Eugenio Scalfari è cinese?

Eugenio Scalfari è cinese?

La chiamano eroina elettronica. Il centro di Daxing è nato nel 2004 per curare la dipendenza da Internet ed è gestito da un colonnello dell’esercito dell’ospedale militare di Pechino. L’esercizio fisico fa parte del processo disciplinante dei corpi per la disintossicazione da siti porno, social network ma soprattutto dai videogames, identificati come responsabili della criminalità giovanile. «L’addestramento militare permette loro di provare cosa significhi far parte di una squadra. Li aiuta anche a recuperare forma fisica e li irrobustisce», diceva Xu Leiting, psicologo dell’ospedale al New York Times nel 2007. Una fabbrica del soggetto che controlla gli individui, cerca di ristabilire una comunicazione intergenerazionale con lo sport e disconnessione dal mondo «inautentico», quello online.

Le cose non sono cambiate dal 2007 (o da quando M. Foucault studiava e formulava il suo concetto più importante: biopolitica). Qualsiasi universo distopico immaginato dall’inglese Charlie Brooker, il creatore di Black Mirror, serie televisiva basata implicitamente sulle paure dei pensionati (è sempre una tecnologia cattivissima che demonizza chi la usa in modi così prevedibili e sciatti da non meritarne tanto entusiasmo), qualsiasi distopia, dicevo, è da considerarsi ampiamente al di sotto della realtà. Basta guardare Web Junkies, un documentario di 75 minuti ora in concorso al Sundance Film Festival, disponibile in versione ridotta sul sito del New York Times. Qui si vede un ragazzo piangere e chiedere ai registi israeliani Shosh Shlam e Hilla Medalia di recapitare a sua madre una lettera. Quando gli chiedono perché sia lì dentro lui risponde: perché ho usato internet.

Quello di Daxing è uno dei primi degli oltre quattrocento istituti di riabilitazione da quando il governo cinese ha dichiarato la dipendenza da internet una malattia mentale, come si legge nel documentario. In Cina i teenager frequentano internet café anziché giocare in camera propria con il laptop o una console, e alcuni di loro passano così tanto tempo senza interrompere la partita, da indossare dei pannoloni per risparmiarsi l’incomodo di andare in bagno, senza rovinare l’esperienza del gioco. (Indiwire) Questo pare si accompagni a problemi di ordine sociale e va letto nel contesto cinese in cui i genotori hanno fortissime aspettative sui figli, e tutto il tempo speso a giocare è tempo sottratto allo studio: porta al fallimento.

Quel che noi occidentali disincantati considereremmo un esasperato problema da nerd (se dovessimo riabilitare tutti i giocatori compulsivi di World of Warcraft dovremmo usare gli stadi), in Cina è visto come una malattia mentale da curare attraverso la militarizzazione dei corpi. I pazienti, in prevalenza maschi tra i 14 ed i 19 anni, alloggiano per tre o quattro mesi in dormitori comuni, si svegliano alle 6.15 e marciano insieme in divisa kaki per svolgere poi lavori di fatica. Le persone che stanno più di sei ore su internet per altro rispetto al lavoro o allo studio sono suscettibili a essere dipendenti da internet, o così sono convinti i cinesi. «Le persone normali non possono immaginarsi come i teenager usano internet», dice un operatore del centro. Fossi un teenager cinese sarei certamente incarcerato. 

A pronunciare una frase particolarmente rivelatoria è un operatore del centro che, rivolto ai genitori, i quali sono incoraggiati a partecipare alla terapia dei figli, dice loro: «Uno dei problemi maggiori di questi ragazzi è che sono soli. Lo sapete che si sentono soli? E dove vanno a cercare compagnia? Internet. Sanno tutto di internet ma non conoscono gli esseri umani». 

