“Sangue”, in sala la vergogna dell’omertà sulle Br

Al Festival di Locarno

Giovanni Senzani, capo brigatista oggi libero dopo 17 anni di carcere, 5 di semilibertà e 6 di libertà condizionata, ricorda il male compiuto, ma senza pentimento, perché era in nome di un ideale. Resta da stabilire cosa ci sia di ideale nell’intesa con la terrificante camorra cutoliana per il caso del sequestro del dc napoletano Ciro Cirillo. Cosa nel sequestro di Roberto Peci, colpevole di essere il fratello del terrorista pentito Patrizio, tenuto segregato e filmato, prima di essere ammazzato.

Se ci fosse qualcosa di ideale e ne venissero seriamente spiegate le ragioni di parte, forse si potrebbe anche discutere di questo Sangue di Pippo Delbono che vede Senzani coprotagonista. Ma naturalmente l’autore si guarda bene dall’approfondire l’oceano di oscurità e ambiguità della parabola brigatista del criminologo fattosi terrorista. E ci consegna un film sciagurato, davvero pessimo, che mette in campo senza pudore la morte di una persona cara come la madre dell’autore, mostrandocene gli ultimi istanti al capezzale e poi il cadavere in camera mortuaria prima della tumulazione, e associando il racconto di questa scomparsa col lutto che ha colpito Senzani per la morte della sua compagna.

Dovremmo essere coinvolti da questo ricattuccio morale, senza capo né coda, travestito da esperimento sul linguaggio cinematografico perché è girato volutamente in povertà di mezzi con un telefonino e una minicamera? Ma andiamo.
Legare la fine della madre alle sottili indulgenze di un terrorista è assai opinabile. E non ci permetteremmo se non fosse stato lo stesso Delbono a costruire il film su questa associazione scriteriata. L’espediente della donna cattolica e anticomunista in dialogo ideale col terrorista rosso lascia il tempo che trova. E la timida presa di distanza dal passato dell’amico Giovanni è piuttosto smagliata.

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In conferenza stampa, poi, il regista ha detto che «nel paese di Piazza Fontana, di Ustica, della stazione di Bologna, prendersela con Senzani è falsa moralità». Come se la storia di Senzani non fosse immersa fino in fondo in quella nera fossa che grazie al silenzio di tutti o quasi i suoi protagonisti (terroristi compresi) impedisce alla nostra democrazia di conoscere fino in fondo la verità. All’inizio del film si mostrano i funerali di Prospero Gallinari, che chiamano a raccolta vecchi spezzoni delle Br. In quella folla muta che segue il feretro quanti segreti sono accumulati e rigorosamente custoditi? Quante storie che se svelate e onestamente raccontate aumenterebbero il grado di consapevolezza del Paese? Che idealità c’è nei troppi silenzi ammassati in così tanti anni? Sangue non si pone il problema. E questo è molto grave. Preferisce introdursi nel dolore privatissimo del lutto immaginando così di raccontare quel tragico tabù che è la morte.

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Assai raramente capita di vedere un film così sragionato, senza alcuna sensibilità pubblica, completamente prigioniero del narcisismo ridondante e anche un po’ tronfio del suo autore. Nel finale camminando per L’Aquila terremotata («città orfana come me e Senzani») gli viene da dire che contro i politici ladri gli verrebbe da prendere le armi. Ma poi pensa a Buddha e capisce che non ha senso. Davvero dovremmo prendere sul serio tanta superficialità di un autore che continua a rifare se stesso, celebrandosi nell’aggiornata autobiografia della propria malattia (è sieropositivo), del proprio buddhismo, della propria compagnia di giro? Non gli mancano alcuni guizzi (il film precedente Amore carne è opera riuscita), ma non tutto può finire nel frullatore della propria autonarrazione. Non tutto può essere piegato senza mediazioni alla propria poetica: non l’esibizione quasi oscena della morte, e nemmeno la rappresentazione acritica di un ex assassino politico. A ogni cosa una sua misura, sempre ricordandosi che il mondo non è a misura propria.