Michael Walzer: Siria, il ritorno della Russia è ottimo

Parla l’autore di “Just and Unjust Wars”

Nell’osservare gli sviluppi della crisi in Siria, il filosofo Michael Walzer distingue con cura l’ambito delle soluzioni ideali da quello dei compromessi reali. Separa i desideri impossibili dagli accomodamenti perfettibili. E, pur con una dose di scetticismo in stile “trust but verify”, secondo la regola di Ronald Reagan, si rallegra per i progressi diplomatici guidati da Vladimir Putin e accettati da Barack Obama.

L’autore di Just and Unjust Wars, testo che ha traghettato l’antico tema della guerra giusta nel pensiero contemporaneo, non è un isolazionista. Non invoca il disimpegno americano né esulta per la ritrovata centralità di Mosca nel ruolo di broker delle controversie di un Medio Oriente in subbuglio. Semplicemente giudica la posizione defilata di Obama un ritorno dell’America al suo ruolo naturale. «Ho sempre pensato che una società internazionale di successo – dice – debba basarsi sulla divisione dei compiti. Non siamo il poliziotto del mondo.

La Siria è sempre stata nell’orbita della Russia, e io dico che è meglio trattare con i russi che con gli iraniani, no? Il riemergere della Russia a livello globale può essere una cosa molto buona, a condizione che Putin accetti di giocare secondo le regole. Non credo nello “unique role” degli Stati Uniti. Sono un internazionalista, ma ammetto anche che ci siano internazionalisti in altri Paesi. Putin non rappresenta certo un modello di governo, ma questa improvvisa trasformazione può essere positiva. Il compito dell’America è verificare la sua buona fede».
 
Lei approva la soluzione diplomatica, ma quando Obama minacciava di ricorrere alla forza lo ha sostenuto.
La diplomazia è generalmente preferibile, questa è la premessa del ragionamento. Il ricorso a un’operazione militare può essere necessario, ma in questo caso è bastata la minaccia per aprire una trattativa che vedremo a cosa porterà. Non sono particolarmente ottimista, ma ci sono buoni segnali. Per quanto riguarda l’attacco, certamente ero a favore di un intervento per punire la grave violazione di una convenzione internazionale sulle armi chimiche.
 
Però il problema morale rimane: il regime di Bashar al Assad continua a uccidere con le armi convenzionali. Se mettiamo fra parentesi per un attimo la questione legale, il problema di fondo rimane.
Occorre fare alcune distinzioni. In Siria da due anni e mezzo c’è una guerra civile con diversi schieramenti in campo, sarebbe assurdo risolvere lo scontro nello schema regime–cattivo contro ribelli–buoni. Non credo che fra i ribelli ci siano molti lettori di John Stuart Mill. Dunque è una situazione in cui è difficile capire in che modo l’America potrebbe intervenire in modo sensato, per alleviare sofferenze e propiziare la vittoria di una parte. Senza contare che diverse entità straniere sono già intervenute con armi e approvvigionamenti. Russia, Iran e Hezbollah da una parte; Stati Uniti, Qatar, Arabia Saudita e Turchia dall’altra. Il punto, visto dall’America, è che la prospettiva di una vittoria di qualunque fazione non è molto invitante. Se Assad vince ci sarà un’enorme repressione degli avversari; se vincono gli islamisti ci saranno massacri di cristiani, alawiti, drusi e altre minoranze. Una guerra civile, per quanto brutale, non implica di per sé un intervento internazionale.
 
Ma le armi chimiche cambiano lo schema.
L’uso di armi chimiche implica una risposta forte in difesa del diritto internazionale. È uno dei pochi limiti nel modo in cui le guerre vengono combattute, ed è un limite abbastanza efficace, anche se non del tutto. Ho sostenuto, e sosterrò ancora se i negoziati dovessero fallire, la decisione del presidente di usare la forza, e speravo che avesse più sostegno in Europa. Suppongo che il presidente avesse buone ragioni costituzionali, e certamente aveva buone ragioni politiche, per chiedere l’approvazione del Congresso, e mi è molto dispiaciuta la freddezza con cui è stata accolta la proposta. Un voto favorevole sarebbe stato improbabile, per via di quella strana alleanza trasversale di isolazionisti che farà molto male alla politica estera americana negli anni a venire.
 
Lo stesso Obama però ha assunto una postura isolazionista, non le pare?
Spero che il presidente non voglia un ritiro dell’America dalla politica globale. Certo, c’è una grande avversione per la guerra dopo l’esperienza dell’Iraq e dell’Afghanistan, ed è comprensibile che la paura si proietti sugli scenari attuali. Aggiungerei a queste guerre anche quella in Libia, che, nella differenza di proporzioni, è stata un disastro. Con grande realismo bisogna considerare che se l’America non assume una posizione di leadership in presenza di gravi violazioni internazionali, lo farà qualcun altro. Ci conviene? Conviene all’Occidente?
 
Quello che sta succedendo in Siria testimonia il fallimento della Primavera Araba di cui l’Occidente si era infatuato?
In parte sì, nel senso che è la dimostrazione che l’Occidente non è in grado di influenzare e nemmeno di prevedere i movimenti che hanno spezzato un assetto di potere. È quasi impossibile dire cosa succederà domani, capire qual è la forza di certe fazioni con cui l’America potrebbe ad esempio negoziare. L’esempio perfetto è purtroppo l’Egitto. I manifestanti originari rappresentavano la parte liberale della società, ma era molto improbabile che potessero governare il paese. Chi poteva farlo erano i fratelli musulmani, e l’America li ha sostenuti nella speranza, o nell’illusione, che diventassero l’equivalente islamico dei cristiano–democratici. È successo l’esatto contrario.
 
Come dovrebbe muoversi allora l’America?
Deve sostenere le richieste di libertà e democrazia, su questo non c’è dubbio. Ma non deve entrare in conflitti il cui esito è impossibile da prevedere. Il rischio è trovarsi poi chiusi in un angolo a pagare in termini di influenza politica il prezzo degli errori militari. Le tendenze isolazioniste sono il prezzo che paghiamo dopo l’Iraq, il che ci impedisce di essere una voce autorevole nel dirimere le controversie internazionali.
 

Twitter: @mattiaferraresi

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