Cina e Brasile ora preferiscono l’offshore

Le sfide dei Brics

Negli ultimi mesi si sono sprecate pagine per raccontare l’instabilità dei Brics, ovvero Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. La crisi delle economie emergenti non sembra esserci, se si guardano i movimenti di capitale verso i centri finanziari offshore. In particolare, Brasile e Cina stanno utilizzando sempre più i paradisi fiscali al fine emettere titoli di debito. Tuttavia, proprio questa continua bramosia di capitali freschi, ed esteri, è il sintomo della fragilità di queste due economie.

I soldi? Meglio cercarli all’estero. È questo ciò che stanno facendo le società finanziarie e non finanziarie di Brasile e Cina. Secondo un rapporto della Banca dei regolamenti internazionali (Bank of International Settlements, o Bis), a fine giugno scorso il 25% di tutti i titoli di debito dei Paesi emergenti denominati secondo la legislazione internazionale sono stati emessi nei centri offshore. Un valore che supera di alcuni punti la quota relativa alle economie sviluppate, che si fermano al 22 per cento. Le cifre raccolte nei vari collocamenti offshore sono rilevanti. Nel periodo intercorso fra il giugno 2012 e il giugno 2013 gli Emergenti hanno raccolto circa 95 miliardi di dollari nei centri offshore. In pratica, un quarto delle emissioni corporate complessive. E circa tre volte tanto la quota inerente i Paesi sviluppati, che si sono stoppati a quota 32 miliardi di dollari nello stesso orizzonte temporale. Risultato? Mai la ricerca di capitali offshore è stata così elevata per gli Emergenti. E questa è destinata ad aumentare, come hanno previsto Morgan Stanley e Jefferies. Per la prima a fine 2013 si saranno superati i 130 miliardi di dollari e nel 2014 saranno sorpassati i 150 miliardi di dollari. Per la seconda, cifre leggermente più alte: 145 miliardi di dollari nell’anno in corso, 180 per il prossimo.

Chi è che va all’estero per cercare capitali freschi? Cina e Brasile. Secondo i calcoli della Bis, i titoli di debito emessi dalla Cina nei centri finanziari offshore hanno subito un’impennata senza precedenti negli ultimo decennio. Si è quindi passati da un miliardo di dollari per il 2001 a oltre 51 miliardi nel range temporale compreso fra giugno 2012 e giugno scorso. Traduzione: il 70% di tutti i bond corporate di diritto internazionale emessi dagli Emergenti è a marchio cinese. In aumento il Brasile, che ha una presenza notevole in questo settore da diverso tempo. Dopo aver registrato cifre analoghe a quelle della Cina intorno al 2001, le società finanziarie e non finanziarie brasiliane hanno collocato offshore quasi 20 miliardi fra giugno 2012 e giugno 2013, ovvero il 40% del totale delle loro emissioni internazionali. Il trend è dato in aumento, come spiega la Bis e come registrato dalle banche internazionali, che hanno sempre più richiesta di collocamenti internazionali offshore da parte di società di mercati emergenti.

I motivi che hanno portato a questo sviluppo sono diversi. In entrambi i casi, sia Brasile sia Cina, la migrazione delle società nei centri offshore è da ricondurre a un problema di liquidità bancaria e accesso al credito nei Paesi di origine. Un problema sempre maggiore in Cina, dove le banche, soprattutto piccole e medie, stanno aumentando la restrizione del credito e la sterilizzazione dello stesso. Come rimarcato mensilmente da Fitch, gli squilibri monetari non sono ancora terminati e potrebbero aumentare a seguito del tapering del Quantitative easing (QE) della Federal Reserve. Attualmente il tasso d’interesse principale della People’s Bank of China, la banca centrale cinese, è fisso al 6 per cento. È possibile però che ci sia un innalzamento, come fatto dalla Reserve Bank of India pochi giorni fa. Il governatore della banca centrale indiana, Raghuram Rajan, ha innalzato il tasso principale, portandolo dal 7,25% al 7,50%, e abbassato il tasso d’interesse per le operazioni di rifinanziamento delle banche, dal 10,25% al 9,50 per cento. Su un versante, Rajan ha voluto cautelarsi contro le mosse della Fed, e sull’altro, migliorare le condizioni del funding per le banche del proprio sistema. Mossa simile anche a quella della banca centrale brasiliana, che da aprile a oggi ha innalzato il tasso principale per quattro volte, ora al 9%, e riducendo i costi per le banche. Una mossa obbligata, per evitare che qualche big player avesse problemi.

