Il sorriso di Allevi

Il sorriso di Allevi

Il suo sorriso smagliante e stupido, fissato nell’immagine di un poster pubblicitario, era presente in tutte le città italiane, dalla Stazione Centrale di Milano alla Fontana dell’Elefante di Catania. Lo Stivale ne era invaso. Secondo le stime dei migliori sondaggisti, quel sorriso poteva favorire la ripresa dei consumi per uno 0,005%. Poco, ma «piutost che nient, l’è mej piutost», come diceva Mario davanti al suo piccolo salone da barbiere di Gallarate. Già tre clienti avevano richiesto quell’acconciatura riccia da artista che vuole rimanere bambino. Poco, ma «quanto basta per fare giornata», come diceva l’unico dentista di Aci Trezza, interrogandosi su come fosse possibile riprodurre quella dentatura da topo, con gli incisivi leggermente sporgenti.

Dopo che le televisioni nazionali, pubbliche e private, avevano trasmesso la notizia, gli italiani si erano riversati sulle strade. Il loro racconto era stato puntuale e immediato: un commando ben organizzato aveva rapito lui, Giovanni Allevi, l’idolo di chi ama la musica da sala d’aspetto. Dopo qualche giorno, tuttavia, il cordoglio si era placato e aveva lasciato lentamente, ma inesorabilmente, il posto a una santificazione vuota e stucchevole.

Cinque giorni prima

Giovanni Allevi aveva finito l’ultima intervista della giornata. Per l’ennesima volta si era sentito domandare come gli fosse venuta in mente la melodia di “O Generosa”, l’inno della Serie A. E per l’ennesima volta si era calato sul volto la maschera dell’artista svagato e infantile perché geniale. L’intervistatore, questa volta, si era accontentato di poco: era bastato dire che si trattava di una composizione riguardante l’anima dello sport, la lealtà e la generosità. Tutto ciò che la competizione tende a rendere marginale. Nel testo in latino e in inglese gli autori volevano fondere classicità e modernità facendo emergere la forza invisibile che sospinge ogni vero campione. Perché un vero campione non è tale solo sul campo di gioco, ma lo è soprattutto nella vita. «E io», aveva aggiunto alla fine con la volontà di strizzare l’occhio a chi ha un QI inferiore a 70, «ho capito che, se non siamo campioni anche nella vita, non potremo mai cogliere quel senso di bellezza che avvertiamo quando, da bambini, osserviamo una margherita».

«Mamma mia quanto sono nervoso: è incredibile stare a parlare qui con te». Dopo aver risposto ad altre due domande sul destino dell’universo e su come si deve fare cultura in Italia, Allevi aveva congedato il giornalista, il quale, a sua volta, gli aveva promesso che la sua intervista avrebbe occupato due interi fogli della pagina culturale del Corriere. Forse alcuni brani sarebbero stati pubblicati anche dal sito della Gazzetta dello Sport. Chiudendo la porta di casa, Allevi aveva telefonato al suo agente, dicendogli apertamente che non ne poteva più di parlare di quella scorreggia di inno. Aveva già alle calcagna alcuni blogger che avevano trovato delle strane somiglianze tra “O Generosa” e la colonna sonora di Superman. Non avevano colto il rimando alla polifonia monteverdiana, gli stronzi.

Fare arte in Italia stava diventando impossibile. Voleva andarsene via, come Saviano, magari proprio negli Stati Uniti. Insomma, in un posto in cui vedere il proprio talento finalmente riconosciuto. E, forse, avrebbe trovato anche un po’ di tempo per ammazzarsi di spritz con Gabriele Muccino. Già che c’era, diceva sempre Allevi al proprio agente, voleva puntare un po’ di soldi sulla svalutazione del Taka Bengalese: che trovasse lui un broker in grado di farlo. In questa condizione d’animo, decisamente malmostosa, Allevi si stava preparando per uscire. 

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