Gangbang, scambio di coppie e persino amore, a Venezia

Biennale di Venezia

VENEZIA – Ci fosse anche un Dudù, sarebbe la perfetta controfigura americana di Francesca Pascale. Per il trucco drammaticamente invecchiante, le onde castane dei capelli, una lontana tristezza persa negli occhi, e l’assoluta mancanza di qualità. Lindsay Lohan tira un pacco gigantesco alla Mostra non presentandosi a Venezia per The Canyons, ma in compenso lancia dal grande schermo una strepitosa incarnazione – non interpretazione, perché in fondo LL è incapace di recitare: incarnazione – della belloccia disposta a tutto (anche a gangbang, anche a scambio di coppie, perfino a innamorarsi) pur di trovare sistemazione alla propria vita di sbandata senza talento, fidanzata trofeo tra le braccia di un milionario in vena di impunità (nel film interpretato dal giovane James Deen – non Dean – che nella vita fa il pornoattore con ampio seguito su YouPorn).

Paul Schrader è un cineasta dal curriculum scintillante (sceneggiatura di Taxi driver e Toro scatenato, regia di American gigolò e Affliction, e potremmo continuare lungo parecchie righe) che torna al lavoro dopo un discreto silenzio. Realizzato grazie a una raccolta fondi su internet (Hollywood non ha scucito un dollaro, perché è spietata pure con i semidei) e alle tasche del regista e dell’autore del copione Bret Easton Ellis, The Canyons parte come un canto funebre intonato proprio alla settima arte, con i cinema gloriosi di Los Angeles chiusi e in rovina e un sottobosco desolante di produzioni di infimo livello che fanno da sfondo alla storia.

 https://www.youtube.com/embed/b5uTtNLUmCA/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

Lohan faceva l’attricetta, ora sta con uno che in teoria fa il produttore ma in realtà si fa mantenere ozi e vizi dall’odiato padre (che lo obbliga a curarsi dallo psichiatra, genialmente interpretato da Gus Van Sant). Lei convince lui a dare una parte al vecchio amico con cui ha una tresca, lui scopre tutta la manfrina che però si intreccia ad altre, per sbocciare in un finale che la firma di Easton Ellis (American Psycho, tanto per dire) dovrebbe già far capire di qual tipo sia.

Bell’uso delle musiche (una rarità, vista la mediocrità se non peggio delle colonne sonore dei film finora visti), con una prima sequenza magistrale centrata su un dialogo a quattro in un ristorante e con un ritmo che non cede mai, The Canyons si rivela nello sviluppo successivo della storia come uno studio sull’ansia del possesso che deforma il sentimento d’amore: in questo senso, è un film profondamente sentimentale, sull’abisso generato dalla paura della solitudine e dall’ossessione di perdere sicurezze (di qualsiasi tipo: amorose, sessuali, economiche, lavorative). Né esibizionista né morboso (con questo cast la tentazione poteva esserci), il film fa luce su un circuito malsano di desideri e personalità tutte a proprio modo scompensate, imponendosi – pur nella povertà non minimalista dei mezzi produttivi – con un suo fascino misterioso da gelida soap opera thriller.

Buono l’esordio nella fiction di uno dei migliori documentaristi italiani, Alessandro Rossetto, che nella sezione Orizzonti presenta Piccola Patria. Al centro del film, un ricatto sessuale di quelli di cui son piene le cronache boccaccesche di provincia. Il problema è che non c’è nulla di allegrotto e di spassoso in un contesto nel quale la crisi sta facendo crollare le certezze creando un panico di cui è spia un razzismo montante. L’arcaico delle stalle e della campagna fa a pugni col moderno del cemento e l’industria (bellissime le riprese aeree sul saccheggio della pianura veneta), il Cristo dell’Isonzo è un’immagine svuotata di spiritualità, all’epopea del Nordest locomotiva economica si sostituisce la caccia stracciona a un po’ di schei.
Non perfettamente risolto, con personaggi che scompaiono per riemergere parecchio oltre, Piccola Patria ha il merito di guardare a un pezzo d’Italia vera e nera, per raccontarla con sincerità, senza pretenziosità ombelicali di troppi nostri autori vecchi e nuovissimi.

Atteso come uno dei film migliori di questa Mostra, il tedesco Die Frau des Polizisten di Philip Gröning è una lunghissima (tre ore) disamina dell’orrore della violenza domestica. Scandito in capitoli presentati con didascalie piuttosto narcotizzanti, formati da singole scene di pochi secondi o parecchi minuti che spezzano l’ordine cronologico degli eventi, è il racconto della vita quotidiana della famiglia del poliziotto: padre madre e una figlia. I lividi sulla pelle della signora sono la traccia della malattia psicologica che alligna nel comportamento di lui e che viene mostrato solo nell’ultima parte del film, prima del precipitare nella tragedia. Parecchio ostico, lascia molte domande. Alle nostre ha dato pienamente risposta una gentile collega valente che a sua volta ha rilanciato con uno spinosissimo quesito: «Ma durante il film quanto hai dormito?». Omissis.

Da non perdersi, comunque, il siparietto dell’imbarazzante pronuncia dei nomi tedeschi:

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter