L’Egitto dopo Morsi, un Paese lacerato al voto

Al Sisi vuole candidarsi alla Presidenza

IL CAIRO – Il 14 e 15 gennaio, in Egitto si torna a votare per la Costituzione. È la seconda volta in poco più di un anno che gli egiziani sono chiamati alle urne per dire la loro sulla Carta fondamentale. Ma questa volta, dopo il colpo di stato del 3 luglio 2013, sembra un vero e proprio referendum sulla popolarità del Capo delle forze armate Abdel Fattah Sisi. Lo confermano le parole dell’uomo più potente in Egitto: Sisi alla vigilia del voto ha ammesso che annuncerà la sua candidatura «se il popolo lo vorrà» e l’esercito lo sosterrà. Se il testo, approvato nel dicembre scorso, da una Commissione composta da 50 membri, nominati dal governo ad interim, dovesse passare con ampio margine, come fanno presagire i sondaggi diffusi in queste ore, Sisi otterrebbe un primo via libera elettorale per proseguire nella repressione degli islamisti e avanzare la sua candidatura alle presidenziali.

Il Generale Al Sisi, ministro della Difesa egiziano nel governo ad interim e capo dell’esercito (Afp)

Tuttavia, il timore principale è che l’affluenza alle urne possa essere bassa, dopo l’annuncio di boicottaggio della Fratellanza, ridimensionando il significato politico di un voto cruciale per il futuro del Paese. Non solo. Alla vigilia del voto, il portavoce del dipartimento di Stato, Jen Psaki, ha espresso le preoccupazioni degli Stati Uniti in merito all’attualità politica egiziana, in particolare rispetto ai limiti imposti alle libertà di protesta ed espressione. Anche il Centro Carter, che ha supervisionato in Egitto le recenti tornate elettorali, ha confermato le preoccupazioni del Dipartimento di Stato. L’ong ha parlato di polarizzazione politica e di assenza di un dibattito inclusivo in merito alla Costituzione.

La Fratellanza boicotta il voto
Il referendum costituzionale del dicembre 2012 vide una scarsa partecipazione elettorale e l’approvazione della Costituzione con oltre il 60 per cento dei voti (un risultato inferiore alle attese rispetto ai successi precedenti degli islamisti). Questa volta ad esprimersi per il boicottaggio del voto è l’Alleanza per il sostegno della legittimità, la coalizione composta da Fratelli musulmani, salafiti delle gamaat al islamyya ed esponenti del partito moderato WasatSi tratta delle forze politiche che si sono opposte al colpo di stato militare e continuano a sostenere Mohammed Morsi come legittimo presidente egiziano. Insieme a questi movimenti ci sono anche i Giovani contro il golpe, l’associazione che riunisce i giovani di Libertà e giustizia, partito politico della Fratellanza, che si sono duramente opposti ai continui arresti di islamisti e alla repressione delle manifestazioni non autorizzate, fino all’accusa di terrorismo mossa al movimento dopo l’attentato di Mansoura dello scorso 24 dicembre, costato la vita a 16 poliziotti. Per esprimere il loro dissenso, gli islamisti hanno chiesto ai loro sostenitori di scendere in piazza a oltranza a partire dalla vigilia della seconda udienza per il processo contro Morsi, prevista per l’8 gennaio e poi spostata al primo febbraio per questioni meteorologiche e di sicurezza per questioni meteorologiche e di sicurezza. E così alla vigilia del voto si contano già quattro morti, 15 feriti e oltre 169 arresti di islamisti in seguito agli scontri tra sostenitori della Fratellanza e forze di polizia nelle manifestazioni di Suez, Alessandria e Cairo.

I salafiti fanno quadrato con Sisi 
Il partito salafita al Nour, che aveva sostenuto il tentativo della Fratellanza di governare l’Egitto dopo trent’anni di clandestinità, ha chiesto ai suoi sostenitori di votare «sì» al referendum costituzionale. Sin dalla deposizione di Morsi, i salafiti si sono mostrati dalla parte dell’esercito per evitare lo scioglimento di un movimento che è sempre stato legato a doppio filo con gli uomini del vecchio regime e della Sicurezza di Stato. In particolare, uno dei principali leader e predicatori salafti, Yasser Borhani ha più volte assicurato il suo sostegno alla roadmap voluta dai militari, sebbene nel nuovo testo costituzionale sia stato cancellato l’articolo 219 della Carta del 2012 che permetteva un’ampia applicazione della legge islamica nel diritto ordinario.

