Cameron avrà anche stravinto, ma perde milioni di voti

Cameron avrà anche stravinto, ma perde milioni di voti

A leggere i commenti italiani sul voto espresso dagli inglese viene da domandarsi – per paradosso – se gli elettori contino ancora qualcosa in una democrazia oppure l’unico dato che conta nella valutazione del comportamento e delle scelte del corpo elettorale sia la distribuzione degli eletti.

Quest’ultima in Gran Bretagna dipende straordinariamente dal sistema maggioritario a turno unico con collegi uninomimali. Cameron e i conservatori hanno vinto contro i pronostici della vigilia conquistando la maggioranza assoluta: su questo non ci piove, ma una più corretta e meditata analisi dell’andamento dei voti espressi dagli elettori del Regno Unito porta a una riflessione complessiva assai differente rispetto ai giudizi tranchant espressi a urne appena chiuse.

Molti commentatori, ad esempio, nel celebrare la vittoria dei Conservatori si sono dimenticati di ricordare che negli ultimi cinque anni il Regno Unito è stato governato da una coalizione tra i Tory di Cameron e il Liberal Democratici di Nick Clegg che nelle elezioni politiche del 2013 avevano ottenuto un successo largo e inequivocabile: 17.534.585 voti (59.1%).

Nel 2015 la coalizione di governo – che è apparsa degli occhi del Mondo vincitrice delle elezioni grazie ai 330 seggi conquistati dai Conservatori – in realtà subisce un pesante arretramento e si ferma a 13.716.193 voti (44.7%) perdendo ben 3.818.392 di voti in cinque anni (- 14.4%), nonostante il numero di votanti sia cresciuto da 29.653.638 (2010) a 30.698.810 (2015) grazie a una affluenza in crescita: 66.1% (2015), 65,1% (2010) e 61.4% (2005).

È vero che i Conservatori crescono, ma in misura di gran lunga inferiore al clamore determinato dalla (imprevista dai sondaggi) conquista della maggioranza assoluta: 593.658 voti per un misero + 0,5 in percentuale.

Il giovane leader laburista si è già dimesso, riconoscendo la sconfitta politica, ma l’esito delle urne è stato tutt’altro che catastrofico

Tutto il prezzo viene pagato dai Liberal Democratici, letteralmente spazzati via sia dal Parlamento (8 seggi contro i 57 uscenti) sia dalle urne (2.415.888 voti nel 2015 pari al 7.9% contro i 6.827.938 consensi del 2010 pari al 23.0%).

In buona sostanza, l’emorragia di voti in uscita dai LibDem (oltre 4,4 milioni di voti) è stata solo parzialmente intercettata dagli alleati di governo e anche dal principale partito dell’opposizione, i laburisti guidati da Ed Milliband.

Il giovane leader laburista si è già dimesso, riconoscendo la sconfitta politica, anche se l’esito delle urne è stato tutt’altro che catastrofico, come si vorrebbe far credere dall’Italia per rafforzare la tesi di una sinistra vecchio stampo sempre perdente.

Infatti, rispetto al 2010, il Labour cresce sia in termini di voti (9.347.326 nel 2015 contro 8.606.517 con un incremento di circa 700 mila consensi) sia in percentuale (30,4% contro 29.0%), mentre risulta penalizzato nella distribuzione dei seggi (-26) a causa dell’esplosione del Partito nazionalista scozzese, in una delle tradizionali roccaforti “rosse”, che quasi triplica i suoi consensi e passa dai 6 seggi del 2010 ai 56 del 2015.

In Scozia i laburisti eleggono un solo deputato con 707.147 voti (24.3%), dimezzando i consensi rispetto al 2010: 1.035.128 voti (42.0%) e ben 41 seggi. Pare già di ascoltare l’obiezione di alcuni: “Ma con Blair, era tutta un’altra musica. Quella sì era una sinistra capace di allargare i confini e vincere”. Innegabile che Blair abbia vinto e governato dal 1997 al 2007.

In termini di voti validi, infatti, la differenza tra Miliband e Blair è minima: 9.552.436 nel 2005 contro 9.347.326 nel 2015

Il confronto, però, tra l’ultima vittoria di Blair e dei laburisti nelle elezioni del 2005 e i risultati del Labour di Ed Milliband dieci anni dopo è meno impietoso di quello che potrebbe apparire fermandosi ai seggi ottenuti: 355 contro gli odierni 232 (258 nel 2010).

In termini di voti validi, infatti, la differenza è minima: 9.552.436 nel 2005 contro 9.347.326 nel 2015, ovvero solamente circa 200.000 consensi di differenza a favore di Blair che generarono però, rispetto ad oggi, la bellezza di 123 seggi in più; mentre in termini percentuali il calo è più netto: dal 35,2% del 2005 al 30,4% del 2015.

L’onore delle armi deve essere, infine, onestamente dato anche a Nick Farage, leader dell’UKIP, il partito euroscettico inglese, che sebbene sia riuscito a conquistare un solo seggio, ha quadruplicato i suoi consensi passando dai 917.832 voti del 2010 (3.1%) ai 3.881.064 del 2015 (12.6%): in termini sia assoluti sia percentuali tutt’altro, dunque, che una sconfitta epocale e un flop dei nemici dell’Europa.

Discorso analogo vale anche per i verdi: 1.156.643 voti (3.8% e 1 seggio) nel 2015 contro i 285.616 consensi delle precedenti elezioni (1% e 1 seggio).

In definitiva, quindi, ancora una volta – si perdoni la forzatura – è stato il sistema elettorale inglese a determinare vinti e vincitori delle elezioni, con una deformazione della reale rappresentatività del corpo elettorale assai significativa.

Dare quindi dall’Italia pagelle e ancor più tranciare giudizi affrettati e “viziati” dal prodotto finale generato dal sistema uninominale di collegio a turno unico, è quindi un errore da evitare con grande cura, anche per mantenere un minimo di oggettività e rispetto della realtà, con buona pace dei trombettieri e dei propagandisti di turno.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta