Nove titoli più uno dal Tribeca Film Festival

Nove titoli più uno dal Tribeca Film Festival

Aggirandosi per il Tribeca Film Festival , tra le première e le proiezioni stampa, i Tribeca Talk affollati e quelli a cui non ci sono più di una decina di persone, gli incontri fugaci nelle hall dei cinema e quelli defaticanti dopo che l’ultimo film è finito, non si può fare a meno di pensare al concetto di cinema indipendente. Indie, per noi amici. E di quanto il Tribeca, assieme a qualche altro festival un tempo per appassionati come il Sundance e il South by Southwest , siano diventati l’anima di un’industria in seria e irrefrenabile evoluzione. Cercando di decidere quale preferire tra i centotrentacinque film presentati a questa edizione, che comprendono documentari, narrativa internazionale, due proiezioni speciali e ai quali bisogna aggiungere i corti e le serie, ci si rende conto della prospettiva ribaltata di un movimento fino a qualche decina di anni fa considerato più o meno “alternativo”. Qui si fa il futuro del cinema e basta l’affluenza di pubblico a dimostrarlo.

Indie è un termine che si può accostare a qualsiasi forma d’arte e che comprende talmente tante sfaccettature e cambi di colore da essere diventato praticamente universale, ma continua ad ammantare di una luce particolare le pellicole che ricadono sotto la sua definizione. Stessa luce sbiadita, varietà ampia, centinaia di titoli: abbastanza elementi per operare una selezione. Trovandomi qui e avendo un po’ di tempo a disposizione — le pellicole presentate al Tribeca, con poche eccezioni, non sbarcheranno in Italia prima di qualche mese — ho pensato di mettere assieme qualche consiglio di visione preventivo, una mini-guida ai titoli all’orizzonte, per non perdersi nel marasma indie e indiscriminato.

Live from New York!
Documentario di Bao Nguyen

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Si celebrano due avvenimenti quest’anno al Tribeca: i venticinque anni dall’uscita di Quei bravi ragazzi e i quarant’anni del Saturday Night Live. Live from New York! Ha aperto il festival ed è un racconto commosso e commuovente di una comicità che non c’è quasi più e che ha fatto la storia della televisione americana, incidendo profondamente in quella internazionale. Il Saturday Night Live è un’istituzione newyorchese e una fucina di talenti, ha i suoi alti e bassi ma ha il merito di essere sempre presente, nel bene e nel male.

Drunk, Stoned, Brilliant, Dead
Documentario di Douglas Tirola

La storia della rivista National Lampoon, ne scrivevamo qui e anche un po’ qui .

Men go to Battle
di Zachary Treitz

Sul New Yorker Richard Brody definisce Men Go to Battle una lezione di storia. Sicuramente ci va molto vicino. L’ambientazione è quella della guerra di secessione e tentativi ne sono stati fatti, in quel senso, alcuni migliori, altri molto peggiori. A me ha ricordato, in qualche modo, Il petroliere — capolavoro con Daniel Day-Lewis — per i paesaggi ruvidi e i personaggi, letteralmente, sporchi di grasso, sudore e terriccio che ospita. È la storia di due fratelli, in sostanza, e della loro terra da coltivare nel Kentucky rurale. (Qui trovate una clip).

Maggie
di Henry Hobson

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Sì, è un film con gli zombi. Sì, c’è un attore piuttosto vecchio e un’attrice adolescente. Sì, è la storia di un burbero che si prende cura di una ragazzina e alla fine tanto burbero non è. Sì, il vecchio è Arnold Schwarzenegger. Però oltre questa serie di “sì” che deviano lo spettatore verso la banalità del caso, Maggie è un bel film. Se non altro è un bel film di debutto. Ed è in grado di entrare abbastanza in profondità sotto la pelle delle relazioni interpersonali, che l’apocalisse zombi non rimane che come contesto, il pretesto per isolare due persone e vedere come va a finire.

Sleeping with Other People
di Leslye Headland

Che ci posso fare? A me piacciono le commedie romantiche, banali e ripetitive. Mi mettono allegria e in pace col mondo. Se c’è una cosa in cui Allison Brie sta bene, è una commedia romantica all’antica, di quelle dove ci si chiede: “Ma uomini e donne, possono essere amici?”. Davvero non c’è altro.

Man Up
di Ben Palmer

La cosa strana è che, per caso, ho visto questo film subito dopo un altro diretto e interpretato da Lake Bell e d’un tratto mi è tornata in mente dopo moltissimo tempo che non pensavo a lei: è tremendamente brava. Oltretutto si adatta perfettamente a quel genere di commedie sulla difficoltà di lasciarsi veramente coinvolgere da una relazione sentimentale che ultimamente sembra ossessionare gli scrittori americani. Poi c’è Simon Pegg e il quadro completo è delizioso, all’inglese.

When I Live my Life Over Again
di Robert Edwards

Christopher Walken interpreta un crooner ossessionato dalla sua musica, Amber Heard fa la parte della figlia separata da diversi strati di incomprensione generazionale. Lei va a trovare lui negli Hamptons e uno dei due fa uno sforzo per sopportare l’altro. La costruzione dei personaggi e le interpretazioni giustificano alla grande la sensazione di trama già sentita.

Bare
di Natalia Leite

Quando ho parlato con Natalia Leite della Web series che ha ideato e diretto assieme a Alexandra Roxo — qui in veste di produttore esecutivo—, Bare era in post-produzione. La storia è quella di una vita in uno stato di semi-isolamento all’interno di un puntolino di case in mezzo al deserto del Nevada, infranta e quindi mandata in mille pezzi dallo sviluppo di una relazione divisa in parti uguali tra sesso, droga e tutte le distrazioni che il nulla geografico può concedere. Leite ha fatto un lavoro stupendo e toccante, a tratti morboso nella scelta dell’ambientazione che finisce per diventare alienante per lo spettatore quanto lo è per i protagonisti. Probabilmente, ragionando sul cinema indipendente, Bare è uno dei prototipi più calzanti.

Stung
di Benni Diez

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Se esiste un metodo per prendere tutti gli horror sulle mutazioni degli anni Ottanta, portarli avanti di un passo e ridargli un minimo di dignità, Diez lo ha saputo usare. Zanzare di un metro e mezzo, e dovrebbe bastare.

NOTA: Nel momento in cui scrivo, uno dei film più celebrati del festival è Far from Men, pellicola francese interpretata da Viggo Mortensen e diretta da David Oelhoffen. Il contesto è quello dell’Algeria degli anni cinquanta e della guerra di indipendenza, in particolare. Però non ho ancora avuto modo di vederlo, le premesse sono promettenti.

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