Paestum, la Pompei dimenticata tra le stalle di bufale

Il patrimonio culturale sprecato

Se Pompei piange Paestum non ride. Si è chiusa il 19 gennaio “Save Paestum”, la campagna di crowdfounding internazionale lanciata da Legambiente sul sito IndieGogo il 6 dicembre scorso.

Servivano 70mila dollari e ne hanno raccolti 1.300, divisi per 50 donatori. L’obiettivo era ambizioso ma non impossibile: acquistare i primi 2,5 ettari dei 95 di terreni privati che fanno parte dell’area archeologica dell”antica Poseidonia e iniziare a proteggerli.

Perché in Italia può anche accadere che di un patrimonio di questo valore, dal 1998 inserito dall’Unesco nel patrimonio mondiale dell’umanità, solo un quinto appartenga allo Stato. Il resto è diviso in lotti privati, dove, nel migliore dei casi si coltiva, si ara e si portano al pascolo le bufale. E nel peggiore, si costruisce. Sopra baracche, stalle, mezzi agricoli, campi coltivati e pascoli, sotto un patrimonio archeologico inestimabile. Che Legambiente tenta di proteggere: a marzo 2012 ha lanciato la campagna di raccolta fondi “PaestUmanità”, di cui “Save Paestum” era il risvolto “internazionale” che si proponeva di comprare e tenere a prato i 95 ettari rimanenti.

Anche sul sito del progetto, però, la colletta fa fatica: in venti mesi solo in 499 hanno fatto la loro “buona azione”, acquistando una o più quote da 50 euro. E il totale, circa 25mila euro, ai quali si sommano i circa 1.000 euro di “Save Paestum”, è ben lontano dai 5 milioni che servirebbero per comprare tutti i lotti.

Nessun grande finanziatore all’orizzonte, il ministero dei Beni culturali che sembra non volersene occupare, e l’obiettivo che non si avvicina. Anche perché di Paestum si parla poco, visto che archeologia in Campania spesso vuol dire solo Pompei, nonostante i problemi noti del sito archeologico.

«È stato un tentativo – spiega Valentina del Pizzo, archeologa e responsabile del progetto – ci interessava provare un canale alternativo alla raccolta fondi tradizionale e soprattutto far conoscere il progetto al mondo». Mondo che forse speravano sarebbe stato più ricettivo dello Stato italiano, che per salvaguardare questi terreni proprio non riesce a trovare i fondi.

Perché poi a Paestum di soldi ne sono anche arrivati, e tanti: il Pit (Progetto integrato territoriale) ha previsto negli anni scorsi investimenti per circa 22 milioni di euro. «Soldi vincolati alla costruzione di determinati progetti – spiega Valentina – tra cui due parcheggi, già vandalizzati».

«L’Italia gestisce male i gioielli di famiglia», aggiunge Rossella Muroni, direttrice nazionale di Legambiente. E allora, anche per protesta implicita, la sezione locale dell’associazione ambientalista e cittadini del luogo stanno provando a fare da loro, con il supporto della direzione nazionale, che ha “adottato” il progetto.

«L’idea che un bene collettivo, dopo anni di incuria e degrado venisse affidato alla comunità andava colta e rilanciata, anche perché nasce in una terra “complicata”, molto colpita dall’abusivismo e dallo sfruttamento intensivo», continua Muroni.

Prossimo appuntamento della raccolta il festival di cultura e musica Festambiente a giugno 2014, dove saranno presenti tutti gli attivisti e si farà il punto.

Ciò che è paradossale è che accanto ai santuari, al foro, alle domus romane e al Museo Nazionale il turista si imbatte in contadini al lavoro sui trattori e con gli aratri meccanici, pastori con bufale al seguito, depositi degli attrezzi e stalle. Il tutto circondato da 4.700 km di mura ancora intatte.

Il rischio di danneggiare il patrimonio sotterraneo è alto «per questo è essenziale acquistare i terreni – continua Valentina – . Noi vogliamo preservarli, tenendoli a prato, e metterli a disposizione dello Stato e delle Università per campagne di scavi e attività di ricerca».

Dopo anni di degrado e grazie alle segnalazioni di associazioni e cittadini, la parte statale del sito è gestita bene: la stazione della città è finalmente una struttura degna di questo nome, con la biglietteria e l’info-point. La fondazione “Paestum”, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica e l’Università di Salerno, ha ripulito vari tratti delle mura, prima invasi dalla boscaglia, mentre la zona attorno a Porta aurea è stata riqualificata.

«Ma ci sono ancora vari problemi», segnala Valentina. Primo fra tutti l’abusivismo: «Secondo uno studio dell’associazione Italia Nostra, nell’area sottoposta a vincolo archeologico dalla legge 220/67 Zanotti Bianco, che vieta costruzioni nel raggio di un chilometro dal perimetro archeologico, ci sono oltre 3.500 edifici abusivi. Soprattutto attività commerciali e seconde e terze case che vengono affittate a turisti. Problema che persiste anche lungo la strada borbonica che taglia in due il sito: già di per sé uno scempio. L’ingegnere Raffaele Petrilli, che la progettò nel 1829 e per realizzarla distrusse Porta aurea, l’Agorà greca, l’Anfiteatro e il Foro romano, venne processato nel 1831. Peccato che la strada, l’odierna SS18, non è stata mai rimossa, anche se la fondazione “Paestum” ha presentato nel 2009 uno studio di fattibilità che propone di spostarla.

E sembra assurdo che campi coltivati, stalle per animali e case vacanza abusive rimangano uno dei principali indotti di un territorio che ha la vera ricchezza sotto ai piedi.