Fare ricerca nel nostro Paese è da eroi

Ricerca a confronto: Italia e Francia

«Il 2014 sarà l’anno dei giovani ricercatori», ha detto ad agosto scorso la ministra dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza. Ma per ripianare decenni di tagli ne servirebbero almeno 20. Ultimo colpo la cancellazione dei finanziamenti per i Prin (Progetti di ricerca di interesse nazionale) del 2014, già passati dai 175 milioni del bando biennale 2010/2011 ai circa 38 di quello 2012. Continua a scendere anche la spesa per l’istruzione: meno 1,2% rispetto al 2012, come certifica l’agenzia Eurydice, che ha pubblicato il dossier sui fondi stanziati in ogni Paese europeo. Eppure i nostri ricercatori sono bravi: il 14 gennaio scorso lo European Research Council ha annunciato l’assegnazione di 312 borse di studio a scienziati europei. Una torta da 575 milioni di euro con fette che vanno da 1,84 ai 2,75 milioni a testa. Ne abbiamo vinte 46, circa il 15 per cento del totale, medaglia d’argento subito dietro ai tedeschi, con 48 borse vinte. Peccato che solo 20 scienziati nostrani porteranno in Italia i fondi. Gli altri 26 condurranno le loro ricerche in altri Paesi: Inghilterra in testa, seguita da Germania e Francia. E nessuno degli altri ci ha scelto. (Vedi i dati

«Il problema non è che vanno via i migliori, ma quasi tutti. E dall’estero arrivano in pochissimi». A dirlo è Alberto Saracco, classe 1979, ricercatore in Geometria nel dipartimento di Matematica e Informatica dell’Università di Parma. Laureato nel 2002 a Pisa, dopo il perfezionamento alla Scuola Normale ha vinto nel 2009 il concorso bandito dall’università emiliana. Che non è un’isola felice. «Negli ultimi anni ci sono stati pochissimi posti fissi banditi in Italia. Da quando sono ricercatore, il mio dipartimento non ha bandito alcuna nuova posizione a tempo indeterminato. Qualcuna a tempo determinato, due trasferimenti da altre Università, ma soprattutto pensionamenti e fughe all’estero da parte di nostri giovani ricercatori». Alberto ha fatto esperienze internazionali ma sempre a tempo e per scelta: a trattenerlo «motivi familiari e la consapevolezza che andare all’estero significa decidere di restarci».

Guadagna 1.850 euro netti al mese, con qualche extra per le lezioni, 25mila all’anno. Ha ottenuto i primi fondi per fare ricerca a fine 2012: «Ben 840 euro per i successivi tre anni». Che poi, per fare matematica, non ne servirebbero molti: «Non abbiamo bisogno di costosi laboratori e macchinari: ci bastano lavagne, computer e cervelli – aggiunge – ma quelli scarseggiano».

Dice di avere buone prospettive di carriera nell’immediato, ma solo perché il piano straordinario per i professori associati prevede molti fondi per la loro assunzione nei prossimi 3 anni. «Sono capitato nel posto giusto al momento giusto – racconta- invece i concorsi da ordinario o ricercatore, che non è più una figura a tempo indeterminato come quando lo sono diventato io, sono pochissimi».

Situazione capovolta rispetto a quella degli ultimi dieci anni, quando diventare associato era praticamente impossibile. La grande infornata attuale è uno dei problemi italiani, spiega Alberto. «Si lavora per emergenze, senza avere regole stabili nel tempo, senza un piano per il futuro». Ma è il confronto con altre realtà che è scioccante: «Un mio ex collega ricercatore di Analisi ha lasciato Parma per un’università svizzera. Due mesi prima di trasferirsi aveva già a disposizione i fondi per chiamare due dottorandi e due post doc per il suo gruppo di ricerca. Un altro mondo».

Il mondo in cui vive Eleonora Guerrini, che dopo la laurea in matematica a Pisa e il dottorato a Trento ha lasciato l’Italia per la Francia e nel 2012, a 32 anni, ha vinto a Lyon un posto a tempo indeterminato come maitre de conference, posizione simile al nostro ricercatore universitario e all’Associate Professor americano. «Ma qui è normale esserlo già a 30», dice. Guadagna 2.100 euro al mese, destinati a salire perché lo stipendio dipende solo dall’anzianità, oltre a 40 euro per ogni ora di insegnamento extra. «Se sei un ricercatore abbastanza bravo – e non serve essere eccellenti per averlo – puoi accedere al “Premio per la Ricerca”. Il ministero ti dà 300 euro al mese per 4 anni. E si può richiedere all’infinito». Per l’alloggio c’è la Caf: un’organizzazione pubblica simile all’Inps che versa aiuti in particolare a studenti e giovani lavoratori per integrare l’affitto.

Quello che cambia tra la Francia e l’Italia è anche il concetto di “giovane”: in Francia vuol dire avere meno di 25 anni, a 30 sei considerato adulto. «Quando sono arrivata qui ne avevo 29 e la gente mi chiedeva come mai non avessi ancora figli», spiega.

Secondo Eleonora, «la scuola in Italia funziona bene ed è normale che i migliori debbano continuare a studiare, accumulare esperienza e, se possono, andare all’estero». Il problema, evidenziato anche da Alberto, è che gli italiani non tornano e che gli stranieri non arrivano. E dopo la laurea si apre la voragine.

«Entrare nel mondo accademico in Italia è come vincere al lotto in termini di probabilità», continua. «Non ci sono cattedre, non c’è possiblità di chiedere fondi per progetti. Il professore con cui mi sono laureata faceva “il discorsetto” a ogni nuovo dottorando: “Se vuoi far ricerca, preparati ad andare fuori, e forse a non tornare”».

Sono gli stessi docenti a spingere i migliori ad andare all’estero, mentre cercano di sopravvivere con quello che hanno. «Ne conosco di fama mondiale, come il professor Dario Catalano, che lavorano in Italia e sono a capo di gruppi di ricerca con 500/600 euro di fondi all’anno. Quello di cui faccio parte ha circa 10.000/12.000 euro annui e siamo in 3 a spartirceli».

Della cinquantina di dottorandi che conosce, solo 3 o 4 sono rimasti in Italia: le mete più frequenti Francia, dove sono circa 15, Inghilterra, Olanda, America e Australia. Una diaspora confermata dai dati Censis sul mercato del lavoro 2012/13: negli ultimi 10 anni 106mila under 35 hanno lasciato l’Italia. E se nel 2012 è arrivato dall’estero il 3% di ricercatori, più del 16% è invece partito fuori dai confini nazionali. (vedi il grafico)

«Sul sito dei risultati dei concorsi non c’è lista di ammessi senza almeno un paio di nostri connazionali. Un anno, per un posto da ricercatore ambitissimo, all’orale erano in tre, tutti italiani». Intanto la ministra Carrozza sta lavorando al Piano nazionale della ricerca. Destinato interamente ai ricercatori, dovrebbe essere completato entro la fine di gennaio e portare in dote circa 500milioni di ero di fondi.

Oltre ai soldi, però, secondo Alberto servono regole serie, certe e costanti nel tempo: «Alcuni anni fa una professoressa mi ha detto: “Ci sono muri uno dopo l’altro, e porte che si aprono con regole caotiche, imprevedibili, che cambiano nel tempo. Tu devi metterti davanti ad una di queste e sperare che prima o poi si apra”. Lo trovo molto triste, e molto vero».