On the road with Bob Dylan, un reportage gonzo

On the road with Bob Dylan, un reportage gonzo

Prima di cominciare, una piccola intro

On the road with Bob Dylan (p.550, minimumfax, trad. Chiara Baffa)è un gigantesco gonzoreportage scritto dal giornalista musicale Larry Sloman, detto Ratso, per documentare la sua esperienza al seguito di uno dei più grandi e discussi eventi della storia della musica popolare del Novecento: il Rolling Thunder Revue, un tour che tra l’autunno del 1975 e la primavera del 1976, portò Bob Dylan in giro per gli States in compagnia di artisti del calibro di Joan Baez, Joni Mitchell, Roger McGuinn, Bobby Neuwirth, Allen Ginsberg e di un gruppo che tra musicisti, fonici, assistenti, organizzatori e altri arrivò a contare una settantina di persone.

Ci sono due modi per parlare di questo libro. Il primo riguarda Bob Dylan e tutto quello che in quei mesi gli è successo intorno, il significato di quel momento nel suo percorso musicale e umano, il suo rapporto con se stesso, con il pubblico e con la celebrità. Il secondo riguarda Ratso, il giornalista, ovvero il punto di vista. E, al contrario di quel che si potrebbe pensare, io credo che l’aspetto più interessante sia proprio il secondo, il lato B, quello che per l’appunto riguarda Larry “Ratso” “Grasso” “Slocum” Sloman, per citare soltanto alcuni dei soprannomi che gli vennero affibiati in quei mesi. Andiamo con ordine.

Lato A

Come spesso accade quando si parla di Bob Dylan, anche in questo libro, a dispetto delle aspettative, il Re del folk americano resta una figura evanescente, un fantasma che appare e scompare. Così lo vedeva Ratso, apparire e sparire. Apparire sul palco durante le performance, davanti a platee trepidanti, nei duetti con Joan Baez, negli acustici solitari per aprire, e poi, sporadicamente, in hotel e nelle feste dopo i concerti, prima di sparire nel camper, circondato da pochi intimi e difeso da Louie Kemp, veccchi amico, pescivendolo e tour manager. Così lo vede il lettore, ma senza provarne più di tanto la mancanza, perché il grande circo del Rolling Thunder Revue riesce ad andare al di là di Dylan. Questa, in fondo, è la sua vittoria.

Intorno a Dylan e alla carovana del Rolling Thunder Revue, durante le sei settimane che separano il primo concerto, il 30 ottobre del 1975 a Plymouth, dall’ultimo (si parla della prima serie, qualla autunnale), l’8 dicembre al Madison Square Garden di New York, si muove un mondo intero: amici, cantanti, madri, figli, groupie, fanatici, puttane. C’è di tutto. E Ratso, che praticamente per tutto il libro racconta in terza persona mettendosi come personaggio insieme agli altri, parla e incontra tutti, dalla madre di Bob Dylan – con la quale ha una conversazione molto bella nella seconda metà del libro – a Joan Baez, Joni Mitchell e Ronee Blakley, da Lisa, una groupie disposta «a scoparsene quattro» per avvicinarsi a Bob, fino a un fan delirante e potenzialmente pericoloso, che Ratso fa immobilizzare prima di “portare in salvo Sara Dylan” in una scena che somiglia più a un action movie che altro.

Nel racconto di Ratso tutto questo materiale si accavalla e si incrocia con i racconti dei concerti, delle nottate fino alle 5 del mattino passate in camere d’albergo trasformate in set o tra i banconi dei peggiori bar della provincia americana, frequentati da papponi e puttane, prima di crollare, sbronzo di whisky su qualche tavolo da biliardo o, in compagnia di qualche ragazza pescata tra le groupie, nel letto sfatto dei mille hotel girati dal tour. Ma tra le perle raccontate da Ratso c’è anche l’incontro-intervista con il cognato di Jack Kerouac, la visita alla tomba dello scrittore da parte di Bob e di Allen Ginzberg, l’incontro della banda con un santone indiano e molto, molto altro.

