Come diminuire la disoccupazione giovanile?

A settembre è salita al 40%

1)Come si potrebbe riqualificare il rapporto fra mondo scolastico e universitario in genere ed il mondo del lavoro?

Ci sono molti modi per rendere il sistema di istruzione meglio collegato con il mondo del lavoro. In primo luogo, bisogna cambiare una mentalità che lo vede invece come in una torre d’avorio separata dal resto. È un modo di pensare comune sia fra chi produce istruzione e formazione, da un lato, che nelle imprese. Invece,scuole ed università devono comprendere che devono produrre non solo istruzione, ma competenze nel senso più ampio e più direttamente impiegabile nel mondo del lavoro. Ciò che rende i giovani meno occupabili degli adulti non è certo una presunta minore istruzione, tutt’altro. I giovani sono più e meglio istruiti degli adulti. Quello che manca loro è l’esperienza lavorativa. E tuttavia è proprio quell’esperienza lavorativa che li rende occupabili. Le imprese, gli studi professionali, le pubbliche amministrazioni sono luoghi importanti nei quali le conoscenze acquisite possono divenire competenze.

Un aspetto all’apparenza marginale, ma in realtà decisivo è l’orientamento verso l’apprendimento di nozioni teoriche senza applicazioni. Al contrario dei paesi anglosassoni, le scuole ed università italiane danno un’enorme importanza alla conoscenza dei principi, anziché alla loro applicazione ai casi concreti. Un approccio dell’insegnamento universitario più orientato al problem solving potrebbe consentire ai giovani almeno di acquisire una forma mentis più adeguata per il mondo del lavoro. Una maggiore integrazione fra mondo dell’istruzione da un lato e luoghi di produzione dall’altro è l’altro elemento fondamentale. Ci sono diversi modelli negli altri paesi. Tre sembrano i più importanti:

a) il modello duale tedesco

b) il job placement anglosassone

c) il jisseki kankei giapponese.

Sapete cosa accomuna Germania, Giappone e paesi anglosassoni, dove è minore lo svantaggio dei giovani? Certamente non la flessibilità del mercato del lavoro se pensiamo a Germania e Giappone. Il comun denominatore è il forte collegamento fra scuola e università, da un lato, e mercato del lavoro, dall’altro. Ognuno di questi paesi lo realizza in un modo diverso, sia chiaro. La Germania è l’unico paese dove giovani e adulti hanno la stessa probabilità di essere disoccupati. Si segue il sistema duale, con apprendistato di massa per i giovani che non fanno il ginnasio e non andranno quindi all’università  Introdurre il principio duale in vari modi a tutti i livelli del nostro sistema dovrebbe essere un obiettivo prioritario. Non mancano i limiti del sistema tedesco ad esempio, il principio duale è di difficile importazione, poiché richiede una collaborazione costante fra tutti gli attori;  stituzioni scolastiche ed universitarie, imprese, autorità locali e parti sociali. Si sa quanto ciascuna di queste istituzioni sia poco propensa a collaborare con le altre. Spetta alle autorità locali e al governo provare a far comunicare questi mondi paralleli, coordinando il processo e perfezionandolo nel tempo.

C’è poi il sistema giapponese del Jisseki Kankei e quello anglosassone del job placement.Il Giappone offre occasioni lavorative a un terzo dei giovani già alla conclusione della scuola secondaria superiore. Il job placement anglosassone prevede invece un ruolo solo di agenzia informativa del sistema formativo sul mondo del lavoro. Saranno poi i giovani a trovare un accordo in base alle loro convenienze. Ogni sistema ha i suoi pregi e i suoi limiti. Il Jisseki Kankei risente meno degli effetti della crisi, ma prevede un’eccessiva ingerenza delle istituzioni scolastiche nel processo di ricerca di un posto di lavoro. I paesi anglosassoni ottengono alti tassi di placement post-scolastico e post-universitario soprattutto nelle fasi espansive, ma non sempre in quelle recessive. Inoltre, il job placement consente un miglior matching fra impresa e lavoratori, che è deciso su base volontaria. Il limite è che funziona meno bene quando c’è crisi economica.

L’Italia farebbe bene ad introdurre gli elementi migliori di ciascuno di questi sistemi. Mi sembra che il cosiddetto Testo unico dell’apprendistato, approvato nel luglio 2011, vada nella giusta direzione, anche per la partecipazione convinta di tutti gli attori sociali più important , condizione indispensabile per il funzionamento di un istituto che richiede il collegamento fra tutti i soggetti rilevanti. Speriamo che presto siano fatti passi in avanti anche nel campo del placement universitario. Occorre destinare fondi specifici a questo scopo, ma anche modificare la organizzazione degli atenei per dotarli di uffici e funzioni in grado di far funzionare questo aspetto importante della formazione terziaria.

2) È possibile rilanciare il ruolo del collocamento pubblico al fine di garantire una occupazione più equilibrata?

In tutti i paesi dove la disoccupazione giovanile è bassa i centri per l’impiego pubblici e privati svolgono un ruolo fondamentale. Diffondendo l’informazione sui posti di lavoro vacanti ai disoccupati e sui disoccupati alle imprese, le agenzie per l’impiego riducono la componente frizionale della disoccupazione, che non a caso è fra le più alte al mondo in Campania e in Italia in genere.

