Addio grandi imprese. Sempre colpa della politica?

Licenziare i padroni

Anche Telecom è passata di mano, dopo Parmalat, Bulgari, Gucci, Loro Piana, Valentino, Edison, Avio, ceramiche Marazzi, Cariparma, Bnl, Ducati, Lamborghini e tanti altri gioielli e multinazionali tascabili. Tra poco dovrebbe toccare alla nuova Alitalia privatizzata cinque anni fa dalla cordata di “patrioti”, ad un paio di controllate di Finmeccanica, e qualcuno dice che la prossima preda di un rosario ormai sgranato potrebbe essere la gloriosa Pirelli.

La desertificazione industriale del paese avanza ma a colpire non è tanto la vendita allo straniero come raccontano allarmati i giornali (l’Italia ha bisogno come il pane di maggiori investimenti dall’estero), quanto il modo in cui si (s)vende senza alcuna strategia e sull’onda emergenziale, spesso ad imprese super indebitate come Telefonica o gabbando volentieri il mercato. Il colosso spagnolo prende infatti il controllo di Telecom ripagando solo la sua quota parte del debito in scadenza a novembre. In tutto sborsa 441 milioni a Intesa Sanpaolo e Mediobanca che rientrano dal debito per salire al 70 per cento. In più ricompra anche il prestito obbligazionario sottoscritto dai soci Telco (la scatola di controllo) facendo fare una plusvalenza a piazzetta Cuccia di 60 milioni. In sostanza: il cambio di controllo non passa dal mercato (ancora una volta) e a Telecom non arriva neppure un euro. Ma che razza di capitalismo è questo?

Per anni, in Italia, si è deciso chirurgicamente di sparare addosso alla croce rossa della politica: la “casta”, le auto blu, i rimborsi elettorali, gli stipendi faraonici, i (pochi) giorni lavorati in Parlamento e nei consigli regionali etc. Ogni gesto, ogni scandaletto o scandalone dei politici è stato giustamente passato al microscopio come se tutto il marcio del paese venisse da quei palazzi. In questo senso l’operazione “anti casta” partorita dal Corriere della Sera di Paolo Mieli è stata di un cinismo esemplare. Invece di fare inchieste (anche) sui protagonisti di questo sistema economico-finanziario omertoso e in disfacimento, caccia al peones in auto blu che fa cassetta e non disturba i piani superiori.

Certo la politica non fa nulla per difendersi, è arrogante, immobile, paludosa, irriformabile, litigiosa, pletorica, si merita quasi sempre le accuse che riceve, ma davanti a sfaceli come quelli del nostro capitalismo sgangherato la “casta” appare composta da un manipolo di dilettanti. Quanta distruzione di valore c’è in avventure industriali come quella di Telecom Italia? Quanti imprenditori di sistema fallimentari (Ligresti, Zaleski, Zunino) hanno finanziato banche come Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mediobanca o Mps? La verità è che l’irriformabilità della Pubblica amministrazione, gli statali fannulloni e gli sprechi di una politica che non decide sono diventati spesso un alibi comodo per coprire la mancanza di idee, la mala-gestione, le inefficienze elevate a operazioni di sistema e i fallimenti di un capitalismo nostrano afflitto dalla sindrome dei Buddenbrook.

Quasi nessuno ne parla ma la scomparsa delle grandi imprese in Italia, che va completandosi con la cessione di Telecom, è qualcosa di stupefacente. «In pochi paesi sono caduti tanti idoli e tanti poteri forti», ha ricordato Stefano Cingolani su questo giornale. «Certo non è successo in Germania dove comandano i soliti noti: il complesso bancario-industriale (Deutsche Bank-Daimler), Allianz, i Krupp, i Quandt, Siemens, Bayern, Porsche, nomi che troviamo prima della guerra, alcuni di loro fin dai tempi di Bismarck. Certo, non accade in Francia: tranne qualche eccezione, le istituzioni finanziarie e industriali forgiate dal sistema di potere gaullista sono rimaste i punti di riferimento anche per la gauche». In Italia, invece, chi era al comando 20-30 anni fa oggi è alternativamente sul viale del tramonto, scomparso, fallito o ha cambiato pelle senza alcun ricambio. In poco meno di trent’anni abbiamo diserbato un intero panorama industriale, da Snia a Falck, da Bastogi a Ferruzzi alla Carlo Erba. «Sono entrati in un cono d’ombra protagonisti del miracolo economico come i Lucchini e gli Orlando, altri si sono ridimensionati come i Marzotto, lacerati da una faida dinastica».

