Tom Cruise, il re Mida del cinema americano

Tom Cruise, il re Mida del cinema americano

Ci sono pochi attori americani che possono competere con Tom Cruise. Anzi, a ben vedere forse non ce n’è proprio nessuno. Se vi sembra un’esagerazione, un’iperbole che rientra nel solco delle rivalutazioni radical-snob del pop estremo vi sbagliate, e anche abbastanza di grosso. E Non certo perché Cruise è uno che, a 53 anni, si può ancora permettere di rifiutare l’aiuto di una controfigura per restare attaccato a un aereo in fase di decollo; e nemmeno perché, a quanto pare, riesce a stare sott’acqua senza respirare per quantità di tempo che ucciderebbero un delfino.

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«He elevates everything he is in»

No, Tom Cruise è praticamente imbattibile perché è uno di quelli che rende oro qualsiasi cosa tocca, perlomeno se restiamo nel campo del cinema — la vita è un altro campionato. «He elevates everything he is in». A dirlo è stato, qualche settimana fa, Walt Hickey, un giornalista con la passione della statistica che, sul sito FiveThirtyEight, ha infilato l’intera carriera dell’attore americano in un grafico cartesiano che mettesse in relazione l’apprezzamento della critica di ogni suo film con i relativi incassi al botteghino. Il risultato? Impressionante.

Tra i 31 film analizzati da Hickey — tutti quelli in cui Cruise è protagonista o coprotagonista, ovvero quasi tutti quelli a cui ha partecipato — la gran parte si è piazzata nella parte alta a destra del grafico (qui in basso), quella dei film amati sia dalla critica che dal botteghino, registrando voti molto alti e incassi che, per altri, sono stratosferici.

C’è un momento di quest’ultimo Mission Impossible Rogue Nation, il quinto e per ora ultimo episodio della serie di film prodotta da Cruise, in sala dal 20 agosto, in cui il suo capo, Alan Hunley (interpretato da un imbolsito, ma efficace Alec Baldwin), si rivolge al nostro chiamandolo “the living manifestation of destiny”, la manifestazione vivente del destino, una definizione che, per quanto faccia ululare statisticamente una buona metà del pubblico presente in sala, non stona se trasportata di forza fuori dalla pellicola per essere applicata alla carriera di Tom Cruise.

Innamorato del cinema da quando ne ha memoria — in un’intervista del 2004 alla Cbs ha dichiarato di ricordare che già a 4 anni pensava di voler fare l’attore — ma soprattutto testardo e coraggioso, al punto da trasferirsi a New York a neanche 18 anni con un’obiettivo che per lui era già una certezza: diventare famoso entro tre anni. Non ce la fece, ma non di molto. Arrivato nella Grande Mela intorno al 1979, già nel 1981 esordì in un film di Franco Zeffirelli e, nel 1985 — appena 2 anni dopo la scadenza della sua scommessa con se stesso e con il suo destino — interpretò il ruolo di Maverick in Top Gun. E a quel punto non divenne famoso, divenne un’icona.

Sono passati trent’anni da Top Gun, un film culto che ha segnato un’epoca, ma che a livello qualitativo è un’asticella che Cruise ha polverizzato almeno una decina di volte

Sono passati trent’anni da Top Gun, un film culto che ha segnato un’epoca, ma che a livello qualitativo è un’asticella che Cruise ha polverizzato almeno una decina di volte. Nato il quattro luglio di Oliver Stone, Jerry Mcguire di Cameron Crow e Magnolia di Paul Thomas Anderson, giusto per citare i tre che gli sono valsi la candidatura a un Oscar che non è mai riuscito a vincere — ma è in buona compagnia — ma la lista può andare avanti con titolo come Rain man (che di Oscar ne vinse 4, tra cui, come attore protagonista, anche un certo Dustin Hoffman, a Minority Report, di Stevebn Spielberg, fino a Eyes Wide Shot, di un certo Stanley Kubrick.

Tom Cruise ha una carriera così, oscillante tra un grande film d’autore e un gran film di genere, con ogni tanto, a spezzare il ritmo, un grande film di genere d’autore. Decisamente versatile. E a dimostrarlo è quasi ogni film che ha girato, a partire dai 4 film targati Mission Impossible che hanno preceduto questo Rogue Nation, quattro colpi nella pistola di Cruise — firmati Brian De Palma, John Woo, J.J. Abrams e Brad Bird — quattro colpi che sono andati dritti al cuore del pubblico, confermando oltretutto il fiuto di Tom Cruise, produttore della serie, per i film che spaccano i botteghini. Ma se la carriera di Tom Cruise fosse un western e i suoi film la cartucciera legata in vita, quest’ultima sarebbe una di quelle pesanti, da messicano con un fucile per mano, e conterrebbe, in fila, oltre ai capolavori già citati anche altre piccole pietre miliari come Il Socio, Giorni di tuono, fino al penultimo Edge of tomorrow.

Tom Cruise ha un fiuto talmente preciso che, a voler fare un po’ i mistici, potremmo quasi scambiarlo per destino

Insomma, Tom Cruise ha un fiuto talmente preciso che, a voler fare un po’ i mistici, potremmo quasi scambiarlo per destino. Destino, una parola che deve piacere un sacco a Cruise che una decina di anni fa, nella già citata intervista rilasciata a Lesley Stahl, della CBS, alla domanda su quale fosse la sua battuta preferita del suo ultimo film, che all’epoca era L’ultimo samurai, l’attore rispose, senza esitazioni, citando un mitico scambio di battute tra il samurai Katsumoto e il capitano Nathan Algren, impersonato da lui.

«Tu pensi che un uomo può cambiare il suo destino?», gli chiede Ken Watanabe nei panni di Katsumoto. «Io penso che un uomo fa ciò che può, finché il suo destino non si rivela», gli risponde Tom Cruise, che conciato com’è potrebbe sembrare, a un primo sguardo, solo calato nei panni del capitano Algren, ma che, in realtà, è nei panni di se stesso.