Senza merito non può esserci "la buona scuola"

Senza merito non può esserci “la buona scuola”

Il governo ha presentato il 3 settembre le linee guida che ispireranno l’azione riformatrice nel campo dell’istruzione e che saranno alla base di provvedimenti legislativi e ministeriali nel prossimo futuro. Ad oggi si può quindi solo commentare i buoni propositi contenuti nel documento, in mancanza di qualsiasi testo base finale (decreto o circolare ministeriale).

Innanzitutto, va dato atto a Renzi e al ministro Giannini di non nascondere sotto un profluvio di parole vuote i punti nodali delle loro intenzioni. Sebbene il documento sia piuttosto verboso, il punto decisivo è affrontato da subito e può essere riassunto nella frase “oggi ripartiamo da chi insegna”. Tale filosofia ispiratrice risuona nel resto del testo, e la chiave è assieme la forza e la debolezza delle intenzioni governative.

Ripartire da chi insegna, dunque, ma con quale obiettivo? Varrebbe la pena ricordare anche coloro che vivono la scuola dall’altro lato della cattedra, gli studenti, che in Italia, rispetto agli altri Paesi Ocse, soffrono di un gap di conoscenze – ad eccezione di alcune punte di eccellenza nel Nord Est. Tali lacune sono state solo parzialmente recuperate negli anni in cui si sono succedute un numero impressionante di riforme, tutte imbottite di buone intenzioni. Nel documento manca proprio l’esplicitazione e la presa di coscienza di tale difficoltà, senza la quale l’intenzione di ripartire da maestri e professori non può che assumere i connotati del vecchio modo di gestire le risorse umane nel comparto scolastico: dentro tutti, senza alcuna valutazione delle competenze e dei risultati dell’insegnamento.

A onor del vero va detto che il governo eredita una situazione catastrofica – frutto di incrostazioni di clientelismo e di incapacità di gestione chiare – di cui non è responsabile. Nei lunghi anni fatti di blocchi di turnover, privi di concorsi d’ingresso, la gestione delle risorse umane dell’insegnamento è stato affidato alle tristemente famose graduatorie ad esaurimento (Gae), dove un insieme di precari staziona da lungo tempo, e da dove il governo intende “pescare” per effettuare 150.000 assunzioni da qui al 2019. L’intenzione è quella di esaurire l’intera lista, di conseguenza la scelta non può che essere fatta senza alcuna considerazione per il merito e le competenze di chi si assumerà.

È lo stesso documento a dirci che, a fine 2014, il Gae conterà 140.000 iscritti, di cui solo meno del 10% sono risultati idonei o vincitori dell’ultimo concorso del 2012. A queste assunzioni il governo sembrerebbe voler affiancare (dalla lettura del testo, non chiarissimo a proposito) un nuovo concorso per altre 40.000 unità. Al netto dei problemi di copertura finanziaria, pari a 4 miliardi a regime (come mostra la tabella), è possibile che la stessa procedura non possa essere applicata ai componenti delle Gae? È razionale, equo e efficiente, assumere personale che non ha vinto nessun concorso, e di cui è lecito dubitarne le capacità, in assenza di una valutazione non solo d’ingresso ma anche dell’insegnamento durante gli anni? Non si può prevedere un concorso normale cui i membri del Gae abbiano accesso, magari con qualche punto in più in graduatoria, riconoscendogli così il numero di anni di insegnamento? Oppure un concorso a posti chiusi riservato agli stessi insegnanti nel Gae? Le obiezioni si possono riassumere nell’abusato ritornello “non si può licenziare chi ha donato la sua vita alla scuola”. Eppure, queste posizioni di principio suonano retoriche poiché non c’è modo, ad oggi, di avere una garanzia che questi insegnanti abbiano le capacità e le competenze necessarie per cercare di migliorare i già magri risultati dei nostri istituti.

L’unica ratio che il testo governativo propone per giustificare tale scelta è quella di svecchiare il corpo docente, poiché l’età mediana degli iscritti a Gae è vicina ai 40 anni; età sicuramente inferiore a quella del corpo docente regolare, ma caratteristica che non basta a giustificare la proposta del documento.

Non si può certo negare lo stato disastroso in cui verte il sistema scolastico italiano. Tuttavia la soluzione non può essere sanare il pregresso per poi ripartire, senza che il merito e le capacità siano attentamente valutate: sarebbe un salto illogico, che nasconde la volontà politica di non scontentare nessuno. Chi governa deve sapere che i trade-off sono all’ordine del giorno. Si potranno forse accontentare i precari storici, ma in assenza di qualità d’insegnamento a soffrirne saranno sempre i soliti: gli studenti, che non votano, ma dovrebbero in ogni caso essere la priorità di ogni nuova proposta per una buona scuola.