Frank Turner: «Voglio diventare lo Springsteen inglese»

L'intervista

Lo hanno definito “il Bob Dylan inglese”, “il più talentuoso cantautore del nuovo millennio”.

Lo hanno chiamato “traditore”, per aver sbancato le classifiche inglesi ed aver suonato alla cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici di Londra 2012. Lo hanno etichettato come “uomo di destra”. In Inghilterra lo hanno criticato e strumentalizzato, ma lo amano come si ama un rampollo dal sicuro avvenire. A tutti, sostenitori e oppositori, lui ha sempre risposto così: «Io sono solo me stesso».

A soli 31 anni, Frank Turner vanta già un seguito notevole e cinque dischi pubblicati. L’ultimo, Tape Deck Heart, nel 2013 ha raggiunto la top 3 degli album più venduti nel Regno Unito. Un disco che privilegia il pop rispetto al rabbioso folk-punk degli inizi, ma dove la grande vena compositiva dell’ex frontman dei Million Dead dà un’altra dimostrazione di vitalità. Lo abbiamo incontrato a metà del suo tour europeo per una lunga chiacchierata.

Hai cominciato a 23 anni, nel 2005. Ora ne hai 31. Ti senti cambiato rispetto agli inizi?
Alcune cose restano costanti nel tempo. Ad esempio, il fatto che scrivo per me stesso e che non voglio impressionare gli altri. Scrivo quella che ritengo essere buona musica; se alla gente piace bene, altrimenti non ci sono problemi. In realtà, però, spero di essere cambiato. Non mi piace l’idea di ripetermi, sia a livello artistico, sia a livello personale. Ho suonato 1500 concerti in 42 stati diversi: sarebbe da pazzi fare una cosa del genere e tornare indietro uguale a prima. Io voglio cambiare. Voglio evolvermi. Spero di averlo già fatto.

Come ti senti cambiato?
Sono più vecchio, sono diventato un cantautore migliore. Ora nella mia vita c’è una band stabile, The Sleeping Souls, con cui suono, registro, arrangio i brani. Un grande cambiamento. E poi ho molti più tatuaggi – quaranta o cinquanta, non lo so nemmeno più.

Vieni da una famiglia di conservatori, hai frequentato i migliori college inglesi, sei cresciuto vicino a Winchester, nel borghese Hampshire. Il punk è stato una sorta di reazione a tutto questo?
Sicuramente. I miei genitori mi spinsero a frequentare college esclusivi, invitandomi calorosamente a partecipare agli esami di ammissione. Loro sono il tipo di persone che ritengono questo “la cosa giusta da fare”. Un modo diplomatico per dirlo, no? (ride). Ma a scuola mi sentivo un corpo estraneo rispetto alla mia classe, la odiavo, odiavo l’istituzione e tutto quello che rappresentava. Fu in quel momento che scoprii i Clash. La loro musica, e il fatto che Joe Strummer avesse avuto un percorso scolastico simile al mio, mi aiutarono parecchio. Il punk ebbe un grande ruolo durante la mia adolescenza.

Quindi immagino che il tuo primo disco punk sia stato…
… sì, il primo album dei Clash.

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C’è stato un momento in cui hai pensato: «Ok, d’ora in poi voglio essere un musicista»?
I miei genitori amavano la musica classica. A dieci anni scoprii gli Iron Maiden grazie ad un poster fighissimo appeso nella camera del fratello di un amico. Decisi di comprare il secondo album della band, Killers, in cassetta. Fu così che mi avvicinai al rock. Poi arrivarono Megadeth, Pantera, Metallica, la voglia di suonare: è qualcosa che fa parte della mia personalità, quando mi piace qualcosa la voglio sperimentare in prima persona. Non sono una persona passiva. Così cominciai a supplicare i miei genitori affinché mi regalassero una chitarra per Natale. Che puntualmente arrivò.

Che chitarra era?
Una chitarra bianca e nera, costava tipo sessanta sterline, comprata insieme ad un amplificatore da 30 watt su un catalogo postale.

Ce l’hai ancora?
Sai una cosa? Pensavo di averla persa. Ma pochi giorni fa ho scoperto che ce l’ha ancora un mio amico, a casa sua. Gli ho detto: «Dammela, cazzo! La rivoglio!». È un po’ sfasciata, porta i segni del mio periodo-Nirvana, ma è ancora buona. Fu quella chitarra che cambiò tutto. I miei genitori ritengono ancora oggi quello il momento in cui tutto iniziò ad andare storto.

Che rapporto hai con loro, oggi?
A diciassette anni ero incazzato, il mio rapporto con i genitori si riassumeva in un «’fanculo, non mi capite». Ma poi sono invecchiato, mi sono reso conto che anche loro sono esseri umani, ho capito il loro disappunto dell’epoca. Del resto, quello che stavo facendo al tempo era completamente al di fuori della loro scala di valori. Quando ho cominciato a suonare come solista ero squattrinato, senza casa, giravo a scrocco sui treni, mi ubriacavo, prendevo un sacco di droghe, per anni suonai davanti a platee vuote. Mia madre odiava quello stile di vita, pensava che stessi sprecando la buona educazione che mi avevano dato. Questa cosa la rendeva molto triste. 

E ora?
Ora invece, è molto tranquilla, mi ha presentato sul palco del Reading Festival qualche settimana fa. Era la sua prima volta in assoluto ad un festival. 

