Le ragioni degli altri: dove ha sbagliato Safran Foer

Le ragioni degli altri: dove ha sbagliato Safran Foer

Non è una guerra. Questo è l’assunto da cui dovremmo partire. Nel mondo vengono consumati più di trecento milioni di chili di carne ogni anno, in Italia vengono allevati oltre duecento milioni di polli per scopi commerciali, negli Stati Uniti circa tre miliardi. Ogni cittadino americano consuma centoventi chili di carne l’anno, circa il quadruplo di quanto si possano permettere gli abitanti dei Paesi in via di sviluppo. L’Italia sta più o meno a metà strada. Circa quattro milioni di cittadini italiani si dichiarano vegetariani o vegani, il 7,1 percento della popolazione, in crescita. In Germania i vegetariani sono sette milioni e in India rappresentano il 30 percento della popolazione — per motivi religiosi, precisano le stime e sembra importante scriverlo. Ma questa non è una guerra e nemmeno una gara, anche se c’è chi prova ad arrivare primo.

Ci sono stati tempi bui e non ne siamo completamente usciti. Molti, negli anni passati, hanno deciso di abbracciare il vegetarianesimo per motivi morali o per protesta nei confronti delle condizioni disumane in cui vertevano gli allevamenti industriali. Polli col becco tagliato per evitare che si facessero del male, relegati a pochi centimetri l’uno dall’altro, maiali costretti a una vita miserabile tra infezioni e malattie virali diffuse dalle proprie feci e le tonnare, che non hanno nemmeno bisogno di essere descritte. Le cose stanno cambiando, non proprio velocemente ma non si può più dire che il mondo sia rimasto insensibile al grido di scandalo. Alla nascita del suo primo figlio, Jonathan Safran Foer ha preso la sua decisione definitiva e l’ha suggellata con la pubblicazione del saggio Se niente importa (Guanda, 2009, tradotto da Irene Abigail Piccinini). «È molto diverso nutrire un bambino rispetto a nutrire se stessi — ha dichiarato nel corso di un’intervista con Ross Simonini —, io potrei pranzare a sole patatine fritte, ma non vorrei mai lo stesso per mio figlio. Per lui voglio che il cibo sia migliore di quello che ho mangiato io in passato. Gli effetti ambientali sono brutali: per le comunità, per la salute, per gli animali. Penso che questo sia molto più importante per me in questo momento che quanto lo sia stato per mio padre».

La colpa di Pollan è evidente: continuare a considerare gli animali come una fonte di cibo

Foer è uno scrittore che amo e un uomo dalle convinzioni ferree. I suoi libri sono frutto di ricerche personali, di scoperte familiari, di piccole odissee all’inseguimento della comprensione della propria esistenza. Ogni cosa è illuminata (Guanda, 2002) è un viaggio alle origini della famiglia, mentre il suo secondo romanzo, Molto forte, incredibilmente vicino (Guanda, 2005), ambientato a cavallo dell’11 settembre, è un racconto emotivo, delicato e straziante, la testimonianza di quanto a fondo possa addentrarsi la scrittura nelle viscere della tragedia, uscendone limpida e pacata. Moderata e struggente. Se niente importa non fa eccezione: nasce da una scelta e dalla necessità di condividere questa scelta. Ma in qualche modo, abbandonando la narrativa e addentrandosi nella saggistica, assumendo un tono cattedratico più che divulgativo, finisce per perdere di vista i sentimenti e avventurarsi in quella giungla di ambiguità che è la ricerca del bene assoluto.

Quando si prende una posizione, bisognerebbe sempre assicurarsi di tenere conto delle ragioni degli altri. Paradossalmente non c’è niente di più difficile. Una volta colto il senso delle proprie riflessioni comincia a diventare faticoso staccarsi da esse per guardarle dalla distanza e si finisce sempre per scambiare le convinzioni per dogmi e le discussioni per conflitti. Tra gli eroi del libro di Foer compare Aaron Gross — accanto a vegetariani convinti come Kafka e Derrida, tra gli altri — un teologo vegano che da un decennio è impegnato nello studio di quelli che definisce come “macelli modello”, dove si pratichi l’uccisione del bestiame secondo rigide regole di umanità. Stranamente però, tra i nemici della causa si trova Michael Pollan, giornalista e attivista, autore del saggio Il dilemma dell’onnivoro (Adelphi, 2013, tradotto da Luigi Civalleri), una delle voci più influenti e critiche riguardo le condizioni di allevamento degli animali da macello, uova e latte. La colpa di Pollan, secondo Foer, è evidente: continuare a considerare gli animali come una fonte di cibo e aver criticato in più occasioni i guru vegetariani di scarsa coerenza. E a questo punto si spezza la magia e affiora il giudizio.

Foer è brutale quanto armonioso nell’esporre le sue tesi, le fa scivolare via con naturalezza e decisione. Verso la fine del libro a chiunque verrebbe la tentazione di imbracciare le armi e intraprendere la crociata vegetariana. È un gioco a incastri: brani colmi di dati, racconti che farebbero accapponare la pelle di un macellaio e figure che non lasciano molto spazio all’immaginazione. «Svegliare una persona che sta dormendo, anche profondamente, è possibile. Non c’è rumore abbastanza forte da svegliare chi finge di dormire», scrive l’autore. Ma è altrettanto vero che si può fingere di dormire da entrambi lati della barricata, per non vederne i limiti.

