Tortura, 87 disegni di legge e nessun reato

Tortura, 87 disegni di legge e nessun reato

Ora non ci sono più dubbi: il blitz della polizia alla scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova, «deve essere qualificato come tortura». A stabilirlo è stata la Corte europea dei diritti umani che ha accolto il ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, 62enne all’epoca del pestaggio, che gli costò fratture a braccia, gambe e costole, tanto che il referto dei medici genovesi sottolineò «l’indebolimento permanente dell’organo della prensione e della deambulazione». A distanza di 14 anni da quelle violenze, la Corte ha stabilito che lo Stato italiano dovrà risarcire Cestaro con 45mila euro per danni morali. Ma nella sentenza c’è anche altro. I giudici di Strasburgo hanno condannato l’Italia non solo per quanto commesso nei confronti del manifestante, ma anche perché nella legislazione del nostro Paese manca il reato di tortura. Un grave vulnus, se si considera che la stessa Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali prevede, all’articolo 3, che «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti». Esattamente quanto capitato alla scuola Diaz.

Trent’anni di vuoto
Ed ecco che allora si riaccendono i fari, inevitabilmente, sulla mancanza nell’ordinamento penale italiano del reato di tortura. Un vuoto che grida vendetta. Non fosse altro che la Convenzione delle Nazioni unite a riguardo risale al 1984 ed è stata ratificata dal nostro Paese quattro anni dopo, nel 1988. Fa niente se all’articolo 2 della Convenzione si legga che «ogni Stato parte adotta misure legislative, amministrative, giudiziarie e altre misure efficaci per impedire che atti di tortura siano commessi in qualsiasi territorio sottoposto alla sua giurisdizione». Fa niente, ancora, se sono passati ormai quasi trent’anni da quell’atto senza che nulla sia assolutamente cambiato: il reato di tortura continua a essere un miraggio. A fare il punto sul ritardo del nostro Paese, d’altronde, è stato poco tempo fa lo stesso Centro studi della Camera che annovera, in un dossier, tutti gli atti internazionali – oltre a quello Onu – che si sono occupati della questione. Tutti trattati che stabiliscono, nero su bianco, un punto: nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti inumani. Tra gli altri, parliamo della Convenzione di Ginevra del 1949 sul trattamento dei prigionieri di guerra, della già ricordata Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950 (ratificata nel 1955), della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966 (ratificata dal nostro Paese nel 1977), della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 2000. E l’Italia?

Negligenza e corporativismo contro l’introduzione del reato
Per capire cosa si sia fatto nel frattempo in Italia, basti scorrere la marea di leggi presentate negli ultimi anni e nelle ultime legislature. Tutte, manco a dirlo, puntualmente bloccate. Il primo tentativo risale addirittura al 1989. Da allora, secondo quanto risulta consultando la banca dati del Senato, sono stati presentati 87 disegni di legge. Ma, per la stragrande maggioranza di questi, l’esame non è mai nemmeno cominciato. E ancora: molti ddl sono stati soltanto annunciati, alcuni si sono arenati in commissione, altri approvati solo in prima battuta a Montecitorio o a Palazzo Madama per poi morire in silenzio. Sui motivi di tale ostruzionismo Patrizio Gonnella, presidente di “Antigone”, una delle associazioni più attive per l’introduzione del reato di tortura, ha le idee chiare. «Questa è una domanda che ci facciamo tutti», dice. «È possibile attribuire, a mio modo di vedere, tale stallo a più responsabilità: per tanto tempo c’è innanzitutto stata una forte pressione, a volte esplicita a volte implicita, delle corporazioni delle forze dell’ordine». Spesso, continua Gonnella, «si è mal interpretato lo spirito stesso della legge ed è passata l’idea, infondata, che si volesse criminalizzare la polizia, cosa ovviamente falsa». Negli ultimi anni, però, a detta del presidente di “Antigone”, il corporativismo ha lasciato posto alla negligenza politica: «Non c’è stata una sola forza politica che ha fatto della questione una battaglia propria e sentita. Spesso, poi, nel dibattito parlamentare, la discussione è stata frenata da politici vicini alle forze dell’ordine o alla magistratura. È capitato ultimamente anche con Di Pietro che con l’Idv ha bocciato anche la proposta d’inchiesta parlamentare sui fatti di Genova e sulla Diaz». Ed è capitato, andando a ritroso, «anche con i Ds». Il riferimento è al 2006, anno in cui si è arrivati ad un passo dall’approvazione del reato di tortura: la Camera approvò in prima lettura un ddl ma al Senato, proprio per le reticenze di alcuni parlamentari Ds, la già risicata maggioranza non aveva i numeri per l’approvazione e la norma, alla fine, naufragò. Nel corso degli anni, dunque, si è creato «un circolo vizioso per il quale le forze politiche hanno fatto cose che nemmeno le corporazioni delle forze di polizia chiedevano più».

