Ancora ostacoli per l’eterologa, le coppie italiane costrette all’esilio

Ancora ostacoli per l’eterologa, le coppie italiane costrette all’esilio

A inizio luglio, un anno e tre mesi dopo la sentenza della Consulta sull’incostituzionalità della legge 40, il ministero della Salute ha approvato le linee guida sul funzionamento della fecondazione eterologa nel nostro Paese. Con un divieto di non poco conto (oltre a quelli che già si conoscevano, come il divieto di accesso per le coppie omosessuali): «Al fine di evitare illegittime selezioni eugenetiche», non si possono scegliere «particolari caratteristiche fenotipiche del donatore» di seme. Che significa: non si può scegliere un donatore o una donatrice mora anziché bionda. Cosa che in molti Paesi, dalla Svizzera alla Spagna, invece è permesso, potendo individuare i donatori compatibili con le caratteristiche fenotipiche dei genitori. E non per avere un figlio più bello, ma per far sì che l’aspetto del donatore, e quindi anche quello del figlio futuro, non sia troppo lontano da quello del padre e delle madre. In parole povere: se i genitori sono biondi, si eviterà un donatore pakistano con i capelli neri.

«La formulazione delle linee guida è piuttosto ambigua», dice Annalisa Scanu, psicologa e psicoterapeuta coordinatrice del gruppo di ricerca e intervento sulla procreazione medicalmente assistita dell’Aippi (Associazione italiana di psicoterapia psicoanalitica dell’infanzia, adolescenza e famiglia). «Cosa significa? Che non si possono scegliere colore di occhi e capelli, altezza, quoziente intellettivo o curriculum vitae del donatore? Oppure che verrà fatto un abbinamento casuale, a prescindere dal fenotipo, gruppo etnico, peso, taglia ecc.?».

(Clicca qui per leggere l’intero documento)

Nei centri spagnoli, ai quali negli ultimi dieci anni di divieto di fecondazione eterologa imposto dalla legge 40 del 2004 si sono rivolti molti italiani, non è prevista la scelta del fenotipo. Ma i donatori sono abbinati ai riceventi in base al fenotipo. La stessa cosa accade nelle cliniche svizzere. L’abbinamento, d’altronde, era stato proposto anche nel documento della conferenza delle Regioni del 4 settembre 2014. «Non è possibile per i pazienti scegliere particolari caratteristiche fenotipiche del donatore, al fine di evitare illegittime selezioni eugenetiche», si legge. «In considerazione del fatto che la fecondazione eterologa si pone per la coppia come un progetto riproduttivo di genitorialità per mezzo dell’ottenimento di una gravidanza, il centro deve ragionevolmente assicurare la compatibilità delle principali caratteristiche fenotipiche del donatore con quelle della coppia ricevente».

Non si tratta di eugenetica, ma di evitare una “roulette” che sembra avere la funzione di far demordere una quota di aspiranti genitori e rischia di creare disparità di trattamento tra chi potrà permettersi l’eterologa all’estero e chi dovrà rivolgersi ai centri italiani

«Non si tratta dunque di eugenetica», dice Annalisa Scanu, «ma di evitare una “roulette” che sembra avere la funzione di far demordere una certa quota di aspiranti genitori e rischia di creare una disparità di trattamento tra chi potrà permettersi l’eterologa all’estero e chi dovrà rivolgersi ai centri italiani». Proprio come è accaduto dal 2004 in poi, con 4mila famiglie all’anno in partenza per “esilio procreativo”, di cui la metà per accedere all’eterologa.

«A livello di relazione tra genitori e bambino», spiega la psicoterapeuta, «possiamo pensare come l’abbinamento in base al fenotipo possa da un lato facilitare l’inclusione nella famiglia e forse anche la “protezione” rispetto alla “curiosità” del mondo esterno; dall’altro possa facilitare la negazione da parte dei genitori dell’esperienza dell’eterologa, relegando i vissuti relativi alla sterilità in un limbo di oblio, capace però di avere effetti infausti e imprevedibili sulla relazione genitore-bambino». Con conseguenze psicologiche anche sul futuro bambino. «Lo svelamento, la comunicazione al bambino non devono essere imposti dallo sconcerto della diversità esteriore, ma essere favoriti e sostenuti attraverso il sostegno psicologico, divenuto una routine nell’ambito dell’adozione, ma lasciato alla volontà e talvolta alla disperazione del singolo e della coppia nel caso della procreazione medicalmente assistita».

 https://www.youtube.com/embed/uY5Cj5zWRYM/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

I genitori che accedono alla procreazione medicalmente assistita sono a rischio di ansia e depressione, soffrono di crolli dell’autostima, sentimenti di impotenza e perdita del controllo. Disturbi che possono ripetersi anche dopo la nascita del bambino. «Alcune donne hanno percepito e vissuto per anni il loro corpo come incapace di dare vita, di creare e portare avanti una gravidanza», racconta Annalisa Scanu. «Abbiamo osservato come molte donne con cui abbiamo lavorato avessero una necessità costante di fare visite mediche ed ecografie a cadenza settimanale, per assicurarsi che il bambino fosse vivo. Altre desiderano partorire anzitempo, non riuscendo più a tollerare l’attesa e l’incertezza». 

Le linee guida del 2008, emanate dall’allora ministro della Salute Livia Turco negli ultimi giorni della legislatura, prevedevano già un supporto psicologico per le coppie che si affacciavano alla pma. E la stessa cosa fanno le nuove linee guida del ministro Beatrice Lorenzin.  «Vediamo come sulla carta ci sia una grande attenzione e sensibilità a questi temi, ma nei fatti questa offerta sia pressoché inesistente», commenta Scanu. «La carenza di risorse economiche e la ridotta presenza di psicologi nei centri pubblici conduce spesso a una mancata risposta alle richieste di consulenza e sostegno psicologico degli utenti. L’intervento psicologico non è una routine, ma quando c’è, è riservato solo a situazioni di estrema urgenza e disagio».

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter