L’Italia torna in Iraq, aiuterà a sconfiggere l’Isis

L’Italia torna in Iraq, aiuterà a sconfiggere l’Isis

Non solo Afghanistan. Anche l’Iraq in questi mesi è tornato nell’agenda dell’esercito italiano. I nostri militari hanno lasciato il Paese nel 2006, ma l’evolversi del conflitto con l’Isis, e la parola data agli alleati di un coinvolgimento maggiore, costringono le nostre Forze Armate a tornare sul campo. Il capo di Stato Maggiore della Difesa Luigi Binelli Mantelli aveva dichiarato il 18 ottobre che l’attivazione di una base addestrativa in Iraq probabilmente avverrà «tra novembre e dicembre. Il campo di addestramento potrà essere gestito con un paio di centinaia di persone».

La nuova base italiana verrà quasi sicuramente posizionata a Erbil (la capitale del Kurdistan iracheno), in supporto alle milizie curde. A confermarlo oggi è il presidente della Commissione Difesa del Senato, Nicola Latorre (Pd): «I tempi sono piuttosto rapidi, gli uomini si stanno già preparando per la missione. Credo che il tutto possa avvenire nelle prime due settimane di novembre. Quello che è ancora in discussione è il luogo esatto dove verranno stanziati gli addestratori, ma molto probabilmente sarà Erbil. La coalizione non ha ancora deciso con sicurezza i dettagli: una volta deciso il posto, ci vorrà circa una settimana per diventare operativi». Sono state smentite le voci che parlavano di un ritorno a Nassiriya, dove il 12 novembre del 2003 persero la vita 19 italiani.

Sentito da Linkiesta, il vice-ministro degli Esteri Lapo Pistelli spiegava così il rinnovato impegno dell’Italia: «L’iniziativa italiana di fornire alle autorità irachene del materiale militare destinato alla Guardia Nazionale curda (i cosiddetti peshmerga) si colloca nel contesto della risposta europea e internazionale alla catastrofe umanitaria in Iraq, in coordinamento con i partners europei e i paesi alleati, a cominciare dagli Stati Uniti. L’Italia ha deciso di cedere a titolo gratuito armi automatiche e varie tipologie di munizionamento. Da alcune settimane i voli predisposti dall’aeronautica militare giungono a Baghdad, dove le competenti autorità irachene autorizzano il successivo trasporto a Erbil».

Negli ultimi tre mesi, l’impegno italiano in Iraq nella lotta contro l’Isis al fianco dei peshmerga curdi è aumentato in maniera graduale. Ad agosto era limitato ad aiuti umanitari e alimentari; da settembre sono iniziate le forniture di armi e munizioni, e il prossimo passo potrebbe essere quello più importante, essendo previsto l’invio di circa 200 addestratori e 80 consiglieri militari con funzioni di addestramento e intelligence. Inoltre, un aereo cisterna Kc 767 per rifornimento in volo è già presente in Kuwait, e ha effettuato ieri la sua seconda missione di sostegno ai jet della coalizione nei raid  in Iraq. A svolgere missioni di osservazione e sorveglianza saranno invece due droni tipo Predator (sì, ce li abbiamo anche noi). Il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha annunciato queste misure durante un’audizione davanti alle commissioni congiunte Esteri e Difesa il 16 ottobre, aggiungendo che alti ufficiali curdi sono in arrivo in Italia per essere addestrati all’utilizzo delle armi fornite. Finché si tratta di operazioni di rifornimento e di addestramento, il governo ha tutte le carte in regola per procedere senza passare dal Parlamento, ha confermato il senatore Latorre: «Stiamo mandando un certo numero di addestratori e stiamo mettendo a disposizioni i nostri aerei di rifornimento in volo. Valuteremo qualsiasi altra iniziativa che non implichi una partecipazione attiva al conflitto, perché in quel caso bisognerebbe assolutamente passare dal Parlamento. Per ora ci stiamo muovendo nell’orbita del voto fatto dalle commissioni Difesa e Esteri il 20 agosto. Finché si tratta di addestramento e consegna di armi il governo ha tutti i poteri per agire senza chiedere il voto, ma io credo che la cosa possa evolversi, e in quel caso andremo in aula. Se ci sarà l’intenzione di una partecipazione diretta al conflitto, è chiaro che bisognerà andare in Parlamento».

Nella relazione il ministro Pinotti annunciava anche la cessione di 24 mezzi blindati “Centauro” alla Giordania, in prima linea contro lo Stato Islamico, e specificava la provenienza delle armi fornite ai curdi: «In futuro vogliamo consegnare altre munizioni dello stock sovietico confiscato nel ’94, perché i curdi sono particolarmente pratici di quel tipo di armamenti». Il ministro si riferisce a un enorme stock di armi conservato a Guardia del Moro (base militare e arsenale nell’arcipelago della Maddalena) proveniente da una nave-cargo partita dalla Russia e diretta in Bosnia, sequestrata nel 1994 dalla capitaneria di porto di Otranto durante un’operazione anti-traffico di armi.

Non è la prima volta che un governo italiano attinge da questo vero e proprio arsenale. Il giornale La Nuova Sardegna, che nel 2011 aveva condotto un’inchiesta sul caso, riferisce che «Da Santo Stefano, nel maggio del 2011, partirono cinque container zeppi di armi – missili terra aria, fucili mitragliatori Kalashnikov, missili filoguidati Fagot e razzi controcarro Rpg – che, dopo essere stati imbarcati su un traghetto passeggeri della Tirrenia (con a bordo 872 persone) approdarono a Civitavecchia e quindi a Bengasi, per rifornire di armi gli insorti anti Gheddafi del Cnt, il consiglio nazionale di transizione libico». (La Nuova Sardegna). In seguito a quell’operazione, vari vertici dell’esercito italiano vennero iscritti al registro degli indagati, ma l’apposizione del segreto di Stato mise fine alla questione.

I problemi intorno all’arsenale vengono dal fatto che, nel 2006, la magistratura di Torino ne aveva ordinato la distruzione, e che queste armi non solo non sono mai state distrutte, ma addirittura mantenute e  tenute in buona conservazione. Per i rifornimenti ai curdi l’ostacolo è stato aggirato da un provvedimento che assicura il carico al patrimonio disponibile dello Stato italiano, che lo utilizzerà nell’ambito della sicurezza nazionale. L’ha confermato a Linkiesta il senatore Latorre: «È stato fatto un provvedimento che rendeva fruibili quelle armi, perché, altrimenti, non potevano essere utilizzate».

Ma superato un ostacolo se ne presenta un altro. Ad essere in discussione, in questi giorni, è l’efficacia della trafila per la consegna delle armi ai peshmerga, che da mesi accusano le “competenti” autorità irachene di ostacolare i trasferimenti. Se è vero che la comune minaccia dell’Isis mette arabi e curdi dallo stesso lato della barricata, non bisogna dimenticare che le due etnie hanno da sempre rapporti a dir poco complicati, e una storia di odio reciproco non si cancella dall’oggi al domani. Tra arabi e curdi non scorre buon sangue, e questo reportage del Los Angeles Times conferma la difficoltà nei rapporti tra Erbil e Baghdad: «Per otto anni non abbiamo ricevuto un dinar o un proiettile dall’esercito iracheno» ha dichiarato il generale di brigata Hazhar Ismail, direttore del ministero delle relazioni e della coordinazione «Solo dopo la situazione attuale hanno iniziato a mandarci risorse e solo dietro una grande pressione dei Paesi stranieri». Persino ora, dicono i curdi, il governo centrale sta facendo ostruzionismo, mantenendo uno stretto controllo sullo spazio aereo curdo e selezionando quali voli sono autorizzati ad atterrare.

«Recentemente, la Germania ha cercato di mandare un aereo trasporto a Erbil per caricare 32 ufficiali peshmerga per addestramento su missili anti-tank, ma il governo centrale ha rifiutato il permesso per una settimana» dice Il Gen. Jabbar Yawar Manda, segretario generale del Ministero degli Affari peshmerga del governo regionale del Kurdistan «Quando gli alleati hanno iniziato a mandare rifornimenti ai curdi, i voli arrivavano direttamente a Erbil. Ma questa situazione è durata solo una settimana, prima che il governo richiedesse agli aerei di passare prima dalla dogana di Baghdad». I peshmerga hanno chiesto alle nazioni alleate di pressare il governo iracheno per facilitare i rifornimenti, ma fino adesso senza risultato”. (Los Angeles Times)

La regione del Kurdistan, inoltre, accusa Baghdad di trattenere per sé parte delle armi e delle munizioni. Se alle rivalità etniche aggiungiamo l’alto tasso di corruzione nel governo iracheno, questa denuncia non sembra poi così assurda. Il senatore Latorre conferma la situazione: «Le armi inviate e da inviare passano sempre dalle autorità irachene, e poi girate ai peshmerga. Non c’è modo per far arrivare le armi direttamente in Kurdistan, era uno dei requisiti dell’accordo».