A un certo punto del libro spunta una figura sintomatica: Frank Reese, un allevatore di tacchini giudizioso e attento al benessere del proprio bestiame, sia in vita che in punto di morte. Foer ne diventa amico e intraprende un ricco elogio del “ tacchino originario ” (heritage nella versione inglese), qualcosa a metà strada tra i tacchini selvatici e i mostri quadripettuti d’allevamento industriale. Nell’idea di Reese questo genere di tacchini dovrebbero riavvicinare le abitudini alimentari americane alle proprie origini e piano piano soppiantare i prodotti dell’accanimento culinario. Una posizione assolutamente condivisibile e che se fosse stata il punto focale del libro avrebbe potuto giustificare affermazioni ben più trancianti. Però la tesi di Foer, benché si dichiari un assoluto sostenitore dell’etica di chi la pensa come Reese, è netta nei confronti di chi consuma carne e non soltanto di chi ne consuma non prestando attenzione alla provenienza. Come si può sostenere un’impresa se si finisce per condannarne il prodotto?

«Amo il sushi, amo il pollo fritto, amo le bistecche. Ma il mio amore ha un limite»

Al nodo della faccenda, questo è il problema più grande del movimento vegetariano e vegano sviluppatosi nell’ultimo decennio: la difficoltà nello stabilire una priorità certa. Se la causa scatenante e sacrosanta sono le condizioni di allevamento, queste bisogna combattere. Puntare il dito contro la natura umana di animali onnivori non ha alcun senso, ed è qui che la tesi di Foer, deviata probabilmente dalla foga delle convinzioni, va a schiantarsi. «Amo il sushi, amo il pollo fritto, amo le bistecche. Ma il mio amore ha un limite», scrive e non potrebbe cadere in contraddizione peggiore. Se parliamo di posizioni individuali, ognuno è libero di condurre la propria protesta come crede. C’è chi smette di mangiare carne, chi non cucina più niente che non sia morto di morte naturale e chi opera un’accurata selezione e si informa sulla provenienza dei prodotti. L’attenzione all’equilibrio alimentare ha radici antiche, gli stessi principi del kosher da cui prende il titolo italiano il libro di Foer, si basano sul concetto di “economia del dolore”, che prevede di mangiare una quantità di carne tale da provocare meno dolore possibile negli altri animali. Ma se il vegetarianesimo deve diventare il metro di giudizio per separare i “buoni” dai “cattivi”, chi fa parte del problema e chi della soluzione, non si può che opporsi fermamente.

Una delle ragioni che portano i vegetariani più convinti — Foer non fa eccezione, dall’uscita del libro ha sfruttato l’esempio più di una volta — a far bandiera delle proprie tesi è la presenza dei molari nel corredo dentario dell’uomo. Servono a masticare a lungo e sono la prova di una predisposizione a una dieta vegetale. Chi sfodera questa storia di solito si dimentica dell’esistenza dei canini e degli incisivi, predisposti invece a strappare e dilaniare — magari non a uccidere, ma per questo l’evoluzione ci ha dotato di altri mezzi ben più efficaci. Se non fossimo predisposti a mangiare carne, né a Foer né a nessun altro potrebbe piacere il sushi, il pollo fritto e tantomeno le bistecche. Questo non vuole naturalmente dire che un individuo non sia libero di decidere di nutrirsi solo di vegetali, carne o radici di zenzero, però è sintomatico di quanto spesso le posizioni nette si possano trasformare in visioni miopi e possano distrarre dal problema reale. Oltre che cambiare un buon libro in una falsa bandiera. Cercare di indurre l’umanità intera a convertirsi al vegetarianesimo non è soltanto futile, ma può rivelarsi dannoso. Combattere una battaglia morale, con qualsiasi mezzo si ritenga necessario, per migliorare le condizioni di produzione e quindi la qualità dei cibi è senz’altro la cosa giusta da fare.

Nel corso del 2013 molti abitanti di Brooklyn hanno deciso di cominciare ad allevare i polli nei cortili e sui tetti della città. In altre parti degli Stati Uniti c’è chi ha deciso di fare lo stesso con capre, conigli e cavalli. In Italia, dove una certa sensibilità era già garantita dalla tradizione, si sono moltiplicate le imprese locali, si è diffusa la passione per il chilometro zero e l’indicazione di provenienza sui prodotti per molti è diventata il discrimine fondamentale. Le decisioni di pochi hanno influenzato i gusti di tanti e sono destinate a cambiare l’abitudine di ancora più persone. Nel 2008, all’uscita di Se niente importa, si sollevava il problema del non poter allevare un numero sufficiente di polli a terra per soddisfare la richiesta di mercato. Ora sembra che si possa contare su una ricchezza molto maggiore di risorse, grazie alla partecipazione spontanea e attiva degli allevatori.

Foer è scivolato sull’ideologia, facendo l’errore comune di cercare di trasformarla in certezza, però non sempre ha predicato male. Chi ha preso il suo libro come il mandato per muovere guerra aperta alla carne, sta sbagliando tutto. «È faticoso anche solo pensare all’impatto che l’uomo ha sull’ambiente e sugli altri organismi. Ci sono le banane, i jeans, il latte di soia, la carta usata per stampare le riviste su cui scrivo, gli schermi dei computer da cui probabilmente state leggendo. Diventare vegani basterebbe davvero a risolvere tutto questo?» si chiedeva Elizabeth Kolbert sul New Yorker qualche anno fa. Ognuno è libero di fare come crede, ma diventare tutti vegani non basterebbe a risolvere i problemi dell’umanità. Non più che scegliere la frutta che ha fatto meno strada per arrivare al supermercato, oppure lasciar perdere del tutto il supermercato e coglierla direttamente dagli alberi. È una questione di scelte, tanto le nostre quanto quelle degli altri.

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