Infatti, in Italia, sia le agenzie pubbliche che private per l’impiego sono troppo piccole e disorganizzate per svolgere alcun ruolo. Il numero dei disoccupati per dipendente dei centri per l’impiego è superiore a 500, un numero di gran lunga al di sopra di quello della Germania (50), della Svezia (29) o del Regno Unito  (24). Inoltre, il personale dei centri per l’impiego, già insufficiente, è oltremodo appesantito da un eccesso di mansioni burocratiche che deprimono ulteriormente la loro capacità di influenzare la disoccupazione frizionale nella regione.

I servizi pubblici per l’impiego dovrebbero essere ristrutturati e ripuliti di (quasi) tutti gli obblighi burocratici per liberare risorse umane e finanziarie da destinare a ruoli più attivi, non solo nel settore dell’apprendistato. Maggiori risorse umane e finanziarie dovrebbero essere assegnate ai servizi pubblici per l’impiego; si dovrebbero studiare attentamente il sistema tedesco e scandinavo come modelli da seguire. La regione e le province dovrebbero destinare una quota stabile di risorse alla previsione della domanda di lavoro, dei settori e dei luoghi dove essa si genera, e alla sua evoluzione nel corso del tempo. Una previsione della domanda di lavoro sarebbe fondamentale per orientare le scelte dei giovani e delle loro famiglie sulle scelte da fare in termini di investimento in istruzione e formazione professionale. Anche le istituzioni di istruzione e formazione, oltre che i centri per l’impiego, trarrebbero grande beneficio dalla disponibilità di previsioni aggiornate per orientare la propria offerta formativa.

Di nuovo,il dialogo sociale è uno strumento importante di previsione della domanda di lavoro. Tuttavia, i dati dei servizi pubblici e privati per l’impiego potrebbero essere usati a scopi previsionali. Le cosiddette “mappe del tesoro” (il lavoro è il tesoro) cominciano a diffondersi in altre regioni italiane per localizzare sul territorio regionale la domanda di lavoro in diversi settori di produzione. Una novità recente in Campania, così come nel resto del paese, è la re-introduzione dell’apprendistato in base al Testo Unico del 2011, con una serie di importanti novità, quali:

a) la possibile applicazione ai laureati

b) l’introduzione del dialogo sociale come metodo per favorire l’integrazione fra istituzioni dedite alla istruzione e alla formazione professionale, da una parte, e quelle che sopravvedono al mercato del lavoro, dall’altra parte

c) il ruolo attivo previsto per le Agenzie per l’impiego nel nuovo apprendistato come coordinatori del dialogo sociale.

Unamaggiore concorrenza fra le scuole di formazione dovrebbe essere favorita, ad esempio attraverso l’utilizzo dei vouchers formativi. Un controllo serrato dei contenuti formativi dei corsi di formazione dovrebbe essere attuato in modo sistematico.

I centri di formazione professionale dovrebbero interagire con scuole ed università pubbliche, così come con il mondo del lavoro. Di nuovo, il dialogo sociale sarebbe uno strumento importante per migliorare la qualità della formazione professionale; studi di valutazione dovrebbero essere finanziati per verificare quali programmi sono più efficaci e quali lo sono di meno per ridurre gli sprechi di risorse pubbliche e incentivare un loro uso più efficiente.

3)La flessibilità del mercato del lavoro molto attuata negli ultimi anni, potrebbe essere “corretta” al fine di garantire maggiore stabilità al rapporto di lavoro?

In genere, le politiche per l’occupazione giovanile non sono ben sviluppate, nonostante l’alto tasso di disoccupazione. In effetti, in un certo senso, il tasso di disoccupazione giovanile è anche dovuto alla mancanza di adeguati interventi di politica economica. In genere, il sistema italiano delle transizioni dalla scuola al lavoro è del tutto inadeguato.

In modo analogo a quanto accade in altri paesi del cosiddetto Latin Rim, l’Italia ha sperimentato ciò che potrebbe essere chiamata la soluzione liberista per superare la mancanza di esperienza lavorativa dei giovani. Talvolta, nel corso degli anni Novanta, l’Ocse ha sostenuto la tesi, divenuta presto egemone nel dibattito di politica economica, che nel Sud dell’Europa il solo modo per consentire ai giovani di acquisire l’esperienza lavorativa di cui hanno bisogno e ridurre la disoccupazione di lungo termine fosse quello di accrescere il grado di flessibilità nel mercato del lavoro anche eliminando i vincoli all’uso dei lavori temporanei. Ci si aspettava che questi ultimi consentissero ai giovani di accumulare l’esperienza lavorativa che il sistema di istruzione e di formazione professionale non è in grado di generare. Oggi, dopo una serie di profonde riforme del mercato del lavoro, avviate già a partire dai primi anni novanta, il mercato del lavoro è più flessibile, ma il problema giovanile nel mercato del lavoro rimane.

L’autore ha pubblicato il volume dal titolo: “Fuori dal tunnel. Le difficili transizioni dalla scuola al lavoro in Italia e nel mondo”

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