E se il maestro Miyazaki vincesse il Leone d’oro?

Mostra del cinema di Venezia

Sarebbe indubbiamente un gran finale. Il vecchio maestro dell’animazione che lascia il cinema con il suo ultimo film che vince il Leone d’Oro. È quanto rischia di accadere a questa Venezia 70, che vede in gara il venerabile Hayao Miyazaki con Kaze tachinu (The Wind Rises), opera che ricalca la biografia dell’ingegnere giapponese Jiro Horikoshi, autentica leggenda del Sol Levante, progettista dei velivoli Zero con cui fu effettuato l’attacco bellico di Pearl Harbour. Tema assai scivoloso, che ha innescato più di qualche polemica ben prima dell’inizio del festival, polemiche che Miyazaki fa d’un colpo svanire con una pellicola poetica tutta puntata sull’amore del volo e i sentimenti. Il film intreccia diversi capitoli della storia contemporanea del Giappone, come il terremoto del Kanto del 1923, l’epidemia di tubercolosi e l’entrata in guerra, con la vita dell’ingegnere. Ma probabilmente rischia di essere ricordato più come opera testamento che come capolavoro. E lascia un po’ di amaro in bocca per lo spettatore italiano che conosca la storia di Giovanni Battista Caproni.

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Era costui un ingegnere di Trento (ai tempi sotto l’Impero austro-ungarico), autentico mito vivente dell’aeronautica militare mondiale, di cui fu pioniere e imprenditore d’avanguardia nei suoi stabilimenti di Taliendo, allora ai bordi di Milano, oggi suo quartiere. Per Caproni nutre un culto quasi religioso il protagonista, Jiro, che vorrebbe fare aerei straordinari come quelli dell’italiano. E ci riuscirà. Quel che non dice Kaze tachinu – non per censura, ma perché la storia che racconta Miyazaki giustamente si interrompe prima – è che, dopo la fine della seconda guerra mondiale, Horikoshi divenne professore universitario in diversi atenei nipponici e fu ricoperto di onori in patria, mentre a Caproni toccò un processo per collaborazione col regime nazista e favoreggiamento del fascismo: ne uscì pulito, ma completamente distrutto. Morì settantunenne nel 1957; il suo gruppo, che era arrivato a comprendere venti società e insegnava a tutto il mondo l’arte dell’industria, era ormai smantellato e in parte assorbito dalla Augusta. Ci sarà mai qualche autore italiano che prima o poi racconterà le glorie e i capitani della nostra industria, pur nei chiaroscuri delle loro vite (Caproni divenne pur sempre ricco e celebre grazie alle guerre), al di là di qualche pura operazione di marketting stilistico-automobilistica? Attendiamo, non fiduciosi.

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L’altro film del concorso che s’incarica di presentare personaggi e situazioni celebri della storia del Novecento è Parkland. A ormai mezzo secolo dai fatti (novembre 1963), il giornalista investigativo del New York Times e regista debuttante Peter Landesman ritorna all’assassinio Kennedy e lo fa concentrando l’attenzione sull’ospedale, il Parkland Memorial Hospital, che divenne uno dei punti di svolgimento dei tragici giorni di Dallas. Qui fu portato JFK subito dopo essere stato mortalmente colpito da Lee H. Oswald. E qui due giorni dopo fu condotto lo stesso Oswald, arrestato dalla polizia e assassinato in diretta tv da Jack Ruby. Landesman racconta la complessa vicenda, su cui si è esercitato un infinito complottismo nei decenni successivi, secondo la prospettiva degli operatori dell’ospedale e della famiglia dell’attentatore. Si concentra in particolare su alcune figure simbolo: come i medici cui non riesce di salvare la vita del presidente e dell’assassino assassinato; come il sarto che casualmente gira il filmino amatoriale più celebre e tragico della storia, cioè quello dei colpi sparati su Kennedy che passa in macchina; come il fratello di Oswald, che non dubita della colpevolezza di Lee a differenza della madre che lo crede vittima di una macchinazione dei servizi segreti di cui lui stesso sarebbe stato un agente.

Il risultato di Parkland non è particolarmente soddisfacente, anche perché tratta assai male l’omicidio di Oswald. Il che non è secondario dal momento che Landesman, pur sempre un giornalista, ha dichiarato di aver fatto il film anche perché quella vicenda segnava un passaggio d’epoca, di cui la nascita delle breaking news con il volto e la voce del mitico Walter Cronkite è uno dei punti fondamentali. Ebbene, come si fa a trascurare così, se non con una scena di sfuggita, il primo omicidio in diretta televisiva? Peraltro Ruby, condannato all’ergastolo per il gesto, sarebbe morto quattro anni dopo proprio in quelle stesse corsie. Si salvano gli attori, su tutti il grande Paul Giamatti, ma non basta.
Restando sul concorso principale, segnaliamo Miss Violence del greco Alexandros Avranas che nella metà del tempo (un’ora e mezza) e col doppio della tensione si muove sul medesimo tema della violenza domestica che è alla base di Die Frau del Polizisten. La piccola Angelica si suicida nel giorno del compleanno: perché? La famiglia disperata è inquadrata con bravura, spesso tenendo bassa la macchina da presa come a dare l’idea dei personaggi schiacciati dalla situazione vissuta tra quelle mura. Troppo programmaticamente manichea però la visione dell’orco incestuoso e pure magnaccia, seppur in giacca e cravatta. Disturbante una sequenza con L’italiano di Toto Cutugno in sottofondo.

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