L’Egitto è schiavo di un esercito ladro e corrotto

La guerra dello Yom Kippur 40 anni fa

Peggio della mafia. Questo è l’esercito egiziano, che molti (anche in Occidente) acclamano per aver liberato il Paese dell’ex presidente Mohamed Morsi. In realtà i militari sono un’élite predatoria e corrotta. Estrattiva, per usare il lessico del bestseller Perché le nazioni falliscono, degli economisti Daron Acemoglu e James Robinson. Un’élite il cui unico obiettivo è conservare il proprio potere. Attraverso colpi di stato, violazioni dei diritti umani, intrighi. Tutto, pur di proteggere un impero che non è solo politico, ma anche economico. E che produce enormi ricchezze di cui godono solo loro, i militari. I veri, intramontabili faraoni d’Egitto.

«L’esercito egiziano è senz’altro un’élite estrattiva come lo era il regime di Mubarak – dichiara a Linkiesta Daron Acemoglu, anche professore di economia al MIT – I militari hanno enormi interessi economici, e controllano molte imprese. I generali in pensione, poi, entrano nei consigli d’amministrazione di queste aziende oppure ottengono consulenze altamente redditizie. Intorno all’esercito è stato costruito un immenso apparato economico, ed ecco perché credo che sarà molto difficile soppiantarlo».

Interessante anche quanto dice a Linkiesta Mohamed El Dahshan, senior research fellow della Kennedy School of Government di Harvard: «L’esercito controlla interi settori dell’industria egiziana. Non si tratta solo di fabbriche di armi e carri armati, ma anche di forni e impianti per la produzione di frigoriferi, auto, marmellate, succhi di frutta e pasta». Secondo El Dahshan, non è solo buona parte del settore secondario a essere controllato dai militari. «L’esercito possiede anche ottime terre che assegna, quando e come vuole, a progetti industriali o immobiliari». Per non parlare poi degli ingenti aiuti militari provenienti dagli Stati Uniti. E che raggiungono una cifra davvero cospicua: circa un miliardo e mezzo di dollari l’anno. C’è una sola nazione, nella regione, che riceve di più da Washington: Israele. 

L’esercito, insomma, è probabilmente la maggior impresa d’Egitto. E in più, non paga neanche le tasse. Come sottolinea El Dahshan, «le attività produttive dell’esercito non sono sottoposte ad alcun regime fiscale, dunque non contribuiscono in nessun modo al budget nazionale. Vanno a esclusivo beneficio delle forze armate». Peggio ancora, lo Stato egiziano è completamente all’oscuro dei conti e dei dati relativi a queste attività. Ecco perchè le stime sulla percentuale di economia realmente in mano ai militari variano. Secondo El Dahshan si tratta di quasi il 40% del Pil egiziano. Considerando che l’economia della nazione araba supera i 250 miliardi di dollari, il giro d’affari sarebbe intorno ai 100 miliardi di dollari.

Più cauto a riguardo Robert Springborg, docente presso la Naval Postgraduate School della California, e noto esperto dell’esercito egiziano. «Direi che l’esercito controlla direttamente circa il 10% del Pil. – spiega a Linkiesta – Certo, se alle attività controllate direttamente dall’esercito aggiungiamo le imprese gestite o possedute dagli ufficiali, allora la percentuale diventa molto più alta.»

La mancanza di dati precisi stupisce poco. Non solo le attività economiche dei militari sfuggono a ogni supervisione statale. Anche i media tacciono. Il famoso decreto presidenziale numero 313 del lontano 1956, modificato dalla legge 14/1967, proibisce ai giornalisti di diffondere qualunque notizia sulle forze armate senza il loro permesso.


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Naturalmente, dopo la caduta di Hosni Mubarak, con il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) al potere, era diventato complicato per i giornalisti non parlare dei generali. Ma questi ultimi hanno rimediato in fretta, come riportato nel maggio 2011 dal Pulitzer Center on Crisis Reporting. Infatti nel marzo di quello stesso anno l’Ufficio per gli affari morali delle forze armate aveva spedito una lettera a tutti gli editori egiziani “chiedendogli” di non fare alcun riferimento ai militari senza loro previa approvazione. Sempre a detta del Pulitzer Center, il Comitato per la protezione dei giornalisti egiziano l’aveva definito la peggiore battuta d’arresto per la libertà di stampa dalla caduta di Mubarak.

