Viva la FifaThe Old Firm is back

The Old Firm is back

«C’è questo tizio, a letto, un cattolico. Tifoso del Celtic. Sta morendo. La famiglia gli chiede quale sia il suo ultimo desiderio. E lui dice di voler diventare un proddy, un protestante. I suoi restano sorpresi, ma lo accontentano. Chiamano il prete, che arriva e lo converte al protestantesimo. E lo trasforma in un tifoso dei Rangers. La famiglia è ancora sotto choc e gli chiede perché lo ha fatto. E lui: perché se muoio, ci sarò un bastardo in meno di cui preoccuparsi».

«Ciao ciao, noi siamo i Billy Boys/
Il sangue dei Fenian ci arriva alle ginocchia/
Arrenditi o morirai!».

Sarà meglio che vi prepariate, se avete intenzione di fare un giro in Scozia. O se avete in programma di vedere l’Old Firm, il derby di Scozia, che si torna a giocare dopo 3 anni di assenza per il fallimento dei Rangers, in semifinale di coppa di Lega. Una buona idea può essere quella di guardare questo documentario, da cui è tratto l’episodio del morente che si fa convertire. Perché se capitate a Glasgow, ci sono due cose che non potete sbagliare a dire. La prima: il calcio non è una religione. La seconda è ancora più difficile: per la metà dei suoi abitanti, la risposta alla domanda “Tu, da che parte stai?” sarà comunque sbagliata. Se per nessun tifoso il pallone è molto di più, in Scozia la rivalità tra Celtic e Rangers è una frattura, sulla quale ballano da decenni divisioni religiose, politiche, culturali.

Uno scontro tra Lee Naylor e Chris Burke, in un Old Firm del 2006 (Glenn Campbell/Afp)

Se sei un Gers, ovvero dei Rangers, tifi per una squadra dal retroterra protestante. Fai parte della maggioranza unionista scozzese, da cui discendono i colori sociali del club, bianco e azzurro (il Light Blue). Se sei del Celtic, molto probabilmente hai tra i tuoi avi un irlandese. E sei cattolico. Non lo erano gli inglesi, che nel Medioevo approdarono in Irlanda e ne presero il controllo, riducendo gli irlandesi in una condizione di semi schiavitù e privandoli sotto Cromwell di qualunque diritto. Gli autoctoni, diventati cattolici un secolo prima grazie a San Patrizio, si riorganizzarono contro gli inglesi protestanti, arrivando fino alla battaglia sul fiume Boyne del 1690. In realtà, lo scontro era di più ampia portata e si inseriva nella grande Guerra dei Nove anni tra le casate Borbone e Asburgo. Ma per l’Irlanda, fu tutt’altro. I cattolici avevano riconquistato quasi tutta l’isola, ad eccezione delle contee settentrionali, ancora in mano agli inglesi.

I protestanti vinsero la battaglia e preso il controllo dell’Ulster, ovvero l’insieme delle contee del nord dentro le quali è inserita l’Irlanda del Nord. Sì, siano andati molto indietro nel tempo, scomodando persino la casata del Re Sole. Ma basta vedere le profonde divisioni che spaccano l’Irlanda del Nord, per capire cosa divide a loro volta Rangers e Celtic: unionisti fedeli alla corona britannica contro repubblicani irlandesi, protestanti contro cattolici. Una rivalità portata in Scozia e germinata a metà Ottocento, quando molti irlandesi fiaccati dalle guerre contro gli inglesi e dalle carestie emigrarono verso il nord dell’isola britannica.

All’inizio della “convivenza”, il problema a Glasgow non era religioso. Gli irlandesi erano considerati ladri, accattoni, poveri e sudici. Ma la divisione, in questo senso, è sopravvissuta: la buona borghesia è Gers, il popolino è biancoverde. Il colore del Celtic, che richiama quelli della bandiera irlandese (così come il trifoglio nel simbolo), venne scelto da Fratello Walfrid, frate che fondò il club nella chiesa di St Mary, a Glasgow, nel 1887. Ma questo non bastava a giustificare la divisione religiosa. La questione si fa più aspra dopo l’indipendenza dell’Irlanda nel 1921, con la nascita dell’Irish Republican Army. Lo scontro diventa insieme politico e religioso. Le due tifoserie si rinfacciano la fede a una Chiesa o a un Regina, oltre che le azioni turpi dei Black and Tans (il gruppo paramilitare inglese creato per sedare la Easter Rising irlandese del 1916) da una parte e dell’Ira dall’altra.

