo e all’alcool) o conseguenza di cattiva educazione, e se, anziché punire direttamente il gesto, si preferisce invece colpire i luoghi dove ciò avviene (ad esempio, locali e auto private). In tal caso, infatti, i comportamenti che si vorrebbero vietare saranno semplicemente svolti in altri luoghi, dove i rischi potrebbero essere ancora maggiori. Si pensi a una persona ubriaca che si sposta in macchina per recarsi fuori dal centro, dove è proibito bere; similmente, una persona insensibile al rispetto dell’ordine pubblico, reitererà il suo comportamento al di fuori dei confini in cui vale l’ordinanza.

Se l’obiettivo dell’ordinanza è quello di tutelare l’ordine pubblico e la vivibilità urbana, allora è evidente che il risultato è fallimentare. Non solo. Riprendendo l’esempio appena fatto, il pericolo verrebbe solo spostato verso zone spesso già più degradate, aumentando così la diseguaglianza e discriminazione tra cittadini: chi ha la fortuna e le possibilità economiche per vivere in centro godrà di una, almeno teorica, tutela, di cui gli altri non potranno invece usufruire.

Trasformando i vizi in crimini, e chi tali vizi coltivi in peccatore e fuorilegge, si rischia di aumentare la pericolosità dei comportamenti sanzionati, piuttosto che impedirli. I cittadini non smetteranno infatti né di fumare né di bere, ma si sposteranno dove non vigono le prescrizioni proibitive, con il rischio di aumentare i rischi per sé e par gli altri, cosa che accade, ad esempio, quando una persona con un alto tasso alcoolico si mette alla guida.

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