Caso Aldo Moro, il patto segreto tra Dc e Brigate Rosse

Caso Aldo Moro, il patto segreto tra Dc e Brigate Rosse

Non sono stati sufficienti cinque indagini giudiziarie e quattro processi; una nuova commissione parlamentare di inchiesta è al lavoro a 37 anni di distanza da quegli avvenimenti che, comunque la si pensi, rappresentano uno spartiacque nella storia repubblicana e uno dei più gravi episodi di violenza politica perpetrati nel Vecchio continente nel secondo dopoguerra: sul caso Moro non siamo ancora arrivati a una verità storica condivisa, se mai ci si riuscirà. Sono agli atti – e’ vero – le sentenze dei processi, ma i dubbi e le contraddizioni su una molteplicità di vicende rimangono evidenti anche ad una lettura attenta e scevra da pregiudizi. Il libro-inchiesta Complici-Il patto segreto tra DC e BR (Chiarelettere, pp.298, euro 14,90) recentemente pubblicato da Stefania Limiti (che ha indagato a lungo sui misteri d’Italia nei suoi precedenti lavoro L’anello della Repubblica e Doppio livello) e Sandro Provvisionato (autore insieme a Ferdinando Imposimato del volume sempre sul caso Moro Doveva Morire) accompagna il lettore tra le domande irrisolte del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro e della sua scorta, cercando di contestualizzare i fatti e scegliendo di non accontentarsi di mezze verità e di risposte troppo spesso insufficienti. “I nodi attorno a cui si sono aggrovigliati i fili di una ricostruzione posticcia e malferma – scrivono gli autori – sono essenzialmente i seguenti: chi c’era in via Fani e chi sparò, dov’erano la o le prigioni di Moro; la presenza del fantomatico «quarto uomo» tra i carcerieri; chi uccise materialmente l’ostaggio; e infine la partita delle «carte» scritte da Moro durante i cinquantacinque giorni e delle registrazioni dei suoi «interrogatori»”.

Protetta dalla Caritas di don Luigi Di Liegro, amica di Cossiga e del brigatista Morucci, consultata dai Nar e dai Nap, dai peggiori criminali comuni e da Oscar Luigi Scalfaro

Stefania Limiti e Sandro Provvisionato si spingono fino a ipotizzare l’esistenza di «una indicibile trattativa tra Brigate Rosse e Stato di cui nessuno ha mai avuto voglia di parlare», che avrebbe riguardato non tanto la salvezza del prigioniero Aldo Moro – tentativo, questo, delegato ad ambienti vicini al Vaticano – quanto le carte e bobine delle dichiarazioni rilasciate dal Presidente della Dc durante i 55 giorni del sequestro: originali mai ritrovati al pari delle audiocassette. Tra i protagonisti di questo tentativo di chiudere la partita dopo la morte di Moro, gli autori indicano la figura di Chiara Barillà, nome secolare di suor Teresilla, presentata in un sintetico ritratto sulla stampa come “protetta dalla Caritas di don Luigi Di Liegro, amica di Cossiga e del brigatista Morucci, consultata dai Nar e dai Nap, dai peggiori criminali comuni e da Oscar Luigi Scalfaro; capace di scrivere a Pannella una formidabile lettera sulla Madonna e di convincere Toni Negri a collaborare alla rivista del suo ordine, consacrato al carisma della riparazione. Una specie di Santa Caterina da Siena degli anni di piombo”.

Sullo sfondo di tutto il caso Moro (prima, durante e dopo i 55 giorni) aleggia il ruolo ambiguo e in molte occasioni depistante svolto dai servizi segreti ufficiali e da quelli deviati, per non parlare della presenza sul teatro degli avvenimenti di quelli stranieri, un intreccio che certamente non ha aiutato e non aiuta la magistratura, le commissioni parlamentari e gli stessi storici a rimettere tutti i tasselli di questa intricata vicenda al loro giusto posto. A cominciare dalla scena del crimine, dove parrebbero agire a supporto del commando brigatista uomini armati estranei all’organizzazione – circostanza sempre negata da Moretti e compagni. Un particolare – a giudizio degli autori – merita di essere approfondito perché potrebbe portare lontano o meglio – clamorosamente – molto vicino allo Stato: a Gladio, la cui esistenza é stato uno dei segreti più lungamente conservati in primo luogo dagli esponenti del principale partito di governo fino ai primi anni ’90 del secolo scorso, la Dc. A via Fani, infatti, le perizie tecnico-balistiche segnalano la presenza di ben 31 bossoli che si distinguono dagli altri per il colore (la vernice sigillante non è verde chiaro, ma verde-blu) e per di più non riportano sul fondo – come d’obbligo – la data di fabbricazione.

Sono gli stessi periti a specificare che, quindi, i 31 bossoli non fanno parte di quelli normalmente destinati «alle forniture standard dell’esercito, della marina e della aeronautica», ma a a eserciti non convenzionali. Nel 1978 non si aveva contezza della presenza sul territorio nazionale di simili organizzazioni. Anni dopo, però, nel 1990 fu resa pubblica l’esistenza di Gladio e comunque viene spontanea una semplice domanda a cui urge dare una risposta credibile e convincente per fugare ogni dubbio: come fecero le Brigate Rosse a venire in possesso di questi proiettili ? Si aggiunga, poi, che tutte le perizie compiute in epoche diverse, convergono su di un’altra per così dire anomalia: dei 93 colpi sparati in via Fani dagli aggressori, oltre la metà (da 48 a 50) furono esplosi da una sola arma, da un’unica persona che nelle dichiarazioni rese agli investigatori dai testimoni è descritta come un soggetto che si muove come un killer professionista: un identikit che mal si concilia con la scarsa preparazione militare dei brigatisti, più volte ribadita dagli stessi protagonisti.

Sono gli stessi periti a specificare che, quindi, i 31 bossoli non fanno parte di quelli normalmente destinati «alle forniture standard dell’esercito, della marina e della aeronautica»

Infine, resta – tra gli altri risvolti ancora poco chiari – da decifrare la figura del brigatista (infiltrato?) Alessio Casimirri – condannato all’ergastolo per l’agguato di via Fani soltanto nel processo Moro ter, mai arrestato e che oggi gestisce tranquillamente un ristorante in Nicaragua – per trovare finalmente un riscontro sulla circostanza resa nota nell’aprile del 1998 dal quotidiano “L’Unita”. Infatti, dopo un fermo casuale del Casimirri, l’allora maggiore dei carabinieri (poi generale) Francesco Delfino – secondo la ricostruzione del giornale – si sarebbe reso conto che si trattava di un brigatista (irregolare in quel periodo):” [Delfino] viene a sapere della preparazione di un sequestro non comune, quello del Presidente della Dc, e allora lo passa al Sismi. Il Sismi avrebbe fatto fare a Casimirri l’operazione, lo avrebbe avuto come infiltrato, avrebbe saputo tutto quello che voleva sapere su via Fani e sulla prigione di Moro e poi lo avrebbe fatto fuggire all’estero”. Sarebbe sufficiente avere la prova inconfutabile di questa sola infiltrazione per avere – forse – più conferme e certezze di quelle prodotte fino ad oggi dalle migliaia e migliaia di pagine di interrogatori, deposizioni, sentenze e atti delle commissioni parlamentari.

Federico Fornaro è senatore del Partito Democratico e membro della commissione parlamentare su Aldo Moro

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