Rimborsi elettorali, per i partiti il vero affare è nelle Regioni

candidarsi conviene

Taglio dei finanziamenti pubblici ai partiti e massima trasparenza su quelli privati che, in vista di ogni campagna elettorale, riempiono le casse delle varie forze politiche che scendono in campo. Questi i due importanti impegni assunti dalla politica tutta, sin dall’inizio dell’attuale legislatura, soprattutto per sedare il vento della cosiddetta “antipolitica”. Tanto che, nonostante ritardi e rinvii, alla fine è stato il governo guidato da Enrico Letta a partorire, prima di lasciare il posto a Matteo Renzi, una legge che prevede, appunto, il taglio dei rimborsi pubblici e la rendicontazione, precisa e puntuale, dei bilanci. 

Nel Lazio il Partito Democratico ha speso poco più di 282 mila euro. Ma, dal 2013 al 2016, ne incasserà non il doppio, bensì quattro volte tanto, arrivando a prendere un milione 122 mila euro

Peccato però che ad oggi, sia sul fronte dei costi della politica, sia su quello della trasparenza, siamo ancora in alto mare. Come Linkiesta ha già documentato, d’altronde, prima che si possano vedere reali tagli al finanziamento pubblico ai partiti, bisognerà di fatto aspettare la prossima legislatura (clamoroso il caso del Partito Democratico che ha speso alle politiche del 2013 poco più di dieci milioni e, dal 2013 e al 2016, ne intascherà più del doppio). Ma ciò che accade sul palcoscenico nazionale, avviene anche a livello regionale. E, se si vuole, in versione amplificata. Dal Lazio alla Lombardia, infatti, i partiti riceveranno cifre decisamente più alte di quanto speso. Facendo registrare in alcuni casi aumenti percentuali, tra quanto speso e quanto riceveranno in contributi pubblici, anche di oltre il duemila per cento.

Lazio: se un partito prende il 1.500% di quanto spende

Sembra surreale. Eppure è esattamente quello che emerge da una relazione della Corte dei Conti, pubblicata in questi giorni e consegnata ai presidenti dei consigli regionali di Lazio, Lombardia e Molise, sui «consuntivi delle spese e dei finanziamenti delle formazioni politiche presenti alla campagna elettorale del 24 e 25 febbraio 2013». Come molti ricorderanno, infatti, in quella data, contemporaneamente alle elezioni politiche, in Lazio, Lombardia e Molise si votava anche per il rinnovo del consiglio regionale. Ebbene, dalla relazione dei magistrati contabili, emergono dati a dir poco eloquenti che toccano, in pratica, tutte le forze politiche. Prendiamo il Lazio. Qui il Partito Democratico ha speso, per la campagna che ha portato Nicola Zingaretti alla vittoria, poco più di 282 mila euro. Ma, dal 2013 al 2016, ne incasserà non il doppio, bensì quattro volte tanto, arrivando a prendere un milione 122 mila euro.

Cifre pazzesche, dunque. Sia se si vince che se si perde. E così anche il Pdl, nonostante abbia speso in campagna poco più di 157 mila euro, vedrà riversare nelle sue casse la bellezza di 842 mila euro. Un aumento esponenziale incredibile, rispetto a quanto concretamente speso per la tornata elettorale, che tocca, in realtà, anche i partiti più piccoli. Sel ad esempio, pur avendo speso solo 13 mila euro, ne riceverà 146. E ancora: prendiamo la lista di centrosinistra del Centro Democratico. Riceverà, dal 2013 al 2016, oltre 65 mila euro. Pur avendo speso poco più di quattromila. L’aumento, in termini percentuali, è colossale: oltre il 1500%.

In Lombardia il Pdl incassa, la Lega spende

La musica, ovviamente, non cambia spostandoci in Lombardia. Anzi, qui la situazione degenera ulteriormente. Prendiamo il Popolo della Libertà. In campagna elettorale ha speso “soltanto” 46 mila euro, ma ne riceverà un milione 196 mila fino al 2016. Conti alla mano, parliamo di un incremento percentuale che lascia impallidire anche quello “laziale” del Centro Democratico, dato che qui l’aumento è del 2481%. Numeri da capogiro. Soprattutto se confrontati con quelli di altre formazioni.

In Lombardia il Popolo della Libertà ha speso “soltanto” 46 mila euro, ma ne riceverà un milione 196 mila fino al 2016

Se il Pdl lombardo, infatti, riceverà un fiume di soldi pubblici nelle sue casse, registrando un surplus impressionante rispetto a quanto speso, non andrà allo stesso modo per i cugini della Lega: il partito ha creduto talmente tanto nella corsa al Pirellone di Roberto Maroni, che è arrivato a spendere quasi 4 milioni di euro in campagna elettorale, tra fondi pubblici e privati. Ne riceverà, invece, fino al 2016 solo 926 mila euro. Meno male, però, che ci sono le liste satellite. E così la lista “Maroni presidente” incasserà 730 mila euro, pur avendo speso meno della metà (360 mila euro).

