Europa, la ricetta sempre uguale delle larghe intese

Una formula oltre i contesti nazionali

Con la formazione del governo Renzi, si sono alzate molte voci, dai banchi dell’opposizione in Parlamento così come nella società civile, rilevando che questo sia il terzo governo non eletto da nessuno e che ormai dal 2011 l’Italia è commissariata dall’Unione Europea e dalla Trojka (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Commissione europea).
Ma siamo davvero i soli? Ecco tutti i paesi d’Europa dove vigono larghe intese per i più svariati motivi. E non sempre c’entra l’euro. I motivi che portano sinistra e destra ad allearsi sono diversi e variegati. Ecco la lista di questi paesi con i governi “non eletti dal popolo”. E di come questi, a volte, siano riusciti ad ottenere dei risultati importanti.

AUSTRIA

A Vienna, dopo la fine della guerra, la grosse koalition è sempre stata di casa per lunghi periodi (dal 1945 al 1966, poi dal 1987 al 2000, infine dal 2006 a oggi). I due maggiori partiti, i socialdemocratici e i popolari, hanno impostato un sistema di spartizione di tutte la maggiori cariche politiche chiamato “Proporz”. Negli anni, questa scelta consociativa ha creato malumori soprattutto a destra con la crescita del Partito della Libertà, ex partito liberale reso nazionalista da Jorg Haider negli anni ’80, ormai stabilimente sopra il 20% dei consensi e diventato, dopo la fuoriuscita di Haider nel 2005, sempre più xenofobo e “impresentabile” per gli standard austriaci. Così la grande coalizione va avanti dal 2006 a guida socialdemocratica: prima con il cancelliere Alfred Gusenbauer e poi dal 2008 con Werner Faymann. Per quanto la coalizione si sia via via ridotta, (alle ultime elezioni del novembre 2013 i voti dei due partiti hanno di poco superato il 50% complessivamente, mentre i seggi sono passati dai 134 del 2006 ai 99 attuali, una maggioranza di soli 7 deputati su un’assemblea di 183 membri) l’Austria viene considerata uno dei paesi economicamente più in salute dell’area euro, con un debito pubblico basso e una disoccupazione praticamente inesistente: 4,8%, secondo dati del novembre 2013. Qui, decisamente, la Troika può attendere.

BELGIO

Qui la situazione, politicamente parlando, non è affatto tranquilla, anche se il paese non ha mai visto scontri di piazza o violenza politica. Qui il problema è sostanzialmente uno solo: la divisione del paese tra fiamminghi e valloni. Divisione che ha portato a lunghe fasi di stallo, nel passato: prima nel 2007, con la difficoltosa nascita del primo governo del fiammingo Yves Leterme, incapace di sanare i contrasti tra le due comunità e di devolvere alcuni poteri alle regioni. Dopo 8 mesi di stallo, in cui si dovette chiedere al premier uscente Guy Verhofstadt di formare un governo ad interim per stilare la finanziaria per l’anno successivo, Leterme formò il suo primo governo il 20 marzo 2008. Ma questo non fu risolutivo e nonostante avesse fatto una campagna elettorale intera sulla concessione di maggiori autonomie per le Fiandre, non fu in grado di conciliarle con l’intransigenza dei valloni, che temevano di perdere troppo potere in favore dei ricchi vicini settentrionali. Così come non lo fu neanche il futuro presidente dell’Unione Europe Herman Van Rompuy, alla testa di un governo per nove mesi nel 2009. Così si andò nuovamente a elezioni e, da parte fiamminga, ci fu una brutta sorpresa: il primo partito era la Nuova Alleanza Fiamminga (NV-A), sicuramente formazione più moderata ed europeista dell’estrema destra del Vlaams Belang (Interesse Fiammingo), ma risolutamente separatista. Rimaneva in piedi sempre la pietra dello scandalo, la circoscrizione parlamentare di Bruxelles-Halle-Vilvoorde, nominalmente francofona, ma contenente i sobborghi della capitale a netta maggioranza fiamminga. A risolvere lo stallo, dopo 589 giorni, il più lungo periodo di formazione di un governo nella storia delle democrazie parlamentari, divenne primo ministro il socialista francofono Elio Di Rupo, alla guida di una coalizione di socialisti, cristiano-democratici e liberali di entrambe le aree del paese, con il sostegno per le riforme costituzioni da parte dei due partiti ecologisti. Le tanto attese riforme che hanno scongiurato la possibile partizione del paese, tanto che il presidente francese Nicolas Sarkozy dichiarò che la Francia qualora le cose fosse andate male sarebbe stata disposta ad annettere la Vallonia, sono:

-Maggiore autonomia fiscale per le regioni fiamminga e vallona, cui si aggiungono la regione germanofona e quella di Bruxelles Capitale
-Le regioni potranno gestire anche le poltiche familiari e sull’occupazione.