Qualche anno fa nelle strade del Cairo circolava una battuta amara: in Egitto le persone aprono la bocca solo dal dentista. Tutto vero, ma nonostante il muro di omertà che protegge i generali, si sa comunque qualcosa sulla loro potenza economica. Basata, come spiega Springborg a Linkiesta, «su tre entità di controllo finanziario. In particolare si tratta del Ministero della Produzione Militare, dell’Organizzazione Araba per l’Industrializzazione, e del Servizio Nazionale per l’Organizzazione dei Progetti. Ognuna di queste controlla circa altre 20 aziende».

Le origini di questo impero economico vanno ricercate nel periodo successivo al primo colpo di stato realizzato dai militari egiziani, quello del 1952. Che portò al potere l’uomo poi diventato uno dei simboli del mondo arabo, il colonnello Gamal Abdel Nasser. Il quale non ebbe esitazioni a statalizzare l’economia del Paese.

Gamal Abdel Nasser

Dopo la firma del trattato di pace con Israele poi, nel 1979, i ranghi dell’esercito furono sfoltiti, e divenne necessario trovare un impiego per i soldati smobilitati. Che furono appunto dirottati su attività molto diverse: fabbriche di armi, cemento, elettrodomestici, prodotti alimentari e farmaceutici; compravendita di immobili per conto del governo, costruzione di ponti e strade, addirittura servizi di pulizia. 

Ancora, dopo il 1952 i militari arrivarono a controllare un altro settore, quello energetico, che oggi è piuttosto redditizio. L’Egitto è il secondo maggior produttore di gas naturale secco del continente africano e, attraverso l’Arab Gas Pipeline, lo esporta in Israele, Giordania, Libano e Siria. Ma non si tratta solo di gas: l’Egitto è anche il maggior produttore africano di petrolio non aderente all’OPEC. 

E proprio l’oro azzurro avrebbe contribuito a far arrivare ai ferri corti gli alti ranghi dell’esercito e Hosni Mubarak. È risaputo che l’establishment militare non fosse affatto entusiasta dei progetti di Mubarak padre, che puntava a farsi succedere alla presidenza dal figlio Gamal. Quando il clan dei Mubarak ha deciso di rafforzarsi mettendo le mani sul gas, i generali hanno visto rosso. Lo conferma a Linkiesta anche Springborg. «I Mubarak e i loro amici presero il controllo del settore energetico, che era sempre stato dei militari». E furono proprio «i Mubarak insieme a Hussein Salem, a quel tempo un funzionario dell’intelligence, a decidere di far pagare più caro il gas agli egiziani che agli israeliani. Neanche questo piacque ai militari».

La lotta fra il clan dei Mubarak e i militari per il dominio del settore energetico si inseriva in un sistema economico particolare, dominato da monopoli statali e dai maneggi di un ristretto circolo di uomini d’affari vicini ai Mubarak e, soprattutto, a Gamal. Un sistema che non favoriva certo lo sviluppo di un’economia di mercato. Le trasformazioni politiche degli ultimi due anni non hanno influito granchè sullo status quo economico. «I monopoli privati, naturalmente, cercano di eliminare ogni possibile concorrenza. – dice a Linkiesta El Dahshan – Soprattutto in Egitto, visto che a capo di molti di questi si trovano persone politicamente influenti.»

Quanto al ruolo delle forze armate nell’economia egiziana, El Dahshan non esita a definirlo «un altro incubo che dovrebbe finire. L’impero economico da loro costruito dovrebbe essere posto sotto la supervisione del governo e dell’autorità fiscale». Issandr El Amrani, mediorientalista e autore del noto blog The Arabist, è tuttavia scettico in merito. «È molto improbabile che, nel breve o medio termine, l’esercito permetta a qualunque futuro governo di mettere a repentaglio i suoi interessi economici – dichiara a Linkiesta – Si tratta dell’istituzione più potente d’Egitto, e produce tutta una gamma di beni, macchine incluse. Il punto è che il suo ruolo economico è piuttosto importante anche a livello sociale».

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Quello che dice El Amrani è vero. Pensiamo alla parola aish. In arabo significa “vita” ma nel dialetto egiziano vuole anche dire “pane”. E non c’è da stupirsene dal momento che un egiziano su quattro vive con meno di un dollaro e mezzo al giorno, e per il proprio sostentamento dipende dai sussidi statali sul pane. È vero però anche il contrario: le pagnotte che lo Stato vende per meno di un centesimo di dollaro ciascuna (un prezzo rimasto invariato dal 1989) sono una delle chiavi di volta della stabilità nazionale, e del contenimento del malcontento popolare. 