Se questo libro ha delle pecche, queste si trovano in alcuni vicoli ciechi narrativi in cui si caccia Ratso, in alcune testimonianze accessorie infila un po’ a forza nel racconto. Per il resto, il viaggio che ci fa fare il reporter è un torrente in piena. Perfetto anche negli alti e bassi, nelle vette di entusiasmo e negli abissi di depressione, negli slanci di passione durante i concerti e nei risvegli pomeridiani in hang over, con la testa che scoppia, a chieder un’aspirina a mamma Dylan. Perché il Rolling Thunder è stato anche questo, una lunga montagna russa fatta di salite a toccare il cielo e di discese repentine, a graffiar la polvere, entusiasmi e delusioni, tensioni e pacificazioni. E, come nel miglior circo che si rispetti, se durante lo spettacolo tutti ridono e se la godono, appena i clown si struccano e gli acrobati smontano i trapezi, si sente una gran nostalgia.

C’è tutto questo nel libro di Larry Sloman, detto Ratso, e anche di più. C’è anche un’altra storia, quel famoso Lato B di cui vi parlavo all’inizio e che inizia qui.

Lato B

Ratso, dicevamo, è un giornalista, ma per molti dei protagonisti di questo libro è anche un amico, o quasi. Lo è per Bob, lo è per Joan Baez, lo è per Sara, la moglie di Bob, lo è anche per Leonard Cohen, che fa la sua apparizione nel racconto quando la carovana approda in Canada per un apio di date. Ora Ratso lo definiremmo un giornalista embedded, un termine che si può tradurre come “coinvolto”. Coinvolto, si potrebbe dire anche sentimentalmente, nella storia di cui vuole raccontare gli sviluppi e i retroscena, il che può essere un vantaggio – e per molti aspetti lo è – ma può anche essere un limite.

Tra le pagine più interessanti di questo gigantesco mosaico messo insieme da Ratso ci sono le infinite discussioni con Flippo, il suo editor a Rolling Stone, che, in lunghe telefonate da New York, mette sotto pressione Ratso e lo accusa di essere accecato dall’amicizia e dai sentimenti e di non andare fino in fondo alla questioni aperte su quel tour, questioni che, al di fuori del palco e della carovana, nel frattempo stavano generando molte critiche. In ballo c’è soprattutto una questione, aperta da un velenoso articolo uscito su Variety intitolato «Sono i soldi che interessano a Dylan? I piccoli locali lasciano spazio alle grandi arene».

In sostanza il problema è questo: all’inizio del Rolling Thunder Revue si era diffusa la voce che Dylan voleva fare un tour suonando in club e piccoli locali, a prezzi modici, per arrivare a coinvolgere il pubblico in eventi più intimi e genuini. Tranne poche date, in realtà, i concerti del Rolling Thunder Revue si svolsero in prevalenza in sale medie, in palazzetti, in palestre che potevano ospitare fino a 10mila. La stampa ci mise poco a fare due calcoli: i soldi in ballo erano proprio tanti. 

Così Abe Peck, redattore musicale di Rolling Stone, durante una telefonata a Ratso:

I primi unidci concerti del tour, in sette città diverse, hanno attirato una stima di 75mila spettatori, che hanno pagato un biglietto tra i 7,50 e gli 8,50 dollari, per un totale approssimativo di 600mila dollari. Questi non sono localini raccolti. Perché hanno cambiato idea? Chi l’ha cambiata? Chi è stato a mettere in giro la leggenda dei piccoli locali? Che ne pensa Dylan di questa leggenda? Ecco una cosa di cui parlare.

Le polemiche sono forti, e anche se molte sembrano veramente campate in aria, Ratso, che prima di tutto è un giornalista, non può fare finta di niente. Ma le difficoltà di Ratso oltre che dal giornale vengono anche dall’interno del tour. Louie Kemp, infatti, fa di tutto per tenerlo fuori dalla mischia, per scacciarlo dagli hotel, per non fargli dare i pass per i concerti, per impedirgli di avvicinare i suoi amici musicisti.

Insomma, Ratso si trova tra due fuochi: da una parte quello dei colleghi giornalisti che lo accusano di essere troppo amico dei musicisti per avere uno sguardo imparziale sulle cose, dall’altra quello di Kemp, che lo accusa di essere un giornalista, e quindi troppo pericoloso per avvicinarsi ai suoi amici musicisti. Questo rapporto tra le due anime di un uomo, questo basculare di Ratso tra soggettività sentimentale e oggettività giornalistica, tra il gonzojournalism e l’inchiesta, è la figura di uno dei grandi problemi del giornalismo: qual è la giusta distanza?