Se prendiamo la classifica dei gruppi privati italiani con oltre diecimila dipendenti di metà anni Settanta e la confrontiamo con quella di oggi, in vetta troviamo sempre la Fiat che però oscilla tra la testa, gli interessi, gli investimenti e i ricavi ormai a Detroit e la vetero ambizione da salotto di una partecipazione forte (non si capisce in che modo strategica) dentro Rcs; la numero due, la Montedison, non c’è più da un pezzo. Pirelli, al terzo posto, si è letteralmente dimezzata dopo aver giocato per anni con la politica e le frequenze telefoniche. La numero quattro, la Olivetti, è un ricordo romantico, una scatola vuota. Chi invece si è affermato a cavallo dei Settanta/Ottanta come Benetton, dopo una stagione di grande successo nell’abbigliamento – sono stati Zara vent’anni prima -, ha preferito infilarsi nel mercato delle tariffe e dei servizi regolati perdendo molta della propria capacità innovativa. Mentre i due rivali Berlusconi e De Benedetti hanno deciso di fare politica, direttamente il Cavaliere, indirettamente l’ingegnere alla guida del gruppo l’Espresso-Repubblica. 

A questo elenco potremmo aggiungere l’ex impero Ligresti finito in dissesto: edilizia, finanza, assicurazioni. La crisi ha spazzato via tutto e senza più l’uomo che faceva il lavoro sporco per conto di Enrico Cuccia – lo ha fatto contro Michele Sindona, poi per proteggere Mediobanca dall’attacco democristiano di Andreotti e Prodi, e ancora per custodire pacchetti essenziali nel controllo di aziende strategiche -, nemmeno il sistema Mediobanca per come lo abbiamo conosciuto esiste più, anzi è parte integrante del problema italiano e in questi giorni di svendite lo si vede benissimo.

Dunque il capitalismo italiano è uscito via via dai settori innovativi a maggior valore aggiunto (chimica, farmaceutica, elettronica di consumo, informatica) e adesso, con Telecom, passiamo la mano definitivamente anche sulle Tlc dopo aver svenduto qualche anno fa il gioiellino Omnitel agli inglesi di Vodafone, l’unica vera start up di successo della seconda repubblica. Fuori da questo quadretto depresso non restano che le imprese di stato sotto l’ombrello del Tesoro o della Cassa depositi e prestiti (Eni, una Enel super indebitata e una Finmeccanica dimagrita), qualche gruppo internazionalizzato nei servizi (Luxottica) e nel food (Ferrero), e infine le Generali, tornate finalmente a fare il proprio mestiere di assicuratori scampando per un pelo, con Mario Greco sul ponte di comando, il destino pericoloso e penalizzante di super holding dell’asfittico capitalismo italiano. Sarebbe stata la morte certa del Leone. Ma sono le poche eccezioni che confermano la regola. Mentre negli Stati Uniti interi settori scomparivano, prontamente sostituiti dai nuovi colossi della rivoluzione Internet, in Piazza Affari il 40% delle aziende quotate mantiene un’azionista di riferimento pubblico. E se sommiamo le società cedute negli anni novanta dallo Stato ai privati (Autostrade, Sme, Telecom e le genco Enel), il 69% delle nostre grandi aziende quotate è pubblica o nata dalla mano pubblica. Difficile competere su scala globale senza grandi portaerei. Dove sono le grandi imprese in Italia? Dove sono i grandi capitalisti? Questo è uno dei grandi gap con gli altri paesi. E invece…

Invece negli ultimi vent’anni si è preferito spaccare il capello sui padroncini senza virtù civili, sul nanismo delle Pmi, sulle micro imprese poco patrimonializzate, sulla scarsa penetrazione della rivoluzione tecnologica dei nostri distretti industriali, sull’incapacità di terziarizzare le attività a valle e a monte della produzione di territorio. Non si rischiava nulla ed era politicamente corretto. Si è preferito dare sempre e solo la colpa alla burocrazia, al costo del lavoro, alla politica imbelle, alle tasse. Tutte cose vere e sacrosante ma c’entrano nulla con la scomparsa silenziosa, inesorabile, sottaciuta e imbarazzante della grande impresa italiana.

