La solitudine dei fondi Ue e il paradosso del cuneo

Verso l’approvazione degli interventi Ue

Crescita dell’occupazione, aumento della competitività delle imprese, rafforzamento del tessuto produttivo, riduzione delle povertà più estreme, rilancio dei consumi interni in due parole: sviluppo e coesione. Stiamo parlando degli obiettivi che il ministro Padoan intende realizzare con la riduzione del cuneo fiscale? Sì, ma anche degli stessi obiettivi che ci si prefigge di raggiungere con i fondi europei come raccomandato dalla Commissione Ue! Così ai tecnici del Tesoro deve essere sembrato l’uovo di colombo rintracciare una decina di miliardi di euro tra i fondi europei non ancora spesi per abbattere l’impatto di tasse ed affini sul costo del lavoro e raggiungere in un sol colpo, e in meno di 5 minuti, ciò che da anni si è cercato di raggiungere con 4 cicli di programmazione, centinaia di tecnostrutture disseminate in mezza Europa, nessuno sa quanti milioni di progetti redatti su mezza foresta amazzonica e quotidiane polemiche sull’italica incapacità ad utilizzare le risorse europee.

E invece no; non si può. A dirlo sono i Regolamenti dell’Ue per i quali i fondi di coesione devono essere utilizzati per finanziare nuovi progetti di sviluppo e non certo misure congiunturali e di aggiustamento di bilancio. In altre parole che nessuno pensi di sostituire, e/o tantomeno mixare, la visione e gli strumenti delle politiche economiche redistributive in voga da un ventennio a Bruxelles, ad esempio, con politiche economiche indirette. Neanche in via occasionale o contingente. Soprattutto attenzione a far intravedere anche solo lontanamente che il meccanismo ascendete/discendente basato sulla dialettica Commissione/Stato membro/Regioni in mano ai tecnici della programmazione dei fondi strutturali possa essere messo in discussione. Il dogma comunitario è che un progetto non vale più di un posto di lavoro ma sicuramente viene prima. 

Eppure l’Italia dal 2002 è sempre stato un paese contribuente netto dell’Unione, fino ad avere un saldo negativo nei trasferimenti di oltre 7 miliardi e mezzo nel solo 2011. Insomma a questa politica economica ci crede, o per lo meno non ha mai più di tanto avuto nulla da ridire. Da qualche anno, però, di fronte ad una coperta sempre più corta, rappresentata dalla scarsità di risorse fresche da investire, almeno qualche dubbio se lo sta ponendo e non solo sulla quota di risorse europee ma anche sulla quota di cofinanziamento nazionale. E già perché si sfiora il paradosso, e si infonde il ragionevole dubbio, che a fronte di una contrazione della risorse targate Ue, che poi è bene ricordare sono risorse degli stessi Stati membri a cui vengono ridate con una trattenuta, si riducono anche gli obblighi di cofinanziamento nazionale. Insomma una sorta di perversione ragionieristica dove nel periodo medio-lungo non sembra guadagnarci nessuno e che finisce per sfiancare anche i contabili più addentro la materia.

Grafico 1 Il ruolo dell’Italia come contributore netto dell’UE, 2002-2013

*Stima

Fonte: elaborazione Centro Documentazione e Studi Anci-Ifel su dati RGS, anni vari

Qualche mal pensante, allora, potrebbe immaginare che quello del Tesoro sia stato più che un tentativo goffo da parte di tecnici ingenui, un avvertimento maldestro rispetto ad una linea di politica di sviluppo che l’Italia intende darsi e che non può prescindere da un’analisi di quanto finora raggiunto con le politiche strutturali europee.  Ciò proprio in un periodo particolarmente delicato della politica di coesione, e cioè a cavallo tra la chiusura del vecchio ciclo di programmazione 2007-2013, che al momento sta restituendo circa 723 mila progetti per oltre 71 mila soggetti coinvolti e una taglia media di 92 mila euro a progetto, e i negoziati per il nuovo ciclo 2014-2020 che di certo non fa sperare in una semplificazione del processo. Non a caso al momento l’Accordo di partenariato prevede 11 obiettivi tematici e non meno di 300 azioni complessive. 

Il tutto impiantato su un’agenda politica nazionale di crescita e sviluppo? Ossia su un documento programmatico di quale Italia vorremmo tra dieci anni? Ma assolutamente no; ed ecco il punto. Il paradosso della riduzione del cuneo fiscale di fronte alla solitudine dei fondi europei è quello di apparire agli occhi dell’Europa come un intervento estemporaneo ed una tantum finalizzato solo a dare copertura finanziaria ad una misura che più che di politica economica appare di politica fiscale tout court. Nel frattempo la programmazione dei fondi Ue segue la sua strada e molto velocemente si sta avviando verso la sua stesura definitiva per la prossima estate. A quel punto, però, si badi bene nulla è fatto e chiuso in maniera definitiva. Basti pensare che nel periodo 2007-2013 abbiamo assistito ad almeno due grosse riprogrammazioni in corso d’opera per svariati miliardi di euro e tante microriprogrammazioni in sede di comitati di sorveglianza. Una macchina che fa e disfà ma sempre nel rispetto dei Regolamenti comunitari e di tutti gli attori che a vario titolo sono coinvolti, perché questi attori sono i veri protagonisti delle politiche di sviluppo nazionale. Posseggono le leve burocratiche delle decisioni tecniche ma soprattutto hanno un loro lessico fondista che gli consente di travalicare i confini delle amministrazioni nazionali e ottenere un placet politico troppo spesso distratto e distaccato.

*Direttore Centro documentazione e studi Comuni Italiani. Le opinioni qui espresse sono personali e prescindono dall’ente di appartenenza dell’autore.