Colombo partì per veder la sua bella e scoprì l’America

Il 12 ottobre è il Columbus Day

Si chiamava Rodrigo, chi scoprì l’America quel lontano dodici ottobre del 1492. Si chiamava Rodrigo, veniva dal quartiere di Siviglia che si chiama Triana, sull’altra sponda del Guadalquivir, e aveva trovato impiego in cima all’albero maestro della Pinta, intesa come caravella e non come boccale di birra. Alle due del mattino, con la Luna a svelare la costa dell’isola del Salvador: «Terra, terra!» strillò di lassù, svegliando la ciurma assonnata e il comandante Cristoforo Colombo, che gli strinse la mano, congratulandosi per l’ottima osservazione e di quell’avvistamento se ne prese tutto il merito.

Narra qualche leggenda, che Montezuma fosse tipo mite e cordiale, senz’altro più del suo nome, che in lingua azteca fa Motecuhzoma Xocoyotzin e che – pare – significa sovrano arrabbiato o qualcosa di simile. Beh, se avessi un nome attorcigliato così, sarei di cattivo umore anch’io; lui, invece, optò per il più armonioso e melodico Montezuma e ogni attrito si appianò.

Non ce lo vedo a tenere il broncio sotto una palma o ingrugnito a sgranocchiare un dattero. Me lo immagino, piuttosto, sereno e pacioso accanto al suo popolo, che un imperatore così non se lo sognava nemmeno nelle notti di Luna piena.

Pare – ho detto pare… – che nei pomeriggi dei giorni di festa, a corte venisse servita una tazzona di cioccolato a chiunque si presentasse sorridendo. Il cacao, da quelle parti, non mancava mai e – pare – i sorrisi nemmeno. Per non dire dei giorni di festa, che riempivano il calendario più dei lunedì mattina, ma ho il vago sospetto che, ai tempi di Montezuma, anche il lunedì mattina non fosse poi così disprezzabile. C’era la festa dedicata a Tlaloc, dio della pioggia e della fertilità; c’era quella per Quetzalcoatl, un po’ divinità, un po’ serpente, molto bello da disegnare e raffigurare qua e là. Poi c’era la festa per il Sole che sorge e per quello che tramonta, la festa per la Luna quando c’è, e se non c’è si festeggia lo stesso. Si organizzava una festa a ogni bimbo che nasceva e, se tra gli anziani qualcuno se ne andava nell’Aldilà, giù un sorso di cioccolato anche in suo onore.

La città di Tenochtitlan era il centro del mondo e il mondo era di cioccolato, dalle parti di Montezuma, con un po’ di peperoncino qua e là a rendere piccanti le giornate. Ovviamente c’era anche la festa del peperoncino e la festa della città.

Montezuma, oltre al cioccolato, era capo ispirato e attento: pare – ripeto, pare… – avesse progettato uno stadio per farci giocare Italia Germania quattro a tre e, tra i palazzi grandi e piccoli, in fondo a destra, un bel bagno in caso di necessità.

«A cosa serve un bagno – lo apostrofò l’architetto di corte – con tutti gli alberi che ci sono. È sufficiente appartarsi dietro un cespuglio, senza troppi rubinetti e lavandini…». Ma l’imperatore fece finta di non sentire e ordinò la costruzione dei servizi, con tanto di doccia e bidet. Pare.

Quando capitò di vedere, di lontano, una nave a tutte vele galleggiare verso la costa, tutti all’opera per far festa ai nuovi venuti, con doni, danze e cioccolatini. Montezuma, per l’emozione, corse in bagno, dimostrando che quella stanza in fondo a destra non era un’idea così balzana. Poi si lavò bene le mani e si apprestò ad accogliere gli ospiti. E che questi fossero conquistatori non lo preoccupava nemmeno un po’. Nemmeno esisteva, in lingua azteca, la parola conquistatore, che nel caso sarebbe stata qualcosa come xocquitztatloc e sarebbe stata troppo difficile da pronunciare. Si ballò e si danzò fino al mattino, con i nuovi venuti. E cioccolato a volontà.

«Caro Monty – disse d’un tratto il capo di quelli – mi piglio il tuo cacao e me lo porto in Europa. Tutto. Tuttissimo!». L’imperatore rimase perplesso. Tutto era una quantità eccessiva, secondo i calcoli suoi e del cioccolataio di corte. Non ne sarebbe rimasto per festeggiare alcunché. Propose quindi un’alternativa. «Ti posso concedere – disse, sorridendo – mezzo chilo di cacao, con l’aggiunta di un mango, una papaya e un avocado, che sono ottimi davvero».

