“Così l’Europa diventa un potere cieco e burocratico”

Il discorso alla Chatham House nel 1989

Nel 1988 l’allora presidente della Commissione Europea Jacques Delors affidò a un gruppo di esperti, presieduto da Paolo Cecchini, già Banca Commerciale e primo Deputy Director per gli affari industriali, uno studio per valutare gli effetti negativi delle barriere doganali e commerciali all’interno della Comunità europea. Ne risultò un paper passato alla storia come il rapporto Cecchini

Il costo della non-Europa fu stimato in 200 miliardi di ecu (circa 300mila miliardi di lire dell’epoca, ndr). La costruzione del mercato unico europeo nel 1992 al contrario avrebbe consentito, di per sé, un aumento del prodotto interno lordo del 4,5%, una diminuzione dei prezzi del 6 e la creazione di due milioni di nuovi posti di lavoro. «Questi vantaggi potranno essere ulteriormente incrementati se saranno adottate misure di politica economica in grado di sfruttare pienamente il nuovo potenziale di sviluppo offerto dal mercato unico europeo», recitava in estrema sintesi lo studio affidato all’economista italiano, «in questo caso il prodotto lordo potrà aumentare fino al 7% e l’occupazione crescere fino a cinque milioni di nuovi posti di lavoro». 
Oltre ai risparmi diretti ci sarebbero state anche le riduzioni dei costi per le aziende operanti a cavallo tra uno Stato e l’altro. Un taglio tra il 10 e il 12%. In quell’anno c’era un dibattito forte. Chi a favore e chi contro l’unione monetaria e la creazione della Bce.

Gli avversari dell’euro sostenevano che le economie più deboli avrebbero rinunciato alla svalutazione e quelle più forti avrebbero forzato le altre a diminuire i costi interni tagliando i salari o i posti di lavoro oppure facendo tutte e due le cose. La maggioranza degli inglesi all’epoca pensava (e probabilmente continua a pensarlo) che senza l’opzione della flessibilità dei tassi, una volta comparsi gli squilibri di mercato l’alternativa sarebbe stata l’inflazione nei Paesi ad alte performance economiche e la disoccupazione e la stagnazione nei paesi a basse performance, a meno che non ci fosse stata una disposizione dall’alto che provvedesse all’aggiustamento degli squilibri per mezzo di grossi trasferimenti di risorse. Al contrario chi era favorevole alla moneta unica citava il rapporto Cecchini fresco di stampa.

Le due linee estreme sono state poi frustrate dal trascorrere degli anni. I paesi periferici all’indomani dell’unificazione hanno visto scendere il tasso di disoccupazione e salire l’inflazione. Al tempo stesso la caduta delle barriere non ha fatto scendere né il prezzo dei beni né quello dei servizi. Anzi si è verificata una perdita di benessere dei consumatori, anche di fronte a un incremento non proprio compensativo dell’occupazione e dei redditi familiari. Più lavoro e minore retribuzione. Esattamente quanto accade oggi. In poche parole, entrambe le fazioni sbagliarono pronostici. Ma non tutti all’epoca si schierarono allo stesso modo. Soprattutto in Inghilterra. E qualcuno ebbe il coraggio di dire che una Europa mal costruita sarebbe costata molto di più di quei 200 miliardi di ecu trattenuti dalle dogane.

Nel 1989, invitato al Royal Institute for International Affairs, Nigel Lawson tenne un discorso che ancora oggi andrebbe stampato e incorniciato. Lawson da redattore economico del Financial Times divenne direttore dello Spectator, eletto alla camera dei Comuni fu scelto da Margaret Thatcher come sottosegretario all’Economia e poi da Cancelliere portò a termine due delle privatizzazioni meglio riuscite: British Telecom e British Airways. Nonostante il periodo di crescita del 1986 fosse stato soprannominato Lawson Boom, la sua visione sulla moneta unica distante da quella della Thatcher (che era per il no secco) lo portò alle dimissioni.

Nello speech del 1989 alla Chatham House, oltre a esserci tutto il suo pensiero liberista condensato in mezz’ora, c’era anche una visione così lucida che a distanza di 24 anni possiamo dire che Lawson aveva già compreso il rischio che l’Europa avrebbe corso finendo in un cul de sac. «Che sorta di area comune finanziaria europea ci dobbiamo aspettare», esordisce Lawson quella sera ricordando che nessuno degli obiettivi né monetario né fiscale avrebbero potuto prescindere dal Single Market. Ovvero l’essenza del mercato unico basato su tre colonne portanti. Libertà di circolazione di beni, servizi e capitali con più competizione e meno Stato. «Invece», prosegue, «c’è chi cerca di arrivare all’unione nel 1992 con regole sopranazionali, dove però le barriere non saranno tirate giù, ma saranno innalzati i controlli e le restrizioni. E persino chi credendo il regime liberale inevitabile (ma non invidiabile) cerca di creare un club esclusivo europeo nel quale il Single Market non è deciso dalla tendenza alle liberalizzazioni ma circoscritto da tutte le norme erette in sua difesa».

Insomma Lawson anticipa la burocrazia di Bruxelles e tutte le norme di sussistenza che negli anni verranno promulgate. «Dare sussidi alle regioni e alle industrie significherà distruggerne la capacità di competizione». «C’è anche il rischio di creare altre barriere in nome dell’armonizzazione delle politiche industriali con la conseguente creazione di un potere centralizzato sopranazionale». Esattamente ciò che si è verificato due decenni dopo. Ed esattamente quello che sta avvenendo nell’ambio fiscale. La creazione di un sistema di imposte armonizzato che non si gioca al ribasso ma al rialzo.

L’analisi di Lawson però raggiunge l’apice là dove tocca l’unione monetaria. Per lui non si può parlare di mercato unico senza una gestione unitaria dei budget (ciò che avverrà invece con l’estensione virtuale dell’ecu), tangibile e basata su una fiscal policy condivisa. Non semplicemente condivisibile. In sostanza, per Lawson «l’unione monetaria non richiede altro che un governo federale. Che però adesso non è in agenda e non lo sarà nemmeno nel prossimo futuro». Il problema sta nel passo contro natura che da lì a poco Bruxelles avrebbe compiuto. Cioè partire dal presupposto che l’obiettivo dell’unione monetaria sarebbe stato di tale importanza da dover imporre qualunque unione politica necessaria per raggiungerlo. In altre parole, l’Emu. L’Unione monetaria ed economica. «Pensare di potere creare artificialmente il mercato unico e metterlo a forza dentro l’Emu», spiega Lawson, «per chi vede l’Europa come una forza burocratica sarà una fuga verso un sogno». Pericoloso. Come sarà pericoloso pensare di prendere la facile via dell’iper protezionismo e dei sussidi per risolvere la competizione internazionale.

«Sono diverse le cure», aggiunge Lawson, «che Londra ha preso dieci anni fa, le stesse che dovrebbe utilizzare l’Europa. Soltanto deregolamentando e permettendo ai mercati di lavorare, l’Europa del XXI secolo potrà competere con successo. Individui e business, non i burocrati, creano il lavoro e la prosperità. Il mercato unico che si sta avvicinando offre all’Europa una grande possibilità, ma se quest’ultima prende l’altra strada», conclude Lawson, «quella della burocrazia, l’euro-sclerosi sarà più di un semplice discorso: sarà realtà. E ciò che sogniamo che possa essere il 1992 si trasformerà in un incubo». Premonizioni inascoltate.

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