Un’altra volta se prendiamo il peso del valore aggiunto dei diversi settori industriali italiani in rapporto al valore aggiunto totale, e si fa lo stesso esercizio per i maggiori paesi europei, si scopre che i settori tipici del “made in Italy” (tessile, meccanica, beni per la casa) presidiati dai piccoli hanno un peso maggiore sul valore aggiunto nazionale di quello che hanno negli altri paesi Ue. Nel settore dei beni capitali il peso è simile. Mentre in quelli ad alta tecnologia (chimica, farmaceutica, elettronica, trasporti) la quota italiana pesa molto meno che negli altri paesi. Le grandi imprese private restano quindi minuscole e per giunta pericolosamente prive di patrimonio: al 31 marzo 2013 la dimensione e il finanziamento del capitale dei maggiori gruppi industriali quotati ammontava a 124 miliardi di debiti finanziari rispetto ad un patrimonio netto tangibile di -13,9.

La debolezza industriale italiana non sta quindi solamente nella preponderanza del nanismo “made in Italy” ma soprattutto nella scomparsa, nel ridimensionamento e nella svendita della grande industria, incapace di rinnovarsi e costruire grandi reti internazionali. Sicuri che questa classe di manager fallimentari – le relazioni al posto del mercato -, grandi imprenditori pappa e ciccia con la politica, con banchieri e grand commis di stato, abbiano le carte in regola per fare le bucce a chi siede in Parlamento e scaricare sempre e comunque le colpe sugli altri?

Senza muscoli e senza politica industriale per giocare le guerre di mercato, ecco che le nostre imprese sono diventate vulnerabili allo shopping straniero. E’ la storia di questi ultimi anni. Se ci siamo giocati anche Telecom, a partire dalla privatizzazione di fine anni Novanta, dobbiamo ringraziare un’intera classe dirigente: Prodi, gli Agnelli e la follia del nocciolino duro, D’Alema e i capitani coraggiosi guidati da Colaninno, Marco Tronchetti Provera e le grandi banche del paese. Ognuno ci ha messo del suo. Se tra poco perdiamo Alitalia, dopo lo scempio di una ultradecennale gestione pubblica, è perchè i famosi “patrioti” berlusconiani che hanno partecipato alla cordata del 2008 erano capitalisti messi insieme da Intesa Sanpaolo per motivi diversi dal business aeronautico, in cerca di piaceri, crediti e benemerenze a palazzo Chigi. E oggi, dopo la crisi peggiore degli ultimi cento anni, senza più soldi per fare salvataggi di sistema, i nodi sono venuti al pettine.

«I paesi che dispongono di una classe politica forte e competente usano la politica industriale e la moral suasion (e forse qualcosa in più) per fare in modo che chi monopolizza molte delle risorse finanziarie create dalla comunità si muova nell’interesse generale, paghi quando sbaglia e non si dedichi ad avventure e speculazioni con beneficio di pochi», ha scritto qualche settimana fa su Linkiesta Fulvio Coltorti. Da noi invece non succede nulla. Abbiamo un premier che dagli Stati Uniti si limita a dire che il governo vigila, «ma Telecom è un’azienda privata…» (sic!).

Se Coltorti ha ragione, e crediamo abbia ragione, è possibile in questo paese aprire una riflessione francae seria sulla fine delle grandi imprese, sull’impatto devastante che questa desertificazione ha avuto e continua ad avere sulla crescita del sistema Italia, la produttività, l’innovazione e la produzione di classe dirigente? E’ possibile discutere di quali strumenti mettere in campo per aiutare a crearne di nuove oppure pensiamo di farcela solo con i campioncini del Quarto Capitalismo? Di certo, quel che non si può più fare, è passare tutto sotto silenzio, per cattiva coscienza, commistioni o semplice pigrizia che ci porta troppo spesso ad abbaiare, sdentati, contro lo straniero che ci invade…

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