Il Molise, piccolo e spendaccione

Anche il piccolo Molise, ovviamente, ha fatto la sua parte. E non solo in termini economici. Alcune formazioni, infatti, hanno presentato la propria rendicontazione ben oltre i 45 giorni previsti dalla legge (è il caso della lista civica “Iorio presidente”). Non solo. Esattamente come la Lega in Lombardia, anche l’Italia dei Valori, nella terra natia di Antonio Di Pietro, ha provato il tutto per tutto, spendendo in campagna elettorale 103 mila euro. Per rendersi conto di come il Tonino molisano volesse far bene nella propria regione, basti questo: il partito ha speso più qui che per le elezioni in Lombardia (94 mila euro) e nel Lazio (con Rivoluzione Civile, 41 mila euro). Chissà se ne sia valsa la pena, considerando che il partito riceverà solo 15 mila euro. Probabilmente sì, dato che oggi in giunta siede il segretario regionale e che candidato era anche il figlio di Tonino, Cristiano, nel frattempo divenuto vicepresidente del consiglio regionale. Ma la parte da leone è, ancora una volta, tutta del Popolo della Libertà, nonostante sia in Molise all’opposizione. Riceverà 24 mila euro fino al 2016. Parliamo, certo, di una piccola quota rispetto alle cifre di cui abbiamo parlato fino ad ora. Se non fosse, tuttavia, per un piccolo particolare. Il partito ha speso, in campagna elettorale, solo 242 euro. Un bell’incremento anche qui, non c’è che dire.

Trasparenza, dove sei?

Ma non finisce qui. Accanto al taglio dei finanziamenti, come detto in apertura, un’altra grande promessa era quella della trasparenza. L’articolo 9 della legge sulla riduzione dei contributi pubblici per i partiti, ha introdotto infatti «misure per garantire la trasparenza e i controlli dei rendiconti dei partiti e dei movimenti politici», prevedendo, al comma 1, l’obbligo di rendicontazione per tutti i partiti che abbiano conseguito almeno un rappresentante eletto tra Camera, Senato, Parlamento europeo, consigli regionali. Ebbene, nonostante la legge obblighi alla comunicazione dei dati entro 45 giorni dalla consultazione elettorale – scrivono i magistrati contabili – «alla data di inizio dei lavori risultavano inadempienti 23 formazioni politiche, le quali, nonostante fossero ampiamente scaduti i termini di legge per la presentazione del consuntivo ai Presidenti dei rispettivi Consigli Regionali, non avevano ancora ottemperato». Ci sono volute varie sollecitazioni prima che quasi tutte le liste consegnassero alla Corte la propria rendicontazione completa. Ma, appunto: quasi tutte le liste.

Dal Pd alla Lista Zingaretti: ora tocca alla Procura

Già, perché per alcune formazioni restano delle ombre. Tanto che il Collegio, così come prevede la legge, ha provveduto a trasmettere i bilanci in questione alle Procure della Repubblica competenti. Cominciamo dalla lista «Federazione Cristiano Popolari», presente alle regionali del Lazio. Secondo i dati della Corte dei Conti, sui 197 mila euro di finanziamento privato, risultano ancora «non regolarmente documentati» 83.850 euro. Tra gli altri, i magistrati contestano il finanziamento ricevuto anche dalla Milano 90, la società di Sergio Scarpellini, il cosiddetto “palazzinaro della casta”, possedendo diversi edifici affittati alle istituzioni. Ma quella dei Cristiano Popolari non è l’unica lista attenzionata. Tra le altre formazioni anche il Pd laziale e la «Lista Civica Nicola Zingaretti». Per quanto riguarda il Partito Democratico, scrive la Corte, «è tuttora mancante la documentazione relativa ai contributi» erogati da una serie di società per un totale di 18.500 euro. Parliamo – è bene precisarlo – di piccoli finanziamenti. Ciononostante è curioso che tra i contributi non documentati spiccano, tra gli altri, quelli del Consorzio Laziale Costruttori e della Lambro srl, attiva sempre nel mondo dell’edilizia.

Sono ben 146.500 euro i contributi privati erogati alla lista pro Nicola Zingaretti di cui risulta mancante la documentazione

Ma il bello ancora deve arrivare. Sono infatti ben 146.500 euro i contributi privati erogati alla lista pro Nicola Zingaretti di cui risulta mancante la documentazione. Tra i finanziatori troviamo non solo ditte e società (anche qui, molte sono quelle attive nell’edilizia), ma anche alcune associazioni come l’Aiop (Associazione Italiana Ospedalità Privata). Incuriosisce, poi, la presenza della Saccir, società leader nel settore dei servizi energetici, che ha tra i suoi clienti la Camera dei Deputati, l’Università La Sapienza, l’Eni, ma anche l’Azienda Sanitaria Locale di Roma e di Viterbo. Ma non è finita qui. Perché a finanziare la lista di Zingaretti (anche se solo per 2.500 euro), troviamo pure il gruppo «La Cascina», rimasto coinvolto in Mafia Capitale, tanto che il vertice è stato da poco commissariato per decreto del commissario Franco Gabrielli (nel provvedimento interdittivo emesso dal gip, il gruppo la Cascina è indicato «quale soggetto economico le cui figure apicali risultano partecipi ad accordi di natura corruttiva commettendo plurimi episodi di corruzione e di turbativa d’asta, dal 2011 al 2014, nell’interesse e a vantaggio delle società del Gruppo per ottenere l’aggiudicazione di gare pubbliche»).

Mancanza di trasparenza, infine, anche in Lombardia. Ad aver consegnato una documentazione incompleta la lista «Lombardia Civica», formatasi in appoggio al candidato presidente Gabriele Albertini. Parliamo di contributi non regolarmente documentati per un totale di 106 mila euro. Curioso che a finanziare l’ex sindaco di Milano ci sia anche la Confindustria Monza-Brianza, per 10 mila euro. Esattamente il contributo, anche questo non regolarmente documentato, erogato a sostegno della lista da un cittadino privato. Il suo nome è Cesare Romiti.

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