Uno degli altri motivi è la ricerca di capitali esteri, in modo da ampliare la propria base di investitori. Dati i minori oneri amministrativi, che si traducono con un risparmio anche per le stesse società, gli imprenditori cinesi e brasiliani hanno iniziato a utilizzare i centri offshore. Inoltre, l’uso della legislazione internazionale nelle emissioni garantisce un’armonizzazione per gli investitori e diminuisce le controversie che possono nascere. Ci sono poi le ragioni fiscali. Da un lato i centri offshore hanno una legislazione più snella, anche se più opaca. Dall’altro, come ricorda la Bis, «numerosi Paesi applicano una ritenuta alla fonte agli investitori residenti nelle giurisdizioni estere dove la tassa sul reddito è inferiore al 20 per cento». Fra questi ci sono i centri offshore.

Il problema è capire quali sono i rischi di breve e lungo periodo di questo atteggiamento. Per il Brasile, è facile che le imprese che a oggi usano questo genere di finanziamento possano cercare nuovi fondi in nuovi paradisi fiscali. Ma fino a un certo punto. In caso di shock esogeni o un giro di vite dei regolatori internazionali sui centri offshore, diverse istituzioni finanziarie battenti bandiera brasiliana potrebbero avere meno liquidità. E nel lungo termine sarebbero costrette a cercare un funding suppletivo, pena la loro sostenibilità economica. A cascata, le ripercussioni sulle singole aree economiche potrebbero essere significative.

Per quanto riguarda la Cina, oltre un terzo delle emissioni corporate offshore si deve ricondurre a società finanziare che poi erogano prestiti in dollari sul mercato interno, come ricordato dalla Bis. Non solo. Il 77% dei collocamenti societari nei centri offshore è denominato in dollari. E qui entra in gioco la Federal Reserve. Una volta che la Fed avvierà l’assottigliamento degli acquisti mensili di Treasury e Mortgage-backed security (Mbs), ora fissati a 85 miliardi di dollari al mese, gli effetti sui Brics saranno significativi. La riduzione della liquidità impatterà anche su queste società cinesi, che potrebbero trovarsi con la coperta più corta del previsto. In altre parole, erogando meno prestiti, diverse imprese cinesi vedrebbero una riduzione del funding di breve termine. Se si unisce questo elemento allo scenario di base, che vede una rilevante discrepanza nel funding fra imprese e banche cinesi, potrebbero essere vero ciò che scriveva Jefferies, cioè che un hard landing per l’economia cinese è possibile. Attualmente il consensus delle banche d’investimento vede una crescita del Pil compresa fra il 6,9% e il 7,2% per l’anno in corso, con un lieve miglioramento per il prossimo anno. Ma nel mondo post-QE tutto è possibile. Quando finiranno (gradualmente) le misure straordinarie della Fed, e solo in quel momento, si capirà in che modo impatteranno con l’economia dei Paesi emergenti e, di conseguenza, sulla congiuntura globale.

Quando il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha messo in guardia la Fed da atteggiamenti troppo spregiudicati in merito al QE, intendeva che la banca centrale statunitense non deve sottovalutare gli effetti del tapering sui Brics. La forte dipendenza degli Emergenti dai finanziamenti in dollari è un limite che finora non è mai stato superato. E la costante ricerca di nuove fonti di funding, lo si evince dall’ascesa dei centri offshore per Cina e Brasile, si può interpretare come un rischio in più, capace di amplificare la debolezza di sistemi economici troppo sbilanciati. L’interconnessione fra l’universo bancario interno, lo shadow banking e il clima congiunturale mondiale può quindi risultare fatale per molti. E lo spauracchio di tante economie emergenti, quello dell’hard landing, potrebbe diventare realtà. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

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