«Sanno tutto di internet ma non conoscono gli esseri umani» è già una coppia oppositiva per dire che il male (internet) sta da una parte il bene (gli umani, i genitori, gli educatori) da quest’altra. In mezzo la repressione di chi ti crede solo e arido. Ripensavo a quello che scriveva Eugenio Scalfari su l’Espresso in un articolo che girava molto in internet qualche giorno fa, prima di essere rimosso. (Probabilmente perché come si legge coerentemente nell’articolo: «i nostri giovani leggono i giornali e i libri attraverso la Rete», e questo a Scalfari-Repubblica-Gruppo Espresso non sta bene. Peccato abbiano scelto di vivere tra le carrozze e le cabine telefoniche. Peccato abbiano scelto di perdere sempre.) Scalfari scriveva frasi dure sulla: «malattia estremamente preoccupante […] e segna un passaggio di epoca»; sull’orribile fatto che «I nostri giovani leggono i giornali e i libri attraverso la Rete. Cioè leggono notizie e cultura ridotte a poche parole»; e sull’amore non autentico: «Molti fruitori della Rete infatti hanno smesso di frequentare il prossimo e restano ritirati in casa a ‘navigare’ sulle onde della nuova tecnologia. L’amore anche fisico attraverso la rete è diventato abituale per molti. Si chiama da tempo ‘amore solitario’ e infatti lo è».

Di nuovo questa falsa certezza della solitudine di chi sta online, di chi vive una vita inautentica rispetto a quella tra le montagne lontano dalla banda larga (ignorando che oramai non si parla più un dentro e fuori, esiste una connessione continua tra l’online e l’offline, e lo dimostra il fatto che se facciamo qualcosa nel reale possiamo vederne le conseguenze online, e viceversa). Intendiamoci: sicuramente ci sono degli eccessi durante il periodo adolescenziale, e anche dopo, ma questo non signgnifica sia una malattia o un segno epocale dai toni apocalittici. Molto probabilmente Scalfari non capisce più il mondo in cui vive, feticizza il reale e il suo passato. Philiph Roth si è ritirato dicendo: «Ho 78 anni, non so più cos’è l’America di oggi. La vedo alla televisione, ma non ci vivo più». Scalfari ha 89 anni e teme la sintesi di Twitter, perché non smetterebbe mai di scrivere lunghi editoriali della domenica barattandoli con 140 caratteri.

Dal web junkie al junk thought. Il problema con questa retorica fondata sul determinismo tecnologico — grossomodo da Nicholas Carr in giù fino a Repubblica, sempre più insistentemente come ha notato anche Vittorio Zambardino —, è che è la preparazione teorica ai campi cinesi. Concedetemi il gusto di una provocazione iperbolica. Da una parte un intellettuale disconnesso dal mondo, nell’ultima pagina di un settimanale cartaceo, tenta di persuadere culturalmente (e purtroppo lo fa) una parte politica (il PD) all’uso corretto di internet, un po’ come dire che le macchine ci hanno rovinato il piacere di quei bei viaggi lunghi intreno, e hanno inquinato molto l’aria(e pare quella scena in cui il padre di Homer Simpson se la prende con le nuvole.) Dall’altra parte troviamo l’ancor più minacciosa pretesa del governo Cinese di stabilire la morale e la rettitudine dei suoi giovani, e di costringerli a comportarsi come se non avessero volontà, come se non fossero responsabili delle loro azioni ma soggiogati dalla tecnologia, dalla società o, nella variante giornalistica nostrana, dall’intelligenza o stupidità collettiva de: “Il popolo della rete”. Cioè come se avessero letto Scalfari.

Prima di affidare a Scalfari o a centri militari repressivi l’educazione dei vostri figli forse è meglio che riconsiderare il fatto che Google non ci rende né intelligenti né stupidi, Facebook non ci rende soli, Twitter non ci rende rivoluzionari, nello stesso modo in cui i walkman non ci hanno isolato dal mondo. Gli individui e non il popolo della rete scelgono di manifestare il proprio disappunto e talvolta la parte peggiore di sé. Noi siamo i responsabili. E se non sappiamo qualcosa è un problema nostro, non di Wikipedia. Non so quale sia la causa dell’ignoranza ma disinteressarsi del mondo o delle potenzialità degli oggetti tecnologici porta alle mamme in lacrime perché i figli giocano al computer, e temono possano crescere criminali.