Tamarrod approva la Costituzione 
La campagna di raccolta firme Tamarrod (ribelli), nata per chiedere le dimissioni di Morsi, dopo un controverso anno di gestione del potere, ha ampiamente appoggiato e motivato l’intervento militare del 3 luglio scorso. Nonostante gli arresti di importanti attivisti, componenti della Coalizione dei giovani rivoluzionari che avevano occupato piazza Tahrir per 18 giorni nel 2011 (tra loro Alaa Abdel Fatteh e Mona Seif), i leader del movimento hanno dato il loro assenso incondizionato al testo che mantiene intatti i privilegi dei militari.

Le opposizioni a Morsi sono divise
Il cartello elettorale che raggruppa i liberali, socialisti e nasseristi che si sono opposti al governo islamista, si presenta diviso e vicino allo scioglimento alla vigilia del voto. Se l’ex diplomatico Amr Moussa e guida della Commissione per la riforma costituzionale ha chiesto ai sui sostenitori di votare «sì» il 14 gennaio, vari sono i distinguo all’interno del Fronte. Le prime divergenze sono sorte con la candidatura alla presidenza annunciata dal secondo nella competizione elettorale per le presidenziali del giugno 2012, Hamdin Sabbahi. Dal canto loro, molti esponenti del movimento si sono detti favorevoli invece alla discesa in campo del ministro della Difesa Sisi. Infine, il leader del partito Social-democratico Mohammed Abu El Ghar, pur esprimendosi a favore della nuova Carta fondamentale, ha denunciato variazioni dell’ultim’ora al testo finale della Costituzione.

Un «no» da sinistra 
Il movimento 6 Aprile, nato con le proteste dei lavoratori del Delta del Nilo nel 2008, che vede uno dei suo leader Ahmed Maher agli arresti per violazione della legge anti-proteste, si è espresso per il «no» al testo voluto dall’esercito. Insieme a 6 Aprile, anche i socialisti rivoluzionari di Hossam El Hamalawy contrastano duramente il testo e i limiti imposti alle libertà fondamentali dall’esercito. Infine, il partito per un Egitto forte, guidato dall’islamista moderato, Moneim Abul Fotuh ha espresso il suo dissenso per la nuova Costituzione egiziana. Questi attivisti criticano in particolare la presenza nella bozza, sottoposta al voto questa settimana, di processi militari ai civili e l’ampio potere concesso al ministero della Difesa.

Merita uno spazio a sé la posizione del partito Dostour (Costituzione) di Mohammed el Baradei, il politico che ha lasciato il Paese dopo lo sgombero forzato del sit-in islamista di Rabaa el Adaweya del 14 agosto scorso che ha causato oltre 700 vittime. Questi liberali non hanno preso posizione in merito al referendum. Molti di loro si sono espressi a favore dell’approvazione del testo definitivo, altri, in riferimento anche agli attivisti del movimento in prigione, boicotteranno i seggi o voteranno «no».

Dopo i passi avanti che in Tunisia hanno permesso di riconoscere nel testo costituzionale la parità tra uomini e donne, in Egitto si torna alle urne dopo mesi di dura opposizione politica. I temi controversi nel testo costituzionale, approvato in poche settimane e da una Commissione non eletta, restano molti e principalmente legati al ruolo della legge islamica nel testo costituzionale, ai poteri dell’esercito, alle libertà fondamentali e ai limiti dei poteri presidenziali e parlamentari. Voteranno «sì» laici, liberali e nazionalisti, cristiani, giudici e politici del vecchio regime; mentre la maggioranza degli islamisti, ad eccezione dei salafiti del partito el Nour, boicotterà il voto. Infine, solo in pochi si recheranno alle urne per votare «no» al referendum costituzionale. Una scarsa partecipazione al voto potrebbe comportare l’approvazione di un testo non condiviso da tutti gli egiziani, aprendo la strada ad una rinnovata opposizione della Fratellanza alla roadmap voluta dall’esercito in vista delle presidenziali della prossima primavera. 

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