Finalmente una legge. Monca 
Ora, però, pare che siamo vicini a una reale introduzione del reato di tortura. Peccato però che, come spesso accade, non è tutto oro quello che luccica. A cominciare dai tempi. Il disegno di legge in questione è stato presentato dal senatore Felice Casson (Pd) il 2 aprile 2013, per poi essere annunciato in seduta il giorno dopo. Da allora è passato quasi un anno prima che si arrivasse ad una sua approvazione a Palazzo Madama (5 marzo 2014). Dopodiché altro stand-by: per circa un anno del ddl non si è saputo praticamente nulla. E così solo dopo un altro anno ancora, il 23 marzo di quest’anno, è stato annunciato l’inizio dei lavori in aula a Montecitorio. Ma non è finita qui. Accanto alla tempistica, come sottolineato ieri anche da Amnesty International, altri dubbi nascono entrando nel merito del testo che, infatti, «presenta delle incongruenze con quanto prescritto dalla Convenzione Onu». A cominciare dal fatto che il ddl introduce sì il reato di tortura ma lo fa restare un reato comune (imputabile dunque a tutti e non ai soli pubblici ufficiali): ogni cittadino, dunque, potrebbe rischiare una condanna per tortura che andrà dai 4 ai 10 anni. E le forze dell’ordine? Per loro pene ridotte se confrontate con quelle di altri Paesi d’Europa: si andrà dai 5 ai 12 anni, mentre in altri Paesi come il Regno Unito si può rischiare anche l’ergastolo. Finita qui? Certo che no. Rispetto alla prima versione è stato anche cancellato un passaggio dell’articolo 5 che avrebbe previsto l’istituzione di un fondo per le vittime di tortura. Come dire: davanti alla spending review, non c’è diritto che tenga.

Il reato c’è ma non (per ora) non si vede
In effetti, conclude Patrizio Gonnella, «l’optimum sarebbe stato tradurre l’articolo della Convenzione dell’84 dall’inglese all’italiano. Tre minuti di lavoro ed era perfetto». Le associazioni, però, sono convinte che, nonostante tutto, bisogna andare avanti con il testo in discussione, anche perché «il rischio è che se cercassimo la perfezione, daremmo argomenti a chi vuole invece frenare tutto. Oggi è essenziale approvare il miglior testo possibile. Se per ora il miglior testo è questo, va ugualmente bene purché si avvicini alla Convenzione Onu e purché consenta ai giudici di sanzionare comportamenti come quelli della Diaz». Già, perché quello della scuola genovese non è l’unico caso, sebbene il più emblematico. Basti pensare al poco conosciuto caso del carcere di Asti dove, ugualmente, è pendente un ricorso a Strasburgo per le violenze (documentate) dei poliziotti penitenziari sui detenuti. Nessuno dei pubblici ufficiali è stato però condannato. Nelle motivazioni della sentenza il giudice spiega chiaramente le ragioni dell’assoluzione: semplicemente perché il reato di tortura in Italia non esiste. Ancora per poco, si spera.