C’è voluta una palla di fuoco contro l’ingresso della Città Proibita, una jeep esplosa proprio sotto il ritratto sorridente di Mao a piazza Tienanmen, un vero attacco al cuore del potere di Pechino, perché i giornali mainstream e il grande pubblico si accorgessero che anche in Cina esiste una guerriglia islamica in grado di condurre attentati suicidi.
Ma l’attacco di piazza Tienanmen è solo l’ultimo episodio di una storia antica, che si snoda attraverso le sterminate pianure e gli spaventosi deserti dell’Asia Centrale, tra le piste perdute che collegano la Cina a luoghi leggendari come Samarcanda e la valle di Fergana. Qui le identità si fanno indistinte, remote e vaghe, e le frontiere perdono di significato. Nelle zone a cavallo tra il confine cinese e il Kazakistan o il Tajikistan ci s’imbatte in statue del Buddha adornate da vesti con gli orli pieghettati: è lo stile ellenistico che portò Alessandro il Grande insieme ai suoi eserciti. Le moschee sembrano ricalcate sulla falsariga di Santa Sofia a Istanbul, qui si predicava il cristianesimo nella variante nestoriana. Lungo questi sentieri, tra la fine dell’800 e la Rivoluzione d’Ottobre, viaggiavano le spie britanniche e russe, gli imam, i signori della guerra mongoli e centroasiatici, tutti disposti a vertiginosi cambi di casacca per ottenere il massimo dei vantaggi dal “Grande Gioco”, la silenziosa guerra a distanza in corso tra Londra e Mosca per la supremazia nel Centro Asia.
Ognuna di queste tappe conduce direttamente a Piazza Tienanmen, lunedì 28 ottobre 2013, ore 12:05: un Suv con a bordo tre persone si schianta contro l’ingresso della Città Proibita e prende fuoco, provocando la morte di cinque persone – compresi i tre attentatori – e il ferimento di altre 38 vittime. A pochi giorni dall’attacco gli apparati di sicurezza di Pechino individuano i nomi dei responsabili, arrestano cinque fiancheggiatori e accusano formalmente gli uomini dell’Etim (East Turkestan Islamic Movement): i terroristi suicidi sono un uomo di nome Usmen Hasan, sua madre Kuwanhan Reyim e la moglie Gulzik Gini. Portano tutti nomi centroasiatici. Sono tutti cittadini cinesi. Come i loro complici sono tutti nati e cresciuti nella provincia dello Xinjiang, i “Nuovi Territori”. Sono tutti di etnia uigura.
L’atto terroristico sferrato nel cuore di Pechino a soli dieci giorni dall’inizio di un importante appuntamento politico come il Terzo Plenum del Partito Comunista Cinese rappresenta il culmine di una serie di attacchi sanguinosi e disperati che gli uiguri, la minoranza islamica e turcofona dello Xinjiang, conducono da anni contro il governo cinese, vissuto come una forza d’occupazione che nulla ha a che vedere con le tradizioni e gli usi locali. Provate ad aggirarvi per le strade di Kashgar – l’ultima grande città uigura su territorio cinese prima del confine- , magari durante la festa di Corban a dicembre, e vi renderete conto di quanto Pechino possa essere distante da questi bazar dove uomini dai volti tozzi e le barbette caprine sgozzano a tutto spiano montoni e capretti, mentre dalle bancarelle le donne avvolte in veli dalle tinte accese vi invitano a comprare frutta secca e naan, pane lievitato all’uso pakistano. Il disorientamento cresce solamente a guardare l’orologio: il governo centrale di Pechino ha impostato per tutto il territorio cinese un unico orario detto China Standard Time, ma qui nello Xinjiang tutti adoperano un orario informale ponendo le lancette due ore indietro rispetto alla capitale. Urumqi, la capitale della provincia, rappresenta geograficamente il cosiddetto “polo dell’inaccessibilità euroasiatico”, il punto più distante dagli oceani di tutto il pianeta. Se foste capitati a Urumqi nel dicembre 2009, mesi dopo gli scontri tra uiguri e cinesi che nel luglio di quell’anno provocarono quasi 200 morti e quasi duemila feriti, avreste respirato la tensione di una città spaccata tra due etnie, dove internet era stata completamente bloccata –così come le telefonate da e verso l’estero – e i cingolati della Wujing, la temibile polizia militare cinese, pattugliavano senza sosta le vie dei quartieri a maggioranza musulmana. La politica di assimilazione decisa da Pechino, fatta di incentivi agli etnici cinesi che si trasferiscono nello Xinjiang, non ha portato ad alcun apparente successo. Scorgendo le cronache e mettendo in fila i fatti emerge che da tempo Pechino conduce una sua “war on terror” in salsa cinese, con tanto di “extraordinary renditions” praticate in stati stranieri, azioni di contrasto ai campi d’addestramento degli uiguri in nazioni vicine e una politica estera attiva e spregiudicata per assicurarsi la cattura di tutti i militanti uiguri più pericolosi.