L’esercito egiziano sa bene tutto ciò. E infatti ha le mani in pasta anche lì: gestisce una parte dei forni che, ogni giorno, producono il pane sussidiato dallo Stato. Questi panifici, spiega El Amrani, «in passato sono stati usati per ovviare al calo della produzione degli altri forni. Ecco perché il ruolo economico dell’esercito, a volte descritto come “predatorio”, in realtà è percepito come positivo da molti egiziani».

Manifestazione in Piazza Tahrir il 3 luglio scorso, quando Morsi è stato deposto

In effetti, nel 2008, Mubarak chiese proprio ai militari di aumentare la loro produzione di pane per tamponare la grave carenza di cibo che l’Egitto stava attraversando. Una mossa che senza dubbio giovò alla popolarità dell’esercito. Ma anche se il pane è così decisivo per le sorti egiziane, paradossalmente il Paese non è autosufficiente nella sua produzione. Le aziende agricole non riescono a soddisfare la domanda interna di grano, e a detta del Dipartimento dell’agricoltura statunitense l’Egitto è il primo importatore mondiale di grano. Un bel problema, per la nazione più popolosa del mondo arabo. Il governo islamista guidato dall’ex presidente Morsi aveva annunciato di puntare all’indipendenza dall’import di grano. Una mossa che poteva sembrare lungimirante, ma che in realtà era stata recepita più che altro come populista.

Secondo Karim El Assir, analista politico del Signet Institute del Cairo, «le importazioni di grano erano state bloccate per qualche mese prima che Morsi venisse estromesso dall’esercito. In maggio, infatti, il presidente aveva annunciato un piano per rendere l’Egitto indipendente dalle importazioni in quattro anni». Come però sottolinea a Linkiesta, «questo piano poggiava su basi molto deboli, infatti non era stato preso sul serio da nessuna persona con una minima conoscenza della produzione di grano egiziana. Penso che non si potesse definire una politica, quanto piuttosto un piano populista che Morsi voleva usare per rafforzarsi, visto che l’opposizione al suo governo stava crescendo».

Le velleità dell’ex presidente e del suo entourage non si limitavano alla produzione di grano. Riguardavano l’intera gestione dell’economia egiziana. Lo conferma a Linkiesta Ahmed Ghoneim, docente di Economia alla Cairo University. «All’inizio della gestione di Morsi ero ottimista, perché l’Islam politico sostiene il libero mercato. Ho persino scritto un articolo, allora, dicendo che non c’era motivo di preoccuparsi che ci fossero al potere gli islamisti. Ma questi, pur ripetendo che risollevare l’economia era fondamentale, si sono dimostrati del tutto incapaci di farlo. Hanno istituito un cosiddetto “team economico”, che includeva vari ministri, da quello della pianificazione a quello delle finanze. Però solo il primo aveva una preparazione da economista. E, alla fine, lo hanno pure buttato fuori».

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Nell’anno in cui è stato al potere, il governo a maggioranza islamista non ha attuato nessuna riforma economica, spiega Ghoneim. Che aggiunge: «Per essere giusti, però, devo anche dire che quel governo ha lavorato in cattive condizioni», riferendosi alla dura opposizione che Morsi e i suoi hanno sempre incontrato. Che l’amministrazione Morsi non abbia implementato nessuna riforma economica significativa lo conferma a Linkiesta anche El Dahshan. Secondo il docente, «il governo guidato dai Fratelli Musulmani non è riuscito a elaborare una politica di sviluppo adeguata. Il perché è da ricercare nella natura dell’organizzazione, abituata a offrire assistenza caritativa, ma non soluzioni per la crescita. Una volta al potere, tutto ciò si è tradotto, ad esempio, nella creazione di ulteriori posti di lavoro statali. Ancora peggio, invece di cercare di cancellare le politiche dell’era Mubarak, i Fratelli le hanno copiate, ma in loro favore».

