Cile, la Copa America nello stadio che è stato un campo di concentramento

Cile, la Copa America nello stadio che è stato un campo di concentramento

L’unico a non stringere la mano al Generale fu Carlos Humberto Caszely. Il Cile era in partenza, direzione Germania, per disputare la sua quinta coppa del Mondo di calcio, anno domini 1974. Il generale Pinochet aveva preso il potere da meno di un anno – 11 settembre 1973 – defenestrando Allende, facendo tabula rasa dell’opposizione, sequestrando e torturando i non allineati. La mano del generale non meritava quella di Caszely, anche perché quel Cile, proprio a causa del generale, si era qualificato per i Mondiali in maniera grottesca, surreale, contro un avversario “fantasma”. L’Unione Sovietica aveva boicottato il match di ritorno nella sessione di spareggio contro la Roja, perché come sede di quella partita era stato scelto un luogo decisamente poco neutro, politicamente parlando, l’Estadio Nacional de Chile, a Santiago.

Oggi quello stadio, ristrutturato, è protagonista della Coppa America di calcio (11 giugno -4 luglio), teatro di ben sei partite, tra cui la finale, obiettivo dichiarato della selección di Arturo Vidal. Ma ai tempi del Generale, all’anagrafe Augusto José Ramón Pinochet Ugarte, per quasi due mesi, dal 12 settembre fino al 9 novembre, divenne una sorta di campo di concentramento, in cui isolare, picchiare, torturare i detenuti politici. L’Estadio Nacional esercitò quella funzione per poco tempo, proprio perché, malgrado le proteste dei sovietici, e dopo una burocratica e farisaica ispezione da parte della Fifa, che controllò le condizioni del prato e si bendò gli occhi davanti alle prigioni politiche, si decise di giocare lì la partita di spareggio. O, meglio, si sarebbe dovuta giocare una partita di calcio, perché quello che andò in scena fu uno spettacolo beckettiano, con il Cile che segnò a porta vuota, senza avversari.

Dopo lo zero a zero dell’andata quell’unico gol – non fantasma, ma contro dei fantasmi – bastò a qualificare la Roja. L’imperturbabile Fifa, del resto, aveva sentenziato che i cileni dovessero scuotere la rete almeno una volta, perché la qualificazione avesse il crisma della regolarità. Per fortuna, grazie alla battaglia di pochi, instancabili, prigionieri, la memoria dello stadio adibito a carcere è rimasta cosa viva, nel Cile democratico. Oggi all’Estadio Nacional c’è un settore fatto di panchine e gradini di legno, davanti al quale non ci sono cartelloni pubblicitari, ma solo una ringhiera. È l’ingresso numero otto. In alto compare una scritta: “Un popolo senza memoria è un Paese senza futuro”. E c’è un piccolo, in termini di spazio, ma grande, sul piano simbolico, museo, in ricordo dei 20.000 prigionieri politici rinchiusi nel campo.

Perché proprio l’ingresso numero otto? Wally Kunstmann, presidente dell’associazione che raggruppa le vittime di quella violenza politica – la Corporación Estadio Nacional Memoria Nacional Ex prisioneros políticos – ha spiegato al País che quella era l’entrata preferita dai detenuti, perché lì potevano vedere, o credevano di vedere, i familiari che si accalcavano all’esterno per fare dei segnali. Allargavano le braccia, con la speranza di ricevere una risposta che testimoniasse la permanenza in vita dei loro parenti. Le pareti sono state ridipinte almeno quattro volte, ma le tracce delle iniziali dei reclusi, e i segni sul muro, con cui venivano contati i giorni, per non perdere la nozione del tempo, non sono stati cancellati del tutto.

L’entrata 8 era l’entrata preferita dai detenuti, perché lì potevano vedere, o credevano di vedere, i familiari che si accalcavano all’esterno per fare dei segnali. Allargavano le braccia, con la speranza di ricevere una risposta che testimoniasse la permanenza in vita dei loro parenti

Anche se le torture peggiori, come ricorda la Kunstmann, prigioniera in seguito ad una delazione, venivano fatte al Velodromo, lo stadio è rimasto un luogo centrale nella narrativa della dittatura. Secondo i dati ufficiali, quarantuno persone furono uccise in quelle otto settimane. Una quindicina di anni fa un ex funzionario cileno, Roberto Saldias, disse che nello stadio erano state eseguite alcune condanne a morte.

Adesso la vecchia struttura, costruita addirittura nel 1938, è stata rimessa a nuovo per la Coppa America, ma l’ingresso numero otto – a differenza del famigerato Settore Z dell’Heysel di Bruxelles, demolito assieme al resto dello stadio – è stato mantenuto così com’era. Solo una riverniciatura, in modo da rendere ancora più visibile la sua presenza. Il memoriale, che contiene le foto delle vittime della dittatura, sopravvissuti, morti, torturati, è stato inaugurato nel marzo del 2014, quindi nell’era del centrodestra di Sebastián Piñera. Anzi, la Kunstmann, che ha più volte denunciato il disinteresse delle autorità, come se a Santiago si volesse stipulare un pacto del olvido simile a quello siglato nella Spagna post-franchista, ha sottolineato il maggiore impegno del governo conservatore rispetto a quelli della Concertación, che pure tendevano a sinistra.

Lo stadio era frequentato soprattutto da uomini, ma nello stadio-prigione c’erano anche tante donne. Purtroppo sono rimasti pochi registri a testimoniare quello che accadde e solo due fotografie ritraggono le prigioniere (“nessuno sapeva che ci fosse un settore per loro”, dice la Kunstmann). C’erano trecento persone assiepate in uno degli spogliatoi, in uno spazio impossibile, in cui si faticava a trovare un angolo per dormire, ed ogni apertura della porta poteva essere una chiamata per l’inferno, un viaggio verso le stanze degli interrogatori, marcati dai classici trattamenti della tortura, come le scosse elettriche e le bruciature di sigarette.

L’associazione tra stadio e regime, però, si è affievolita nel corso del tempo. Nel 1987, al crepuscolo della dittatura, Papa Giovanni Paolo II celebrò una messa nella struttura, evocando le sofferenze di cui era stata teatro. Un anno dopo, lo stadio fu una delle stazioni elettorali in cui si votò il referendum che pose fine all’era Pinochet, e nel 1990 la folla si radunò proprio lì per salutare il primo presidente del nuovo Cile, Patricio Aylwin. Ma soprattutto, cinque anni prima, più di 80.000 persone avevano affollato l’Estadio Nacional intonando cori contro il Generale. Era l’addio al calcio di un loro idolo, Carlos Humberto Caszely.

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