Se la vita politica di Berlusconi si consuma in Sicilia

Roma e Palermo legati a doppio filo

Prendono le distanze, e mostrano vicinanza e attaccamento al Cavaliere di Arcore. Sono i senatori Pdl di rito siciliano, che da più parti, retroscena giornalistici e non, tirano in ballo come «la scialuppa di salvataggio» di Enrico Letta e del suo governo ballerino. Senatori eletti in virtù del premio di maggioranza ottenuto dal centrodestra in Sicilia. Senatori dietro cui si nasconde una partita tutta isolana. Una partita che, secondo alcune indiscrezioni de Linkiesta, intaccherebbe persino gli equilibri regionali di Palazzo dei Normanni e la maggioranza del «sinistro» Rosario Crocetta.

Per comprendere il match tutto siculo è necessario fare alcuni passi indietro. Da anni nell’isola dell’ormai famoso 61 a zero – riferimento storico che ricorda la spumeggiante vittoria delle truppe berlusconiane il 13 maggio del 2001, quando lasciarono il centrosinistra senza alcun seggio maggioritario – si consuma una sfida fra l’asse costituito da Angelino Alfano-Renato Schifani, e il correntone “forzista-sudista” di Gianfranco Micciché. I primi due hanno lasciato a bocca asciutta il secondo, sfilandogli il partito, e affidandolo all’uomo forte di Catania, Giuseppe Castiglione. Il quale ha gestito il Pdl sotto l’egida dell’asse Alfano-Schifani, ma non perdendo di vista i consigli del suocero, il plenipotenziario di Bronte: l’ex senatore Pino Firrarello. Da Bronte, «Pino», 74 primavere il 9 agosto scorso e ancora sindaco del «paesino» della provincia di Catania, gestisce la «macchina elettorale» del Pdl. E da democristiano della prima ora, corrente Andreotti-Lima per intenderci, guarda con interessa al governo Letta perché, dicono alcuni suoi amici, «gli ricorda gli anni del Divo a Palazzo Chigi». È lui il padre nobile delle «colombe» del Pdl siciliano, ed è lui che non di rado dispensa consigli ad Angelino Alfano.

Ecco perché oggi nel caos istituzionale post sentenza della Cassazione, il vice Premier Angelino Alfano avrebbe sguinzagliato il fidato «Peppe» Castiglione anche virtù di una vecchia militanza fra le fila dell’Udr (Castiglione fu assessore di un governo regionale di centrosinistra presieduto da Angelo Capodicasa). Proprio ieri sul Corriere della Sera in merito ai «casini» del Pdl Castiglione si lasciava andare così: «E, secondo voi, uno come me si fa dire se si va alle urne oppure no da Daniela Santanché? Io neanche la ascolto la Santanché». Castiglione, oggi, è l’uomo forte di Alfano. È lui che rappresenta al meglio cosa pensa realmente l’attuale vice Premier e Ministro dell’Interno del governo Letta. Oltretutto il catanese ha al seguito un drappello di senatori «siciliani», da Salvo Torrisi a Pippo Pagano, pronti a seguire i suoi ordini. Semplice.

E in un contesto del genere uno come Gianfranco Micciché, fra i fondatori di Forza Italia, e acerrimo nemico dell’asse Alfano-Castiglione-Schifani, non poteva che schierarsi fra i «falchi». Recentemente «nominato» vice Ministro alla Pubblica Amministrazione, al palermitano Micciché non interessa affatto restare al governo. Anzi. Suo unico obiettivo è rientrare nel cerchio magico del Cavaliere di Arcore. Uno dei protagonisti della prima stagione di Forza Italia è un battitore libero. Ciò Berlusconi lo sa, è di dominio pubblico. E certamente, uno come «Gianfranco», che si è sempre definito «più berlusconiano di Berlusconi», vuole riconquistare e guidare il Pdl, o se nascerà la nuova «Forza Italia», e, sopratutto, farsi perdonare per gli errori commessi negli anni scorsi. Per ultimo quello di essersi schierato contro il candidato alla presidenza della regione del centrodestra, Nello Musumeci, segnando la vittoria dell’attuale governatore «comunista» Rosario Crocetta.

Ed è proprio a Crocetta che si arriva per comprendere gli equilibri interni al centrodestra siciliano. Alla regione il governatore non ha una maggioranza solida che gli consente di governare a 360 gradi, per cui è costretto a «flirtare» con l’opposizione berlusconiana. «Un’opposizione che di fatto non esiste», sbotta un ex parlamentare di Forza Italia. Nino D’Asero, capogruppo all’Ars del Pdl, e uomo del solito Peppe Castiglione, avrebbe «istituzionalizzato» le larghe intese anche in Sicilia. Del resto, spiegano a Linkiesta, «D’Asero non ha mai fatto mancare il sostegno ai provvedimenti approvati da questo governo regionale». A ciò bisogna aggiungere il «forte» legame fra Crocetta e Castiglione. Secondo i flussi elettorale delle recenti regionali, in provincia di Catania al candidato di centrodestra Nello Musumeci sarebbero venuti a mancare consensi rispetto ai voti raccolti dalle liste del Pdl. Insider catanesi assicurano che «Crocetta avrebbe stipulato un patto elettorale proprio con Castiglione e Firrarello». E il duo catanese, genero e suocero, avrebbero sotto traccia sostenuto l’ex sindaco di Gela. E oggi i segnali di un intesa, di certo, non mancano. Basta dare un’occhiata ai vertici degli assessorati regionali. L’ex direttore generale della Provincia di Catania, Carmen Madonia, vicinissima a Castiglione, è stata nominata proprio da Crocetta capo di gabinetto dell’assessorato al Turismo. Mentre l’attuale assessore regionale agli Enti Locali Patrizia Valenti è stata capo di gabinetto di Castiglione quando lo stesso ricopriva il ruolo di assessore durante la legislatura di Totò Cuffaro. Ecco perché i destini della Sicilia sono legati a doppio filo a quelli di Roma. Alfano vuole «istituzionalizzare» le larghe intese sulla base del modello Sicilia, dove il Pdl sta all’opposizione ma disturba «serenamente» l’operato di Crocetta. Un modello, quello siciliano, che continuerà a galleggiare fin quando Pd e Pdl non decideranno di staccare la spina. Palazzo Chigi prenda nota.

Twitter: @GiuseppeFalci 

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