Mo Johnson, cattolico che nel 1989 finì a giocare nei Rangers (Getty)

La poesia di quel calcio dal colore seppiato datato 1967, quando il piccolo Celtic battè la grande Inter nella finale di Coppa Campioni a Lisbona, si è dissolta da tempo. La divisione, negli anni, è divenuta totale. Anche nei territori in cui è divisa Glasgow: da una parte Gallowgate, zona cattolica e a maggioranza di tifosi del Celtic; dall’altra Bridgeton, protestante e biancoblu. E da qui ai legami con il mondo hooligan, il passo è breve. Tra i Rangers, famosa è diventata la Inter City Firm, nata con lo stesso nome di quella del West Ham ed alleata con il Chelsea e con Linfield, squadra protestante di Belfast. Per i rivali del Celtic, i rapporti del nemico con la frangia violenta del pallone sono una naturale evoluzione per quelli che da sempre definiscono The Huns, gli unni, per i loro modi rudi. Ma anche loro non si sono sottratti, tra gli anni Settanta e Ottanta. Nulla li ha fermati, nemmeno l’episodio passato alla storia come “Il disastro di Ibrox”. Il 2 gennaio del 1971, a un minuto dal termine, il Celtic passò in vantaggio contro i Rangers. I tifosi di casa cominciarono a lasciare delusi l’Ibrox Stadium quando, richiamati dal gol del pareggio, rientrarono verso il campo. Si creò una calca spaventosa sulla scalinata 13, fino a che parte della struttura non cedette: morirono in 66.

L’elemento discriminatorio religioso resta sullo sfondo di quello che viene definito Old Firm, “vecchia società, inteso in maniera dispregiativa: le due squadre, con 54 titoli nazionali per i Rangers e 45 per il Celtic, è come formassero una azienda che si spartisce il potere calcistico scozzese. Ma che non ama dividersi i giocatori. Il caso più clamoroso resta quello di Mo Johnston, giocatore cattolico con un passato nel Celtic che nel 1989/90 passò ai Rangers. Sia a lui che al tecnico Graham Souness arrivarono minacce di morte. Negli anni Novanta, giocatori italiani e cattolici come Rino Gattuso e Lorenzo Amoruso hanno vestito la maglia dei Light Blue, senza grossi problemi. Qualcosa in più ha rischiato il portiere biancoverde Artur Boruc nel 2006. Boruc, polacco e cattolico, prima del match si avvicinò alla porta sotto al settore dei Gers. Come prima di ogni fischio d’inizio, si fece il segno della croce. Da quel momento, divenne The Holie Goalie: dispregiativo per i Rangers, ma non per i rivali.

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Di dispregiativo, c’è l’atteggiamento dei biancoverdi negli ultimi tre anni. Nel 2012, i Rangers sono falliti e retrocessi in terza divisione. Come ultima umiliazione, la sconfitta nell’ultimo derby per 3-0. Era l’Old Firm numero 399. Lo scorso novembre, il sorteggio ha rimesso insieme le due squadre per la semifinale di Coppa di Lega scozzese. Ma per i tifosi del Celtic, sarà il derby numero uno, perché l’attuale club nemico è una nuova società, che ha rilevato quella fallita nel 2012.

Sarà interessante capire cosa rappresenterà il match, questa volta, nella lunga frattura tra i due club. Poco prima del fallimento, in molti erano concordi sul fatto che l’Old Firm, stava spostando il proprio baricentro dalla rivalità religiosa a quella per l’identità nazionale. Scozzesi-irlandesi da una parte, scozzesi unionisti dall’altra. «La carestia è finita, tornate a casa», è diventato uno slogan molto popolare tra i Gers, che tra i propri tifosi hanno ospitato diversi membri dell’English Defence League, il movimento politico di destra nato negli stadi inglesi contro la diffusione dell’islam (e dell’estremismo islamico) in Inghilterra. Di certo c’è che la Scozia, da quando l’Old Firm non si gioca più in campionato, ci ha perso 120 milioni di sterline di giro d’affari all’anno.

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