L’ascesa della Cina e il suo consolidamento come potenza globale di nuovo tipo. Un’agenda votata al contenimento dei problemi interni, a qualsiasi costo L’Asia Centrale, il suo magma di culture, l’islam. Tutti elementi e processi storici di portata immensa, che le vicende individuali illustrano meglio di decine di trattati di geopolitica. E tra le storie in corso tra Cina e Asia Centrale, poche riescono a fornire un quadro della situazione come quella di Huseyin Celili, l’imam terrorista, e Lai Changxing, il Grande Corruttore: due vite parallele che si sono incrociate per la prima volta sette anni fa.
27 marzo 2006, Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, una delle tante “repubbliche” postsovietiche della zona: gli uomini della polizia fanno irruzione in un appartamento e arrestano Huseyin Celili, 49 anni. Huseyin è un uiguro dotato di un regolare passaporto canadese, acquisito nel 2001 dopo una fuga dalla Cina attraverso il Kirghizistan e la Turchia. Per le autorità di Ottawa Huseyin è un rifugiato politico, sfuggito alle persecuzioni della polizia di Pechino. Ma per i servizi segreti cinesi – che secondo diverse fonti coordinano il blitz della polizia uzbeka – Huseyin è un pericoloso imam radicale che sfruttando numerosi alias (“Guler Dilaver”, “Calil Husan Siddikovich”) ha messo a segno diversi attentati terroristici tanto in territorio cinese che negli stati vicini. L’Uzbekistan consegna subito Huseyin ai servizi cinesi senza avvertire l’ambasciata canadese, e l’imam viene condotto in Cina, a Urumqi, dove verrà processato nel novembre successivo. Il Tribunale Popolare Cinese sostiene che l’imam si trovava in Uzbekistan per coordinare nuovi attacchi terroristici contro la Cina. Dal Canada, la famiglia afferma che Huseyin stava solamente cercando il modo di garantire la fuga ai tre figli rimasti nello Xinjiang, e che i secondini lo torturano quotidianamente. Pur garantendo a Ottawa che Huseyin non sarà condannato a morte, le autorità di Pechino non permettono ai diplomatici stranieri di seguire il processo e non riconoscono la sua cittadinanza canadese.
In questo periodo, un diplomatico canadese di stanza a Pechino che per ovvie ragioni preferisce rimanere anonimo ci racconta che sulla pelle di Huseyin Celili si sta giocando una complessa partita contro un fenomeno che il governo cinese ritiene ancora più devastante del separatismo islamico: la corruzione interna agli stessi funzionari del Partito comunista. Fin dal 1999 il Canada ha offerto rifugio al secondo personaggio della nostra storia: Lai Changxing, un uomo che non potrebbe essere più distante da Huseyin Celili. Nato nel 1958 nella provincia costiera del Fujian, Lai è diventato uno degli uomini più ricchi della nazione, un imprenditore che negli anni ruggenti successivi alle riforme economiche ha accumulato una fortuna immensa muovendosi in quel mondo limaccioso a cavallo tra impresa privata e grandi commesse di Stato che costituisce il brodo di coltura dei miliardari cinesi. Sembra che Lai abbia iniziato come contrabbandiere con Taiwan. Lai potrebbe avere rapporti molto stretti con le Triadi di Taiwan, che in una prima fase lo hanno aiutato a contrabbandare petrolio, automobili, elettrodomestici. Da qui in poi la sua è una vertiginosa scalata ai vertici: al culmine della sua fortuna Lai Changxing controlla l’edilizia di quasi tutta la costa, compra una squadra di calcio, possiede persino una marca di sigarette e siede nella commissione provinciale del Partito, dalla quale tratta direttamente con funzionari del governo centrale di Pechino. Le radio installate su tutte le auto della polizia cinese provengono dalle sue industrie. A Xiamen, capitale del suo impero, si fa costruire una sontuosa villa ricalcata sulle descrizioni del “Sogno della Camera Rossa”, uno dei romanzi tradizionali cinesi, dove intrattiene i funzionari del Partito con un esercito di prostitute che devono essere alte minimo un metro e settanta. Una sera, Lai offre 10 milioni di yuan alla celebre cantante Dong Wenhua per uno spogliarello privato. Si dice che sia implicato persino nel contrabbando di missili Silkworm, con i quali avrebbe aiutato il ministero della Difesa a eludere un embargo.
