ParallelismiForconi, la lezione di Egitto e Medio oriente

Analisi comparata delle rivolte

Il movimento dei Forconi che dal 9 dicembre scorso ha coinvolto le principali città e province italiane a molti sembrava la riproduzione di contestazioni sociali, avvenute in altre parti del mondo. Il primo riferimento è a Occupy, il movimento che dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, e in altre forme, dalla Spagna alla Grecia ha alimentato le proteste, soprattutto giovanili, contro i provvedimenti di austerità approvati dai governi nazionali in seguito alla crisi economica.

Ma i protagonisti del movimento italiano, che continuano a minacciare il sistema politico, hanno delle caratteristiche di straordinaria vicinanza ai network informali che hanno interessato le piazze del mondo arabo a partire dalle proteste tunisine del dicembre 2010 e fino alle rivolte egiziane, siriane, libiche e yemenite dal 2011 in poi.

Da piazza Tahrir ai Forconi

In particolare, le similitudini tra il movimento italiano e quello egiziano sono numerose. Prima di tutto riguardano il contesto generale di crisi economica. In Egitto nel 2011 si registrava un aumento dei prezzi senza precedenti soprattutto dei beni di prima necessità. In generale il Paese ha uno dei tassi di povertà più alti del Nord Africa con il 30 percento della popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno. In Italia la crisi ha aspetti diversi ed è in particolare legata all’alta disoccupazione giovanile, che supera il 40 percento secondo i dati Istat nella fascia di età 19-24 anni, ma anche all’aumento della povertà relativa e questo si evince anche dagli ultimi dati statistici che parlano di un terzo degli italiani a rischio esclusione sociale.

Anche le origini e la mobilitazione dei due movimenti hanno incredibili punti di contatto. In Egitto le rivolte, che hanno portato alla destituzione di Hosni Mubarak, sono iniziate già nel 2008 (anche prima come vedremo in seguito), nelle campagne del Delta del Nilo tra gli operai. Anche il movimento dei Forconi è nato come rivolta periferica, siciliana, e poi si è esteso all’intero territorio nazionale, coinvolgendo le grandi città del Nord, in particolare dove la crisi economica è più evidente come Torino e Genova. Entrambi i movimenti nascono quindi dal basso e hanno lo scopo di sovvertire un sistema che nel suo insieme appare ingiusto e sclerotizzato, in altre parole incapace di risolvere la crisi, anzi colpevole di alimentarla. Per questo in entrambi i casi l’uso di mezzi informali, come network sociali da Facebook a Twitter, fino ai telefoni cellulari per organizzare manifestazioni di piazza e picchetti alle porte di stazioni ferroviarie o palazzi delle istituzioni è chiaramente diffuso e incoraggiato.

Senza leader, orientati all’azione e vicini alla polizia

Ancora più chiara è la relazione tra le rivolte nel mondo arabo e il movimento cosiddetto dei Forconi se si fa riferimento all’assenza di leadership. In entrambi i casi non esistono leader riconosciuti, di volta in volta i contestatori vengono rappresentati da soggetti che a vario titolo fanno riferimento al movimento senza una leadership strutturata. Nel caso egiziano questa è stata una delle lacune principali delle contestazioni del 2011 che ha costretto gli oppositori non solo ad alleanze di comodo con gli islamisti prima e con l’esercito poi, ma che ha ampiamente disattivato il potenziale rivoluzionario del movimento. In Italia sta accadendo qualcosa di simile con alcuni leader politici che tentano di giustificare o addirittura appropriarsi della protesta. In particolare questo è avvenuto con il Movimento 5 stelle, che nei suoi principi è mosso da simili contestazioni anti-sistema, ma anche dagli imprenditori del Nord, che, per bocca del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi hanno difeso le cause della protesta.

È evidente poi la similitudine nelle azioni dei movimentisti italiani ed egiziani perché in entrambi i casi i contestatori sono orientati all’azione e senza ricorrere alla violenza. L’occupazione dello spazio pubblico, i disagi al traffico e ai commercianti, lo stop al trasporto dei tir sono altri punti di contatto con le rivolte egiziane. Anche i contestatori nel mondo arabo hanno tentato di bloccare l’accesso ai palazzi simbolo delle istituzioni, mandando in tilt il traffico e conquistandosi, quasi sempre, le antipatie dei commercianti, ma in molti casi anche il sostegno di venditori ambulanti, anch’essi tra i protagonisti delle rivolte. In Egitto i movimenti di opposizione al regime di Mubarak hanno attaccato prima le sedi del Partito nazional democratico del deposto presidente e poi le sedi di Libertà e giustizia, il partito della Fratellanza musulmana. Anche in Italia è sembrato che le sedi del Partito democratico venissero considerate da molti dei contestatori, e anche dai movimenti No Tav nelle settimane precedenti, un obiettivo della protesta.

