I 95 anni di Lawrence Ferlinghetti

Uno degli autori più rappresentativi della Beat Generation si è spento a 101 anni, lunedì 22 febbraio 2021 per una malattia ai polmoni

Lawrence Ferlinghetti si è spento a 101 anni, lunedì mattina per una malattia ai polmoni. Il poeta ed editore è stato una delle ultime voci della Beat Generation. Riproponiamo un articolo scritto per i suoi 95 anni. 

Nella City Lights di San Francisco c’è una porticina quasi sempre chiusa, in cima a una scaletta di legno non proprio stabile, resa ancora più precaria dalle pile di libri ammassate sui gradini. Chiunque entri nella libreria con un minimo di consapevolezza, per prima cosa alza lo sguardo verso quella porticina. Per la speranza di vederla aperta, forse, oppure soltanto per portare un silenzioso omaggio all’eminenza grigia, all’uomo da cui tutto quanto è cominciato. Al Poeta. Poi, mentre si aggira per gli scaffali, sfogliando, curiosando e passando in rassegna le coste in parata, una volta appurato che la porticina è – come nel 95% delle volte – inesorabilmente chiusa, spera di sentirla gemere e le scalette scricchiolare sotto il peso da nulla dell’uomo leggero che oggi compie novantacinque anni. Senza più un dente in bocca. Lontano dalle prime pubblicazioni, dai processi, da Ginsberg e il suo amore disperato, da Gregory Corso, da Jack che è stato il primo a tacere.

A guardarlo ora, Lawrence Ferlinghetti, sembra fragilissimo. Ma è stato una roccia, un baluardo, uno scoglio su cui andava a infrangersi il mare in tempesta di quella che è passata alla storia – mi si maledica per averlo scritto – come Beat Generation. È forse superfluo ricordare quanto il Poeta abbia fatto per gli scrittori che in quegli anni cercavano un porto franco, così come è superfluo ricordare la sua vita o raccontarla a chi non lo conosce. È superfluo perché a fargli strada ci sono le poesie, le citazioni, le brevi apparizioni pubbliche e le sporadiche apparizioni cinematografiche, c’è quella cosa scritta davanti alla sua libreria. «La poesia è l’ombra gettata dai lampioni della nostra immaginazione». E lui in quell’ombra ha vissuto e vive, con concentrata noncuranza, svagato anonimato e una buona dose di ottimismo indiscutibile, che molti della sua generazione – anzi, un pelo più giovani, perché lui che li ha seppelliti tutti è comunque uno dei più vecchi – non hanno avuto o non hanno saputo sfruttare.

Lawrence Ferlinghetti davanti alla City Lights negli anni cinquanta

Oggi si spreca il ricordo della lungimiranza nel pubblicare Howl quando nessuno voleva sporcarsi le mani, quando nessun altro aveva intenzione di farsi carico di quelle «migliori menti della mia generazione», nell’immagine del Poeta che affronta i giudici e il pubblico dito teso a frugare tra le schifezze dell’anima dei giovani, a scavare nelle frattaglie, per il solo, esile, trascurabile concetto di libertà che forse allora era qualcosa di – oltretutto – poco chiaro e sottovalutato. Non per niente a vederlo con le braccia incrociate davanti agli scaffali di libri banditi da qualche parte negli anni cinquanta, viene da pensare a una guardia di frontiera. Però oltre questo c’è un monaco in ritiro nel Big Sur, capace di cogliere con chiarezza quello che le altre persone hanno visto solo passando lungo la US1. Oltre questo c’è Ferlinghetti il poeta dalla religiosità deviata e difficile da definire, dai cappellacci schiacciati in testa e dalle idee chiare. C’è A Coney Island of the Mind che è ancora una delle opere più significative e importanti della poesia del novecento, e anzi forse una delle poche opere apertamente schierate a difesa di un’idea più che di un concetto.

Basta. Non voglio entrare nella celebrazione, perché in casi come questo è tanto rischioso scivolare nella pubblica lode che dopo il terzo paragrafo sembra quasi naturale. Per cui mi fermo qui e lascio a un video degli anni settanta — del 24 novembre del 1976 a dirla tutta — dove il Poeta sembrava già quello che è oggi, finire i miei vaneggiamenti.