Gli imballaggi alimentari sono dannosi per la salute?

Rubrica Scienza&Salute

Ogni giorno veniamo a contatto con sostanze nocive contenute negli alimenti, nell’aria, nel fumo e così via, che potenzialmente potrebbero causare danni alla salute. Per quanto riguarda i materiali usati per gli imballaggi degli alimenti, nonostante esista una legislazione – in Italia anche particolarmente restrittiva e in vigore dal 1973 – e organi dedicati alla sorveglianza – come l’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare)  – ci sono ancora aree che necessitano di ulteriori approfondimenti. Una di queste riguarda gli effetti a lungo termine, sulla salute umana, delle sostanze chimiche usate per realizzare gli imballaggi alimentari. Gli scienziati di alcuni dei principali centri di ricerca ambientale hanno sollevato il problema con un lavoro pubblicato su il Journal of Epidemiology and Community Health, del gruppo Bmj, in cui si chiedono se ci sia una correlazione tra questi inquinanti chimici e malattie croniche come diabete, obesità, cancro e disordini neurologici e infiammatori.

«I materiali a contatto con gli alimenti (food contact materials, FCMs), usati per gli imballaggi, la conservazione, o contenuti negli apparecchi usati per la produzione dei cibi – spiegano gli autori del lavoro – molto spesso sono fatti di plastica o materiali sintetici posti a diretto contatto con gli alimenti, come il rivestimento delle lattine, il laminato dei cartoni per le bevande o i tappi usati per la chiusura delle bottiglie. La maggior parte di questi materiali non sono inerti e hanno la caratteristica di poter diffondere all’interno degli alimenti. Questa processo conosciuto come “migrazione” è accelerato da un aumento di temperatura e dipende dal tempo di stoccaggio, dalle proprietà chimiche del FCMs e il prodotto alimentare, nonché dalle caratteristiche fisiche del FCM. Proprio per questo motivo, alcuni, ma non tutti i migranti contenuti nei materiali a contatto con gli alimenti, negli Stati Uniti sono disciplinati come additivi alimentari indiretti. Si tratta infatti di una fonte significativa di contaminazione chimica degli alimenti, anche se giuridicamente non sono considerati tali. La conseguenza è che i consumatori ogni giorno sono esposti a bassi livelli di questi inquinanti per tutta la vita, compresi i periodi più sensibili di sviluppo».

Finora la comunità scientifica ha dedicato poca attenzione questo problema, nonostante i FCMs siano una nuova fonte di esposizione, come in passato è stato il particolato atmosferico derivato dall’inquinamento, poi associato a disturbi cardiaci. La preoccupazione quindi resta. Sia perché alcune sostanze riconosciute come tossiche sono legalmente presenti in questi materiali, in Europa, negli USA e in altri paesi, in particolare in Cina. Sia perché i FMCs contengono anche prodotti chimici molto discussi come il nonilfenolo EDC, il bisfenolo A, il tributilstagno, il triclosan e diversi ftalati, in grado di alterare il sistema endocrino e la produzione ormonale. Infine, i consumatori secondo quanto riportato dal lavoro, sarebbero esposti a più di 4000 sostanze chimiche note, contenute nei materiali per imballaggi, a cui vanno aggiunte un numero imprecisato di sottoprodotti di polimerizzazione e impurità, composti noti come sostanze aggiunte non intenzionalmente (Nias).

Nonostante questo però, secondo Luciano Piergiovanni, professore ordinario di Scienze e Tecnologie Alimentari presso l’Università degli studi di Milano e autore del libro ‪Food packaging: Materiali, tecnologie e soluzioni, non c’è motivo di allarmarsi. Piergiovanni spiega infatti a Linkiesta che si tratta sicuramente di un ottimo lavoro, che poggia su alcuni riferimenti fondati, e che va letto con grande attenzione ma non con preoccupazione. «È un’ipotesi da verificare, un tema di ricerca da sviluppare, ma non un vero e proprio allarme. I materiali di confezionamento a contatto con gli alimenti sono infatti tra i materiali che utilizziamo quotidianamente nella nostra vita, i più controllati e disciplinati.  Le sostanze a cui si fa riferimento, di sintesi o decomposizione, a volte  risultano persino forse meno pericolose di certi altri metaboliti fungini o altri prodotti naturalmente presenti negli alimenti. Ci sono molti settori nei quali le conoscenze sono decisamente più arretrate e gli strumenti di controllo sono meno avanzati di quelli oggi disponibili per il settore del food contact material.

Per quanto riguarda sostanze tossiche come la formaldeide (cancerogena), che gli autori affermano si trovi in basse concentrazioni nelle bottiglie di plastica in polietilene tereftalato, Maria Daria Fumi, ricercatrice presso l’Istituto di Enologia e Ingegneria Agro-Alimentare

Università Cattolica Sacro Cuore, spiega a Linkiesta che prima di tutto vi è una lista di sostanze permesse per la produzione dei materiali a contatto con gli alimenti, che varia a seconda della normativa di riferimento del Paese. Quindi non è detto che una sostanza permessa negli Usa lo sia anche in Italia. Inoltre la normativa del 2011 indica una serie di indagini analitiche che devono essere adottate per controllare che non ci sia migrazione, i livelli di migrazione totale, i possibili migranti totali. «Per le sostanze più tossiche vengono fornite anche una serie di indicazioni sulla migrazione specifica, cioè la quantità massima di migrazione consentita. Le norme insomma ci sono.  In alcuni casi poi l’utilizzo della sostanza può essere consentita in partenza, perché tanto poi durante il processo di polimerizzazione del materiale se ne va o si lega ad altri composti, per cui non è più presente nello stato originale. Dopo però bisogna andare a verificare se questo processo è avvenuto sul serio: si fanno perciò le prove di migrazione in soluzioni simulanti l’alimento, per vedere se la sostanza tossica viene rilasciata e in che quantità».

Oltre le normative e le prove analitiche eseguite per testare la presenza di eventuali sostanze tossiche, va anche sottolineato come ci siano organismi che vigilano costantemente su queste tematiche. Come l’Efsa, che in base alla analisi raccolte da Asl, laboratori nazionali e internazionali, esprime pareri attraverso commissioni di esperti che a lor volta forniscono indicazioni poi tradotte in metodologie di controllo e norme. «Vi è l’esigenza di combinare le conoscenze acquisite in laboratorio con  quelle che si possono ottenere con uno screening epidemiologico fatto su popolazione per conoscere i rischi di esposizione» conclude Piergiovanni. «Questa è la parte più rilevante e importante del lavoro, a mio giudizio. Il settore dei food content materials  è ampiamente sorvegliato, per cui non c’è motivo di allarmarsi. Semmai si tratta di un messaggio rivolto alla comunità scientifica, perché si impegni  nel breve tempo, a esplorare questa area  di ricerca, che deve essere necessariamente approfondita».

In collaborazione con RBS-Ricerca BIomedica e Salute

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