Nonostante questo successo, cui si è accompagnata una significativa riduzione del debito, (dal 99% del 2009 al 95% del 2012), la minaccia del separatismo fiammingo è ancora alta. Nel 2012, il leader della Nuova Alleanza Fiamminga è diventato sindaco di Anversa. E il partito è dato per vincente alle elezioni di maggio prossimo, in concomitanza con le europee. Qui davvero siamo in presenza dell’unico governo possibile. Almeno per un paese chiamato Belgio.

BULGARIA

Qui non c’è l’euro, ma i problemi non mancano. Fino al 2001, il tenore di vita era addirittura più basso che ai tempi del comunismo. Da allora, pur conquistando in breve tempo l’adesione alla Nato nel 2004 e all’Unione Europea nel 2007, è comunque rimasto uno dei paesi più poveri dell’Unione Europea, con un reddito medio di 393 euro mensili (768 lev), un salario minimo di un euro l’ora e un tenore di vita che è poco meno della metà di quello medio dell’Ue. In tutto ciò, l’economia sommersa è stimata intorno al 32% del Pil bulgaro. Ma veniamo alla situazione politica: dopo la caduta del premier Boyko Borissov, populista di destra, i socialisti di Sergei Stanishev si sono alleati con il partito Diritti e Libertà, che rappresenta i diritti della minoranza turcofona e hanno ricevuto l’appoggio esterno anche di Ataka, partito che, paradossalmente, rappresenta la destra xenofoba e antiturca. Per conciliare questa coalizione di opposti, è stato chiamato a presiedere il governo il tecnocrate Plamen Oresharski, già ministro delle finanze del governo di Stanishev. Ma questa larga intesa non ha sortito nessuno degli effetti sperati. Le proteste che avevano portato alle dimissioni di Borissov, ora continuano contro Oresharski, il quale non è stato capace di arginare la corruzione, né tantomeno a porre fine alla corruzione endemica nel paese e allo strapotere delle compagnie monopolistiche.

FINLANDIA

Paese nordico, tranquillo. Politicamente ed economicamente stabile. Ma anche qui, non immune dal populismo, come tutti i paesi dell’area euro, nonostante mantenga una tripla A sul taccuino di tutte le agenzie di rating. Il dominio quasi totale da parte del partito di Centro della Politica dell’ultimo secolo, con l’appoggio dei Socialdemocratici o dei conservatori del Partito Nazionalista, ha portato alla nascita del partito dei Veri Finlandesi nel 1995, per molti anni rimasto ai margini della vita politica. Fino alle elezioni del 2011, quando il Partito di Centro ottiene il peggior risultato elettorale dal 1917 e i Veri Finlandesi arrivano terzi con il 19% dei voti. Tra i finlandesi si era diffusa l’opinione che i bailout dei Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) fossero davvero troppo per un paese piccolo come la Finlandia, che veniva punito per aver risparmiato e fatto una politica di bilancio avveduta mentre i paesi dell’area mediterranea avevano effettuato spese eccessive. Jyrki Katainen, leader dei Nazionalisti divenuti il primo partito, dopo un primo tentativo di alleanza con i Veri Finlandesi e i Socialdemocratici, decide di optare per una coalizione larga e inedita. Tutti dentro, compresi Verdi, Sinistra, Partito della Minoranza Svedese e Cristiano-Democratici. Confermata l’alleanza anche con i socialdemocratici. Rimangono fuori solo il Centro e i Veri Finlandesi. Il programma di governo è sintetizzabile in due punti: generosità all’interno e rigore verso l’esterno, in modo da conciliare le due anime della coalizione. Anime che già sono venute in contrasto sulla possibilità, poi rigettata, di introdurre nel Paese una tassa sulle transazioni finanziarie. Le prossime elezioni europee ci diranno se la coalizione destra-sinistra senza centro avrà retto alla prova dei populismi euroscettici dei Veri Finlandesi.

GERMANIA

Sulla locomotiva d’Europa si sono già versati fiumi d’inchiostro, così come sul prender forma dell’ultima Grande Coalizione, la seconda guidata da Angela Merkel. Qui ci limiteremo solo a dire che a far sì che i due maggiori partiti raggiungessero un nuovo e faticoso accordo non è stata l’ascesa dei partiti populisti, pur mediaticamente molto presenti. Ma la sparizione dal Bundestag, per la prima volta dalla Fondazione della Repubblica Federale nel 1949, del Partito Liberale, indispensabile partner di governo per decenni sia dell’Spd che della Cdu. Forse perché i populisti sono molti, piccoli e divisi. Dai neocomunisti della Linke ai neonazisti dell’Npd, fino all’ultimo nato in “Casa Demagogia”, l’Alternativa per la Germania, che chiede l’uscita dall’euro. Sì, anche per la Germania, che secondo molti sedicenti economisti di casa nostra avrebbe tratto solo vantaggi dall’euro. Di certo ha ottenuto una forte crescita economica. Ma crescita che non è priva né di diseguaglianze sia dal punto di vista del reddito individuale (molto diffusi sono i mini-contratti da 400 euro al mese) che della geografia (l’ex Germania Est è ancora nettamente più povera della sua controparte occidentale). Nulla sembra impensierire, al momento, il dominio assoluto di Angela Merkel.