Il conquistatore ci pensò un po’ su, assaggiò i tre frutti, si leccò per bene i baffoni, si guardò intorno, quindi esclamò:
«D’accordo! Mi piglio tutto il cacao, tuttissimo, e in più tutti i mango, papaya e avocado che hai. Tuttissimi!». Montezuma forse si era spiegato male: «Facciamo così – propose, sorridendo – tu lasci qui il cacao e la frutta e io ti regalo un chiletto d’oro, che anche di quello ne ho quanto mi basta e per il cioccolato non va bene». Gli occhi del conquistatore brillarono avidi.

«Prendo ogni cosa! Cacao, frutta, verdura – pareva spiritato – Tutto l’oro del mondo! Acchiappo questo e quello! E già che ci sono faccio fuori te e i tuoi compari, e finita la discussione». Così fu, purtroppo. Ci misero un po’ – ma nemmeno chissà quanto – e degli aztechi non restò che il ricordo. Al mattino di non so che giorno la nave era stracolma di ogni bene, pronta a salpare per la via del ritorno. Mancava solo il capo, che chissà dov’era finito.

Era in fondo a destra, quel conquistatore sanguinario, seduto sulla tazza del water con un mal di pancia che non ti dico. Succede, a chi gira il mondo senza rispetto per i luoghi e la gente. Si chiama maledizione di Montezuma – davvero! – imperatore che non portava rancore, mite com’era, al punto da aver fatto costruire un bel bagno dove trascorrere qualche giorno in penitenza.

Quando Colombo scoprì l’America, la bandiera dell’America non esisteva. E pensare che oggi la troviamo persino sulla Luna… E poi il nome giusto sarebbe bandiera degli Stati Uniti d’America, perché anche l’Argentina e il Perù, il Canada e il Messico sono America, ma hanno ognuno la propria bandiera. Quella a stelle e strisce, la stars and stripes, non è fatta così a caso: le righe orizzontali rosse e bianche rappresentano le tredici colonie originarie, che si unirono e dichiararono l’indipendenza nel 1776; le stelle bianche nel rettangolo blu rappresentano gli Stati dell’Unione: all’inizio erano tredici anche loro, poi quindici, poi venti, aumentando via via che un nuovo Stato veniva annesso, fino alle cinquanta di oggi.

La scoperta dell’America ha causato il fatto che sempre più, negli anni fino a oggi, c’è gente che vuole andare in America. Prima non era affatto così: Colombo, infatti, aveva tutte le migliori intenzioni di raggiungere l’India. Ma andare in America non basta e, se ai tempi dei malefici conquistatori l’idea era di rendere europei gli abitanti del continente nuovo, via via si è andati a fare il contrario, fino ad americanizzare un po’ tutto il mondo. Chi non si è mai vestito da cow boy a carnevale? Chi non ha mai bevuto quella bevanda lì? Chi non ha mai ballato il Rock and Roll? Ecco, quanto a musica il vecchio Renato Carosone faceva l’americano più di tutti, con la sua band, il suo pianoforte e il suo sorriso.

Il dodici ottobre è una festa importante negli Stati Uniti d’America, proprio per ricordare la scoperta del continente. Il Columbus Day si festeggia ormai da quasi centocinquant’anni e, nelle città dove vivono molti emigrati italiani, la festa è doppia e diventa un modo per ricordare le proprie origini. Una delle metropoli più coinvolte, con una parata sempre molto spettacolare, è New York City, dove ormai i nostri oriundi non abitano solo nelle vie di Little Italy, ma in tutta la città, Brooklyn compresa, e hanno spesso coperto cariche importanti, come i sindaci Fiorello La Guardia e Rudolph Giuliani, o il governatore Mario Cuomo. Se vorrai farti un giro tra street ed avenue, NYC ha preparato una pagina da cui metterti in cammino.

Un Cristoforo Colombo come non lo abbiamo mai conosciuto e un viaggio come non ce lo hanno mai raccontato, perché non è cosa da tutti scoprire il Nuovo Mondo, men che meno se lo si fa per caso, senza quasi rendertene conto. Andiamo a scoprir l’America, allora, seguendo le vignette di Altan – genio della satira disegnata – che, una dopo l’altra, ci svelano gli aspetti più insoliti, grotteschi e divertenti di un’impresa tanto paradossale, da segnare e disegnare la storia del mondo intero.

