Doveva inchiodare Donald Rumsfeld, lo fa uscire da eroe

La Mostra del Cinema di Venezia

Guerra. Nel momento in cui sul conflitto in Siria ci si interroga angosciosamente se gli Stati Uniti d’America debbano continuare o no a essere gli “sceriffi del mondo”, la “nazione indispensabile” a tutela della libertà in ogni parte del mondo, ecco che piomba su Venezia il documentario The Unknown Known di Errol Morris sul “ministro della guerra” più famoso degli ultimi decenni: Donald Rumsfeld. Segretario della Difesa con George W. Bush (lo era stato già con Gerald Ford negli anni Settanta), ha gestito le operazioni belliche dal Pentagono nel post-11 settembre. È stato l’uomo della lotta a tutto campo contro il terrorismo islamico, contro i nemici giurati dell’America, Osama Bin Laden e Saddam Hussein. E l’uomo del “pantano” in Iraq (col corollario delle scandalose detenzioni ad Abu Ghraib e Guantanamo), l’uomo di punta dal 2001 al 2006 di un’amministrazione criticatissima, costata all’America sangue e soldi in nome della sicurezza. Un personaggio divisivo, tostissimo nonostante gli 81 anni, cultore ossessivo delle parole e delle definizioni, con cui ama manipolare chi ascolta, anche a costo di non seguire il filo del suo stesso ragionamento sui “fatti che sappiamo, quelli che non sappiamo, quelli che non sappiamo di sapere, quelli che sappiamo di sapere”… Un tranello linguistico del tutto inutile che non ce la fa a nascondere la vera natura di questo pragmatico repubblicano dell’Illinois, il quale da mezzo secolo segue e persegue un’idea per lui non discutibile: noi siamo l’America e i destini del pianeta dipendono da noi.

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Morris ha raccolto circa 33 ore di interviste nel corso di 11 sedute nei suoi studi di Boston, non risparmiando a Rumsfeld nessun capitolo scomodo della sua biografia politica e della guerra al terrore. E tuttavia se l’obiettivo era inchiodare l’uomo alle sue responsabilità, va detto che l’uomo ne esce come un gigante. Dopotutto uno che è uscito indenne dal Watergate (era stato da poco spedito come ambasciatore a Bruxelles da Nixon che non lo amava), che ha perfino rischiato di diventare presidente degli Usa (se solo Reagan non gli avesse preferito come proprio vice Bush senior), che da Washington ha gestito la politica estera con pugno di ferro, non era certo tipo da farsi intimidire: con il suo ghigno permanente, la battuta pronta e tagliente, le idee chiarissime e inscalfibili, la commozione sorprendente sui veterani di guerra. E alcune scelte stilistiche del regista (il mare, una cassaforte chiusa, la palla di vetro con la neve finta) usate per metaforizzare – invero non molto efficacemente – alcune linee del racconto (l’ignoto della politica, i segreti, le migliaia di promemoria che Rumsfeld ha lasciato nel corso della sua attività di governo) fanno risaltare ulteriormente la rocciosa fermezza della sua politica. Alla fine si applaude, e il sospetto è che si applauda il vecchio Don.

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Il concorso fa registrare anche il secondo film italiano in gara: L’intrepido di Gianni Amelio, l’ultimo nostro regista a conquistare il Leone d’Oro (Così ridevano, 1998). Antonio Pane (Antonio Albanese) vive a Milano e fa il rimpiazzo per lavori di ogni tipo: dall’autista abusivo di tram al venditore di rose dentro i ristoranti la sera. Amelio lo segue nel suo percorso tra occupazioni molto meno che precarie, che lui attraversa con inguaribile ottimismo e voglia di fare. Intorno c’è la città dei cantieri per l’Expo, la Milano dei nuovi grattacieli griffati e i Giardini verticali, ben fotografata da Luca Bigazzi. Il ritratto della città è efficace, funziona meno il personaggio di Antonio, che non conosce evoluzioni ed è chiuso in una ripetitività di situazioni. Le poche svolte non regalano grandi emozioni né focalizzano lo sguardo morale sulla realtà raccontata, e Amelio aggiunge un finale dopo l’altro perché non sa bene come chiudere: si finisce in Albania, chissà perché, forse un omaggio al protagonista… Proprio Albanese si dedica alla causa meglio che può ma non lo aiuta il resto del cast, piuttosto incerto anche per via di dialoghi ancora più incerti: si salvano, in ruoli minori, Alfonso Santagata, gestore di palestra parecchio schifoso, e Sandra Ceccarelli, sciùra benestante come già nell’altro film milanese della stagione, La variabile umana, presentato a Locarno e attualmente in sala. Riusciremo prima o poi a vedere un film italiano fatto come Dio comanda? Speriamo nel Sacro Gra di Gianfranco Rosi.

Intanto annotiamo che la coppia è gay. Quasi tutti i film che affrontano tematiche amorose riguardano relazioni omosessuali: Gerontophilia, Tom à le ferme, Via Castellana Bandiera, quest’ultimo Eastern Boys, in cui una storia d’amore mercenario in quel di Parigi evolve poi nell’adozione… È una tendenza non solo veneziana: all’ultimo Cannes ha trionfato La vie d’Adèle che racconta l’amore fra due ragazze, le quali nel primo quarto d’ora ne fanno di ogni. La parità è nei fatti, almeno al cinema, anzi qui le parti sembrano quasi invertirsi. Il nuovo sesso debole è quello etero. Almeno ai festival.

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