Un altro elemento di accordo tra le due contestazioni riguarda la ricerca di sostegno da parte delle forze di sicurezza. In Egitto questo si è manifestato con il noto slogan «esercito e popolo mano nella mano» che ha poi portato all’equivoco di una transizione democratica guidata dai militari che hanno adottato temporaneamente i Fratelli musulmani come loro delegati in politica. Di sicuro il movimento dei Forconi non ha una relazione strutturata né con l’esercito né con le forze di polizia italiane. Tuttavia, in particolare a Torino, alcuni poliziotti hanno manifestato un esplicito o involontario sostegno alle cause degli oppositori togliendo i loro elmetti e abbracciando la folla dei contestatori.

Nazionalismo ed eterogeneità politica

Anche il linguaggio usato dai contestatori sembra molto simile ai loro omologhi egiziani. I sostenitori dei Forconi hanno tentato di appropriarsi del linguaggio politico dominante per contestare il sistema. Per esempio appropriandosi dell’inno nazionale e del tricolore. Al Cairo questi simboli erano i più frequenti in piazza Tahrir proprio per sottolineare l’assenza di una definita connotazione politica del movimento e evidenziare l’aspirazione nazionalistica della difesa degli interessi generali del Paese.

Questo conduce alla principale similitudine tra i movimenti che hanno portato alla fine di regimi trentennali in Medio oriente e le contestazioni italiane: la presenza di un ampio spettro politico che va dai comunisti a Casapound, dagli ultras delle squadre di calcio ai giovani disoccupati. In Egitto erano presenti in piazza Tahrir nelle manifestazioni del 25 gennaio 2011 e nelle proteste dei mesi seguenti: socialisti, liberali, giovani, migranti, donne, disoccupati, attivisti politici, islamisti, operai e ultras delle principali squadre di calcio del Paese. Ognuno di questi protagonisti delle rivolte ha portato suoi interessi specifici e richieste più o meno definiti in piazza. Lo spazio pubblico ha aiutato questo movimento eterogeneo a formare una richiesta politica: le dimissioni dell’allora presidente Mubarak. E poco più.

Le differenze con il movimento egiziano

È evidente tuttavia che esistano delle differenze significative tra proteste nel mondo arabo e movimento dei Forconi in Italia. Non solo per la diversa composizione sociale e distribuzione della ricchezza tra i Paesi considerati, ma anche per ragioni più complesse. Prima di tutto, se l’Egitto tenta di conquistare un dibattito e diritti politici che avvicinino il Paese alle democrazie occidentali, l’Italia e l’Europa vivono un periodo di crisi della rappresentanza politica.

In secondo luogo, la portata delle manifestazioni egiziane è stata straordinaria, sancendo un movimento sociale senza precedenti per il Paese Nord-Africano. Per il momento i numeri italiani sono ancora contenuti, sebbene l’estensione all’intero territorio nazionale delle manifestazioni faccia pensare a un possibile incremento in numero qualora le richieste dei contestatori non venissero in alcun modo ascoltate dal sistema politico (per arrivare all’enorme portata numerica delle rivolte del 2011, le proteste in Egitto sono iniziate in via marginale dal 2005).

Ma esiste anche un diverso uso dello spazio pubblico che sembra profilarsi per il movimento italiano. Alcune componenti dei Forconi hanno deciso di evitare una “marcia su Roma” o di occupare in via permanente piazza del Popolo. Invece in Egitto l’occupazione permanente di piazza Tahrir ha determinato, da una parte, il successo delle manifestazioni  Dall’altra però, la presenza in uno spazio singolo, sebbene evocativo come la principale piazza del Cairo, di centinaia di migliaia di manifestanti, anche per permettere alle telecamere di rappresentare in tutto il mondo la grandezza delle contestazioni, ha nel lungo termine indebolito le potenzialità delle rivolte e la portata rivoluzionaria dell’iniziale occupazione dei luoghi delle istituzioni (parlamento, palazzo del governo, ministero dell’Interno) e dei partiti.

Dal 9 dicembre scorso, in Italia, come in precedenza era avvenuto in Egitto, i media pubblici e privati hanno avviato un’opera di sistematica stigmatizzazione delle proteste, nel lungo termine questo ha comportato per i Paesi del Nord Africa una diffusa opposizione nella popolazione a manifestazioni permanenti anti-regime, percepite come foriere di instabilità e ulteriore crisi economica. Non solo, questa ampia partecipazione sociale nel caso egiziano, a parte le dimissioni dell’ex presidente Hosni Mubarak, non ha comportato una più radicale riforma di sistema. In altre parole, una protesta così destrutturata non trova facile collocazione politica. Nel caso egiziano i movimenti informali di piazza sono confluiti principalmente in comitati popolari e organizzazioni non governative piuttosto che in nuovi partiti politici

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