Isabella di Trastámara, detta la Cattolica, regina di Castiglia, di Sicilia, Aragona, Valencia, Sardegna, Maiorca e Corsica, contessa di Barcellona, era figlia del re di Castiglia e della regina del Portogallo e regnò un po’ dappertutto alla fine del Quattrocento.

Da lei si recò un giorno il baldanzoso Cristoforo Colombo – Cristóbal Colón in lingua castigliana – per due semplici motivi. Innanzitutto era curioso di vedere come ci stesse tutto quel nome e indirizzo, infarcito di cariche regali, sulla carta d’identità; già che c’era, le avrebbe poi chiesto un ricco finanziamento per raggiungere le Indie, con una spedizione ben equipaggiata, non andando verso Est, come facevano tutti, bensì navigando verso Ovest, che se la Terra era rotonda valeva la pena sfruttarne la circolarità.

Lei lo ascoltò con attenzione, un po’ prendendolo per matto, un po’ per sognatore, e alla fine chiamò a sé il tesoriere di corte, fece due calcoli con l’abaco, guardò le stelle per lasciarsi consigliare, quindi prese il Colombo sotto braccio e gli disse muy bien. Che vuol dire va bene, come se avesse detto OK, come si dice nell’America di oggi, ma che ne sapeva, la regina, dell’America…?!
Lui fece un inchino, raccattò tre caravelle e una novantina di marinai e partì. Era la mattina del tre di agosto del 1492 e settanta giorni più tardi avrebbe raggiunto l’India, altroché. O forse no…

Qualche lingua impertinente e pettegola ogni tanto insinua che a Colombo dell’India importasse meno di poco. Il vero motivo del suo viaggio sarebbe stato, secondo alcuni, il bel sorriso di doña Beatiz, vedova del governatore della Gomera, isola delle Canarie, con i canarini tutto intorno.

Sarà vero? Chi può dirlo?! Però un po’ ci credo. Le isole Canarie, infatti, sono di qua e l’India di là: se ti metti in viaggio sulle rotte di sempre, quand’è che la vedi, la tua bella? Ecco allora l’idea romantica e gagliarda: fare tutto il giro del mondo e, nel tragitto, fermarsi da lei e un bacino è assicurato. Diavolo d’un Colombo: lui e la sua piccioncina! Però guarda tu la forza dell’amore, ti fa girare la testa e, se hai fortuna, ti fa scoprire l’America!

Tanto poco si accorse, Colombo, di non essere in India, bensì in un mondo nuovo e inesplorato, che che non gli venne in mente la bella idea di chiamare tutte quelle terre Colombia, che oggi è sì uno stato, ma non certo un continente intero. O Cristoforolandia… A dare il nome a tutto quanto, dai confini con il Polo Nord a quelli con il Polo Sud, fu un altro viaggiatore di quel periodo, che arrivò da quelle parti nel 1497. Il fatto che le terre fossero abitate da popolazioni indigene non lo preoccupò per nulla e Amerigo Vespucci fu ben felice di scrivere per la prima volta il nome di America.

Poteva chiamarlo Vespuccia, quel territorio appena scoperto e – ne sono certo – probabilmente le sorti del mondo e la storia dell’umanità avrebbero percorso una strada diversa. Chi mai sognerebbe di farsi un viaggio in un posto con un nome così strano? Saluti dalla Vespuccia! Nemmeno una cartolina manderei da lì…

Comandante della caravella Pinta era tale Martín Alonso Pinzón, buon amico di Cristoforo Colombo e ottimo uomo di mare, tanto da diventare anche comandante in seconda dell’intera flotta. Per tenere tutto in famiglia, ottenne anche che i fratelli Vicente Yáñez e Francisco fossero il comandante e il timoniere della Niña.

Nonostante l’amicizia e la stima, per lui avere a che fare con Colombo non deve essere stato comunque così facile, tant’è che qualche settimana dopo lo sbarco in America, sempre senza avere idea di essere in America, Martín si prese la libertà di andarsene all’avventura solo soletto per quasi tre mesi e chissà quante belle cose ha scoperto, in questo lungo periodo. Durante il viaggio di ritorno, pare che Pinzón raggiunse le coste della Spagna molto prima del suo capo, guadagnandosi una sonora lavata di capo da parte delle regina Isabella, che gli intimò di non farsi vedere, se non dopo l’approdo di Cristoforo e il resto della ciurma.

Twitter @andreavalente