Poi, l’impero di Lai crolla come un castello di carte. Si mormora che il premier Zhou Rongji, noto per le sue durissime prese di posizione contro la corruzione, gliel’abbia giurata nel corso di un tesissimo faccia a faccia. Il governo crea una speciale task-force per incriminarlo e smantellare il suo sistema corruttivo. Parte un maxiprocesso che si conclude con la condanna di oltre 300 funzionari, 14 dei quali dovranno affrontare la pena di morte, ma grazie alla sua rete Lai Changxing è riuscito a scappare prima a Hong Kong e poi in Canada. Ormai è soprannominato “Il fuggiasco di Xiamen”. Da Vancouver, il miliardario minaccia periodicamente il governo di Pechino: “Sappiate che se dovessi tornare in Cina molti funzionari di altissimo livello ancora in carica perderebbero il sonno. Potrei raccontare di tutto”.
Nel settembre del 2006, mentre a Urumqi si sta preparando il processo a carico dell’imam Huseyin Celili, i funzionari cinesi continuano a chiedere ai diplomatici canadesi l’estradizione di Lai Changxing, che Ottawa non è intenzionata a concedere perché il miliardario potrebbe essere condannato alla pena capitale. Le vite di questi due personaggi lontanissimi si sono intrecciate inestricabilmente in un groviglio di corruzione e fondamentalismo radicale, politica estera e intrighi internazionali. Huseyin Celili sarà condannato alcuni mesi dopo a 15 anni di reclusione: anche se gli è stata risparmiata la pena di morte, i funzionari canadesi non assisteranno mai ad alcuna fase del processo.
Nel luglio 2011 Lai Changxing sarà finalmente estradato in Cina dal governo canadese: tutte le sue proprietà saranno confiscate e l’ex miliardario sarà condannato all’ergastolo con l’accusa di corruzione e contrabbando. I segreti che minacciava di rivelare sulla leadership cinese riposano con lui in una cella del penitenziario di Xiamen. Con ogni probabilità, in queste stesse ore è in atto nello Xinjiang una caccia al terrorista che sta conducendo dietro le sbarre centinaia di persone, e della quale quasi nulla trapelerà al di fuori dei confini. Se sarà necessario Pechino la condurrà anche oltre frontiera, nei campi d’addestramento della jihad che secondo molti osservatori prestano asilo agli uiguri in Pakistan e in alcune repubbliche ex sovietiche.
La campagna anticorruzione del nuovo governo cinese incarnato dal segretario Xi Jinping e dal premier Li Keqiang prosegue senza sosta, e presto condurrà alla rovina anche Zhou Yongkang, l’ex ras degli apparati d’intelligence che secondo diverse voci aveva accumulato dossier su dossier per tenere al guinzaglio i suoi colleghi di partito. Da deserti dell’Asia Centrale fino alle residenze più sontuose ed esclusive affacciate sulla costa, l’immensa macchina del Partito Comunista Cinese continua a macinare esistenze pur di fronteggiare qualsiasi minaccia alla stabilità. Il funzionario che oggi siede ai vertici potrebbe essere il nemico pubblico contro cui scatenare la prossima campagna. La macchina tiene in pugno le vite di oltre un miliardo e mezzo di persone. Determina gli equilibri globali. E si auto-perpetua.
Twitter: @AntonioTalia