GRECIA

Ed eccoci al paese con le finanze più disastrate dell’Eurozona, costantemente in recessione e dagli ancora immensi problemi economici, con una disoccupazione che ormai ha raggiunto un terzo degli abitanti. Qui, dopo due elezioni a distanza di pochi mesi, a maggio e a giugno del 2012, l’unico governo possibile, contrapposto ai due blocchi della sinistra di Syriza e dell’estrema destra di Alba Dorata, era quello formato dai conservatori di Nuova Democrazia e dai socialisti del Pasok, con l’aggiunta di un piccolo partito di sinistra, Dimar. Con la chiusura tentata della tv di Stato Ert, la maggioranza si è ridotta ai soli due ex rivali di Nuova Democrazia e del Pasok, con soli 153 seggi su 300. Si rischierebbe di essere o riduttivi o prolissi nel descrivere la situazione economica greca e le cause che l’hanno portata al disastro attuale. Ma con la ristrutturazione di parte del suo debito e dopo le draconiane misure d’austerity che hanno sfiancato il paese sin dal 2010, ora non desta più le preoccupazioni di un tempo per la tenuta dell’intera area euro. Pur mantenendo ancora dei focolai di tensione sociale pronti a esplodere.

OLANDA

Paese rigorista come la Finlandia, ma non esattamente tranquillo. Nei primi anni Duemila, decenni di quiete sono stati interrotti da due omicidi politici: prima quello del politico Pim Fortuyn nel 2002 e poi quello del regista Theo Van Gogh nel 2004. Entrambi erano feroci critici dell’Islam e del multiculturalismo olandese, che garantiva, secondo loro, una sostanziale immunità ai predicatori fondamentalisti. E mentre Fortuyn venne ucciso da un ambientalista radicale, Theo Van Gogh venne ucciso brutalmente da un fondamentalista islamico. Questo ha portato a una radicalizzazione del dibattito politico e una conseguente instabilità politica. Ben tre governi guidati dal cristiano-democratico Jan Peter Balkenende sono caduti su questioni inerenti l’Islam: il primo con l’appoggio della lista Pim Fortuyn, durò solo 87 giorni. Il secondo cadde in seguito a una controversia sull’ottenimento della cittadinanza da parte della deputata del partito liberalconservatore Vvd Ayan Hirsi Ali, di origine somala e famosa per essere una voce critica dell’islamizzazione della società europea. Il terzo e ultimo cadde a causa del disaccordo tra cristiano-democratici e laburisti sul ritiro delle truppe olandesi dall’Afghanistan. A margine di queste compagini di governo, una volta cristiano-liberali e una volta cristano-sociali, cresceva un partito che si dichiarava erede di quello di Pim Fortuyn. Anche stavolta, un leader carismatico, liberale (almeno, così si autodefinisce) e che sostiene: «Io non odio i musulmani, io odio l’Islam». Stiamo parlando del Partito della Libertà e del suo segretario Geert Wildes. Nel 2010 diviene sostenitore esterno del governo di minoranza formato da liberali e cristiano-democratici. Ma il governo cadde dopo un anno e mezzo, ad aprile del 2012. Stavolta non c’entrava né l’Islam, né il Corano, né l’Afghanistan: il nuovo nemico di Wilders si chiama austerity europea che «viene a rubare le pensioni dei nostri anziani». E così, dopo nuove elezioni, i liberal-conservatori del nuovo premier Mark Rutte si vedono costretti all’alleanza con il secondo partito, i laburisti di Diederik Samsom. I due, che in campagna elettorale portavano due idee opposte come Hollande e la Merkel, si sono visti costretti a far fronte comune. Due idee diverse di Europa, ma non contro l’Europa.

REPUBBLICA CECA

Dalle ceneri della corruzione, una nuova larga intesa. In Repubblica Ceca, dopo la caduta di due governi di centrodestra per scandali di sesso e di corruzione, il primo guidato da Mirek Topolanek nel 2009, il secondo guidato da Petr Necas nel 2013, il populismo ha avuto gioco molto facile. Già il governo di Necas si era dovuto alleare con un partito chiamato “Politiche Pubbliche” che decideva sulle singole questioni attraverso consultazioni online (vi ricorda qualcuno?). Ma adesso, con il collasso dei partiti di centrodestra, ormai ridotti a un pugno di deputati, un partito populista, guidato dal miliardario Andrei Babis,chiamato “Azione dei Cittadini Insoddisfatti” è diventato secondo partito dietro i Socialdemocratici. Così, dopo diversi mesi, un partito socialdemocratico, arrivato primo, ma con un risultato inferiore alle aspettative, si è alleato con un partito populista guidato da un imprenditore e con un piccolo partito di cristiano-democratici e di centristi. Praticamente, la fotografia delle larghe intese che avevano portato Enrico Letta al potere.

(foto AFP/Getty Images)

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