Con tuo padre, invece, che rapporto hai?
Io e mio padre non ci parliamo più, un vero peccato. Ma la vita è così.

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Nelle tue canzoni si percepisce una certa englishness, un marcato feeling anglosassone. Ti senti orgoglioso di essere inglese?
Ho dedicato un intero album scoprendo quella parte di me, England Keep My Bones. Mi piace e mi interessa il senso geografico che caratterizza la musica folk. Io voglio cantare l’Inghilterra nel modo in cui Bruce Springsteen ha cantato del New Jersey. E invecchiando, mi sono reso conto quanto le mie origini mi identifichino. Sono profondamente inglese, culturalmente parlando, e me ne sono reso conto girando il mondo. Ma non mi definirei “orgoglioso” di esserlo. Fin da piccolo, guardavo alla nazionalità come ad un costrutto. Il mio essere “inglese” non mi rende migliore di nessun altro uomo, non mi definisce completamente. Non determina chi sono.

Cosa ti piace e cosa non ti piace dell’Inghilterra?
Mi piace la campagna inglese, la nostra tradizione di libertà e democrazia. Sulle mie nocche ho tatuato la scritta “freeborn”, un tributo a John Lilburne. Non mi piace invece la distinzione tra le classi sociali, e le persone che ancora ragionano in quel modo.

All’interno di “The way I tend to be” canti “potrei essere salvato”. Qual è la parte di te stesso che ti fa più paura?
Il mio egocentrismo, credo. Quello che le altre persone pensano di me, è questo che al momento mi tiene sveglio di notte. Il che è piuttosto ridicolo, visto che passo la maggior parte del tempo a parlare di me stesso. In quella specifica canzone mi riferisco a quanto sia difficile avere sopportarmi all’interno di una relazione, per via del lavoro che faccio. Spesso faccio soffrire le persone e non ne vado fiero.

Parlare molto di se stessi è un’arma a doppio taglio.
Sì, perché tendi ad inventare delle giustificazioni sulla tua vita e, col tempo, inizi a crederci veramente. In teoria, potrei separare molto di più la mia figura artistica dalla mia personalità, ma non voglio farlo. Non voglio che il Frank Turner che si sveglia la mattina sia diverso dal Frank Turner che parla con i suoi fan, che suona sul palco, che rilascia un’intervista. Per me è importante mantenere onestà e schiettezza riguardo quello che sono.

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Che importanza dai alla musica che ascolti?
Ogni volta che sono contento di ciò che faccio, ascolto artisti grandiosi che mi fanno sentire di nuovo piccolo così. Townes Van Zandt, ad esempio. O i Weakerthans. Stamattina li ascoltavo e pensavo: non sarò mai in grado di scrivere una canzone così bella. Mai, neanche in cento anni. Ci sono decine di grandi band che mi danno questa sensazione, e io cerco di accoglierle nel mio orizzonte artistico, non sarò mai il tipo di artista che si chiude in se stesso. Vado sempre ai concerti degli altri, a vedere chi fa quello che faccio io meglio di me. L’alternativa è diventare come Liam Gallagher, pensando di essere il migliore di tutti. Una vero ragionamento di merda, filosoficamente parlando.

L’hai mai conosciuto, Gallagher?
No, mai. Oggi penso che gli Oasis abbiano avuto il loro grande momento e scritto ottime canzoni. In particolare Noel Gallagher, che reputo un uomo intelligente. Amo leggere le sue interviste perché mi fa ridere. Quando ero un adolescente, invece, li detestavo visceralmente. 

Perché?
Una delle cose che il punk rock ha dato al mondo è l’iconoclastia, il concetto che i musicisti non debbano essere mai messi su un piedistallo. E le persone che a quel tempo sintetizzavano al meglio questo concetto erano Liam Gallagher e Axl Rose con i loro atteggiamenti da rockstar, le limousine e tutta quella merda. La prima volta che mi recai ad un concerto hardcore suonavano quattro band: Morning Again, Maximum Penalty, Visions e Agnostic Front. Mi ricordo ancora che, quando i Morning Again finirono il loro set, il bassista, invece che andare nel backstage, saltò giù dal palco e si mise accanto a me nella folla, per assistere al resto del concerto. In quel momento, in quel preciso momento, realizzai quanto l’idea del punk rock fosse meravigliosa. L’idea che i musicisti e il pubblico siano le stesse persone. Io stesso non mi considero diverso dal pubblico dei miei concerti. 

I tuoi dischi al loro interno suonano tutti molto coerenti, a livello di musica e di liriche.
Non lo pianifico a tavolino, è qualcosa che accade e basta. Tutti i miei album sono scritti e registrati in un breve periodo di tempo, sono delle istantanee di periodi precisi della mia vita, per quello suonano così compatti. Ma non scrivo concept album. Non ancora, almeno. Un giorno, forse, accadrà.

Come nascono le tue canzoni?
Compongo ancora come un tempo, seduto in una stanza con una chitarra acustica. Canto di quello che sento. Non voglio scrivere canzoni per la radio, o per compiacere la mia etichetta, i miei amici, la mia ragazza, la mia band. E soprattutto, non voglio cambiare nulla di tutto questo: quando vedi che una tua canzone ha un successo enorme e ti dicono che stai vendendo migliaia di copie, ti viene la tentazione di ricalcare la formula che ti ha reso vincente. Ti chiedi: “Come ho fatto? Come posso farlo di nuovo?”. Non è semplice mantenere quella purezza, ma io ci voglio provare con tutte le mie forze.

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