Come esempio del “mubarakismo” strisciante di Morsi, El Dahshan cita la Egyptian Business Development Association (EBDA), fondata nel marzo 2012 da Hassan Malek, tycoon membro della Fratellanza. La EBDA doveva essere una nuova associazione di uomini d’affari composta solo da imprenditori affiliati ai Fratelli Musulmani. In realtà, sempre secondo El Dashshan, la EBDA altro non era che una versione islamista dell’impresa di investimenti Medinvest Associates, che l’ex “erede al trono” Gamal Mubarak aveva costituito insieme a due soci a Londra nel 1996. Dietro l’acronimo di quattro lettere si celava lo squallido tentativo di creare un’altra cricca per assicurarsi il controllo dell’economia egiziana. Ai membri della EBDA, infatti, «venivano garantiti appalti pubblici e favori vari. Morsi e il suo governo avrebbero potuto implementare delle buone politiche economiche. Ma hanno scelto di non farlo» conclude El Dahshan.

Proteste lo scorso 30 giugno

Naturalmente al popolo egiziano non è affatto piaciuto il modo in cui Morsi e il suo governo hanno gestito l’economia. «Ci sono state diverse cause dietro le proteste del 30 giugno – spiega El Amrani riferendosi ai disordini popolari all’origine del golpe che ha provocato la cacciata di Morsi – Una è stata certamente il fatto che, nell’anno di governo islamista, la situazione economica per certi aspetti è persino peggiorata. Per moltissima gente, a due anni e mezzo dalla rivoluzione del 2011, non c’è stato alcun miglioramento nella loro vita quotidiana». L’instabilità politica ha ulteriormente danneggiato la situazione. Spaventando gli investitori e, soprattutto, i turisti stranieri. Dalla caduta di Mubarak il turismo, che un tempo rappresentava circa l’11% del Pil, e si stimava impiegasse una persona su otto della forza lavoro, è crollato. Nel 2011 il numero dei turisti è sceso a 9 milioni e mezzo di presenze, contro le 14 dell’anno precedente.

Ed ecco cosa chiedono ora tanti egiziani all’esercito: un’economia che torni a funzionare. Lo rivela un sondaggio del Pew Research Center del maggio scorso: per l’83% degli intervistati il miglioramento della situazione economica è la priorità assoluta; ancora, quando agli intervistati è stato chiesto se per loro fosse più importante una buona democrazia o un’economia forte, il 52% ha optato per la seconda, e solo il 45% per la prima. E proprio la stabilità è fondamentale per tornare ad attrarre investimenti e turisti stranieri. Ma se le politiche intraprese dall’esercito e dal governo ad interim, il cui presidente è stato nominato proprio dalle forze armate, siano le più adatte per favorire la stabilità, è tutto da vedere. Soprattutto dopo che un tribunale egiziano, lo scorso 23 settembre, ha messo al bando ogni attività dei Fratelli Musulmani, nonché qualsiasi istituzione da essi costituita, incluso quindi il Partito Libertà e Giustizia. 

Ancora, dalla caduta di Morsi il 3 luglio scorso, sono stati arrestati almeno 2000 membri dei Fratelli Musulmani, compresi l’ex presidente islamista e la Guida Suprema del movimento, Mohammed Badi’. Ancora, i militari hanno colpito duramente vari sit-in contro il golpe. Secondo Amnesty International tra il 14 e il 18 agosto almeno 1089 persone sono state uccise dalle forze di sicurezza egiziane. La repressione, e il famoso appello di fine luglio con cui il generale Al Sisi ha chiesto alla gente di “combattere il terrorismo” (cioè gli islamisti) non fa sperare in una rapida stabilizzazione del Paese.

A questo proposito Linkiesta ha intervistato Massimo Campanini, professore di Storia dei Paesi islamici all’Università degli Studi di Trento e profondo conoscitore dei Fratelli Musulmani. «I militari hanno ripreso in mano le redini dell’Egitto – spiega Campanini – Che intendano colpire duramente i Fratelli per emarginarli è chiaro. Sicuramente imporranno una conventio ad excludendum nei loro confronti. Emarginarli dalla scena politica, e addirittura scioglierli, potrebbe indubbiamente favorire una radicalizzazione». La nascita di cellule islamiste violente sarebbe solo un nuovo incubo per un Egitto già prostrato, che ha bisogno del ritorno alla stabilità come del pane. Si prevede che quest’anno il Pil crescerà di poco più dell’1%, contro il 7% del 2008. Ma, come recita un proverbio siciliano, “a scerra è pa cutra”: la guerra si fa per gli interessi. E questo non sembra essere mai stato così vero come per l’Egitto. Dove il sole sembra sorgere ogni mattina solo per loro, gli uomini (d’affari) del maggior esercito dell’Africa e dell’intero mondo arabo. 

Twitter: @ValentinaSaini

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